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A Bruxelles
Al Consiglio europeo si apre la battaglia sugli Ets. Le posizioni
Bruxelles al bivio: l’energia accende lo scontro tra gli Stati membri e trasforma l’Ets da pilastro della transizione a terreno di scontro politico, mentre la nuova crisi globale mette a nudo tutte le fragilità dell’Unione
Bruxelles. Il Consiglio europeo che si apre oggi rischia di trasformarsi in un grande scontro sul sistema di scambio di emissioni Ets. I capi di stato e di governo si riuniscono nel mezzo di una nuova crisi dei prezzi dell’energia, provocata dalla guerra in Iran e dal blocco dello stretto di Hormuz. L’agenda del vertice prevedeva di tracciare una “road map” per mettere in pratica alcune delle raccomandazioni dei rapporti di Mario Draghi ed Enrico Letta sulla competitività e il mercato unico. L’elenco contenuto nella bozza di conclusioni è lungo, ma sufficientemente vago da non creare tensioni tra i ventisette stati membri. Anche il costo dell’energia è parte integrante della sfida per la competitività dell’Ue. Le imprese europee pagano molto più delle loro concorrenti americane o cinesi. Il problema del caro bolletta è diventato ancora più urgente per l’impennata del prezzo di petrolio e gas dovuta alla guerra. Ma i ventisette sono profondamente divisi sulle potenziali soluzioni di breve e medio periodo. Il sistema di scambio di emissioni Ets è diventato il campo di battaglia tra due campi opposti. La Spagna e i paesi nordici lo difendono strenuamente come il migliore strumento per proseguire la transizione climatica e ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. L’Italia e i paesi dell’est lo considerano come una sovratassa insopportabile, che rischia di mettere in ginocchio il loro sistema produttivo. Altri paesi, come la Germania, sono disponibili solo ad aggiustamenti minimi. Per riconciliare le due posizioni, l’unica soluzione per la Commissione di Ursula von der Leyen potrebbe essere di concedere delle deroghe nazionali. E’ anche l’obiettivo di Giorgia Meloni che rischia un conflitto con l’Ue per il suo decreto bollette. Ma l’Unione dell’energia può reggere a una frammentazione del sistema Ets?
Nelle scorse settimane Meloni aveva chiesto una misura tanto radicale quanto irrealistica: la sospensione del sistema Ets. Alla vigilia del Consiglio europeo, la presidente del Consiglio ha sottoscritto una lettera con i leader di altri nove paesi che propone una soluzione meno estrema. “Da quando è stato raggiunto l’accordo sul Green Deal, il contesto globale è cambiato in modo significativo. I prezzi dell’energia sono saliti alle stelle, l’inflazione ha reso ancora più onerosi gli investimenti necessari per la transizione e le attuali soluzioni di decarbonizzazione non sono ancora sufficientemente sviluppate per garantire la sostenibilità economica dei settori industriali più difficili da decarbonizzare”, scrivono i leader di Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Romania e Slovacchia: “Il quadro attuale è diventato un rischio esistenziale per molti settori industriali strategici europei”. La richiesta dei dieci paesi è di prolungare le quote di emissioni gratuite “oltre il 2034”, rallentando la loro graduale eliminazione “a partire dal 2028”. Il sistema Ets deve essere rivisto “profondamente” e più rapidamente di quanto previsto dalla Commissione.
La lettera dei dieci è una risposta a un’altra lettera inviata la scorsa settimana. Spagna, Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Svezia hanno avvertito che “fare cambiamenti fondamentali all’Ets, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo, costituirebbe un passo indietro molto preoccupante”. Non solo verrebbero penalizzate le imprese che hanno “già investito e innovato nella decarbonizzazione”. Per gli otto paesi gli Ets sono l’architrave del sistema e vanno preservati. In mezzo la Germania ritiene che le modifiche debbano essere limitate e molto mirate. I meccanismi di incentivi di prezzo – incoraggiare a investire nelle rinnovabili perché i costi per le fonti inquinanti aumentano – devono restare. La Commissione difende questa posizione. Ma von der Leyen ha anche inserito i “costi carbonio” tra le quattro componenti del prezzo dell’energia su cui intende agire, insieme al costo dell’elettricità, alle reti e alle accise. Secondo gli ultimi dati dell’Ue, gli Ets incidono per l’11 per cento sui costi dell’energia. Ma gran parte degli esperti avvertono che rinunciarvi sarebbe controproducente, perché aumenterebbe l’esposizione agli idrocarburi e all’aumento dei prezzi. Nell’attuale crisi “i paesi fortemente dipendenti dal gas come l’Italia sono significativamente più esposti. Quelli con rinnovabili più forti, come Spagna o i nordici, sono più isolati”, spiega Manon Dufour, direttrice di E3G.