tra Hormuz e Al Jazeera
I nuovi attacchi al Golfo, che si mette dietro allo scudo di Israele e degli Stati Uniti
I paesi della regione vogliono che Donald Trump vada fino in fondo, chiedono la fine del ricatto su Hormuz e al Jazeera manda un segnale: Doha non sta con Teheran
“La strategia israelo-americana contro l’Iran sta funzionando, ecco perché. Ogni aspetto della capacità dell’Iran di proiettare la propria influenza regionale viene progressivamente indebolito”. Così era titolato un articolo pubblicato su al Jazeera, la testata nota per la sua forte propaganda anti israeliana e anti americana. E il fatto che un’opinione del genere sia apparsa sul sito finanziato dal Qatar è una notizia indice di un cambiamento rapido a Doha. L’analisi smonta il racconto della guerra contro l’Iran come un pantano per gli israeliani e gli americani. Mentre la stampa occidentale pubblicava opinioni sulla pericolosità sottovalutata del regime di Teheran, sulla mancanza di strategia dell’Amministrazione americana trascinata in guerra da Israele, sulla potenza e la scaltrezza iraniane, l’opinione di al Jazeera e quindi del Qatar è che l’operazione Furia epica ottiene risultati seri, smantellando in pochi giorni un arsenale costruito in decenni.
La guerra vista dal Golfo, che subisce le conseguenze con forza, molto più degli europei o degli americani, è dolorosa, ma sta assumendo sempre di più i caratteri della necessità. al Jazeera va sempre presa come un barometro delle mire del Qatar, un paese che, assieme all’Oman, fino a venti giorni fa poteva considerarsi vicino alla Repubblica islamica dell’Iran. Gli altri paesi del Golfo, in questi anni, avevano preferito convivere con il regime, pur non essendo alleati. Per Doha è sempre stato diverso: non era soltanto un paese vicino dell’Iran, ma un paese che su tutto è stato con l’Iran. “Dal 1995, quando il padre dell’attuale emiro arrivò al potere, il Qatar ha mantenuto una posizione di sostegno all’Iran e la linea editoriale di al Jazeera ha sempre riflettuto questo approccio”, spiega Eli Avidar, ex ministro israeliano che alla fine degli anni Novanta fu capo missione in Qatar e fu il responsabile di un ufficio commerciale che fungeva da centro delle relazioni fra Doha e Gerusalemme: non era esposta la bandiera israeliana, ma al suo interno i paesi comunicavano non ufficialmente. “Oltre al sostegno che il Qatar ha fornito a diverse organizzazioni islamiste, secondo alcune segnalazioni potrebbe aver finanziato anche parte delle attività delle Forze iraniane al Quds, quando a guidarle c’era Qassem Suleimani”, il regista dell’asse della Resistenza armato per circondare Israele e destabilizzare il medio oriente con gruppi islamisti come Hamas, Hezbollah o gli houthi.
Oggi il Qatar subisce gli attacchi dell’Iran – ieri Teheran ha colpito Ras Laffan, una zona in cui si trova il più grande sito di produzione di gnl al mondo – e, come tutti i paesi del Golfo, patisce le conseguenze della strategia del caos del regime iraniano, abbatte missili e droni, ma non partecipa alla battaglia contro obiettivi di Teheran. In questo momento, per Doha la priorità è tornare alla normalità e nella regione la Repubblica islamica è percepita da tutti come un ostacolo. “Gli attacchi hanno spinto Doha a cambiare la sua politica e adesso è uno dei principali sostenitori degli sforzi per rovesciare il regime. L’obiettivo di Teheran era chiaro, ma il risultato si sta rivelando diverso”, commenta Avidar, autore del libro “The Abyss” (L’abisso), dedicato ai paesi del Golfo.
Ieri l’Arabia Saudita ha convocato una riunione per prendere una decisione sulle possibili risposte contro il regime. Sono pochi i paesi del Golfo che potrebbero intervenire in una guerra al fianco di Israele, ma l’opinione di tutti è che il conflitto vada portato fino in fondo: alla Repubblica islamica non deve rimanere neppure un dente per mordere la regione. L’economia degli stati del Golfo è quella che ha subìto più danni, un intero modello economico basato sull’esportazione degli idrocarburi è paralizzato dalla minaccia di Teheran di bloccare lo Stretto di Hormuz, per proteggere il quale il presidente americano Donald Trump voleva organizzare una coalizione di paesi e adesso ha annunciato che non intende più occuparsene – la situazione di Hormuz non intacca direttamente gli interessi americani e la mancata risposta degli alleati ha portato Trump a dire, soprattutto ai membri dell’Alleanza atlantica, di affrontare da soli le conseguenze. In realtà, alla chiamata del capo della Casa Bianca non hanno risposto dalla Nato, ma neppure dal Golfo, i cui paesi hanno un interesse molto forte legato a Hormuz e sono i primi a non poter accettare che la guerra finisca prima che lo Stretto sia stato riaperto completamente alla navigazione e che siano stati tolti al regimi i mezzi per riproporre la minaccia in futuro. Oggi molti leader del Golfo voglio neutralizzare il ricatto nello Stretto e spingono per un’azione decisa contro l’isola di Kharg, attraverso la quale transita il 90 per cento delle esportazioni di petrolio dell’Iran. Non sono per mediare, sono per agire, il problema è che la loro azione continua alle spalle degli Stati Uniti, incitati a risolvere la situazione militarmente. La valutazione israeliana rispetto allo Stretto di Hormuz è che non servono scorte per le petroliere, ma basta togliere all’Iran i mezzi del ricatto: le risorse navali necessarie a minacciare il blocco.
Finora l’80 per cento degli attacchi iraniani ha colpito gli Emirati Arabi Uniti, ma secondo Avidar il rischio per il futuro del modello economico del paese è legato non tanto a cosa succede oggi, ma all’esistenza o meno in futuro di un regime minaccioso in Iran: “La situazione economica nella regione tornerà alla normalità piuttosto rapidamente, l’economia di un paese come gli Emirati Arabi Uniti si basa su un modello che fornisce soluzioni alle aziende globali. E’ un modello che rimane significativo e non ha concorrenti”.