Il doppio strike
Israele elimina Larijani e Soleimani, la mente e la mano del regime
Alla domanda "chi comanda a Teheran?", dopo la morte di Khamenei, la risposta più frequente era: Larijani. Il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale sapeva tutto della Repubblica islamica, era metodo e ideologia. Il capo dei basij è stato il suo braccio armato. Le uccisioni portano a strade diverse, lo stesso obiettivo
Un colpo alla mente e uno alla mano. Nella notte tra lunedì e martedì, l'esercito israeliano ha lanciato una serie di attacchi per eliminare due fra gli uomini più importanti del regime, Ali Larijani e Gholamreza Soleimani. I loro ruoli sono stati simbiotici, ma non uguali dentro alla Repubblica islamica dell'Iran. Il primo, Larijani, era l'uomo che della macchina del regime sapeva tutto. Soleimani era invece colui che, a capo delle forze basij, i picchiatori, gli sgherri del regime, muoveva le braccia che hanno ucciso su ordine dei Guardiani della rivoluzione islamica i manifestanti che a gennaio protestavano per la crisi economica. Larijani aveva organizzato la repressione, su richiesta della Guida suprema, Ali Khamenei. Soleimani l'ha messa in pratica. In un giorno, Israele ha eliminato la mente e la mano. Delle due, quella insostituibile è sempre la mente: Larijani, il capo del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale
Larijani comandava davvero, si muoveva, ideava. La Guida suprema lo aveva voluto al suo fianco, vedeva in lui il metodo e l'ideologia. Dopo l'eliminazione di Khamenei, alla domanda “chi comanda a Teheran”, la risposta privata di indugi era: Ali Larijani. Non era da solo alla testa del regime e lo ha dimostrato non spuntandola sulla scelta della Guida suprema, quando avrebbe voluto che venisse nominato suo fratello Sadegh, e poi aveva lasciato che veniva scelto Mojtaba, il Khamenei-figlio che nessuno finora ha visto né sentito. E' la terza Guida suprema del paese, la più incoerente e sconosciuta, il suo vuoto lascia soltanto trasparire le difficoltà di un regime che sceglie un capo con un ottimo cognome, ma senza volto. Senza Mojtaba il vuoto è un'immagine, senza Larijani il vuoto è un burrone. Il segretario del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale della guerra sapeva tutto, l'aveva voluta, l'aveva spinta, scegliendo l'intransigenza sui negoziati con gli americani. Al fianco di Khamenei aveva sostenuto la decentralizzazione, che dà il potere ai vari centri dei Guardiani della rivoluzione di agire autonomamente da ogni provincia dell'Iran. Aveva pensato al caos come arma da usare contro due degli eserciti più potenti del mondo, ogni sua idea nasceva da una progettazione, era materia di filosofia e di calcolo: era filosofo e matematico. Non aveva calcolato però che, nonostante fosse sopravvissuto alla sua sfilata in strada venerdì scorso, per il giorno di al Quds, gli israeliani avevano pensato di colpirlo in un luogo che lui riteneva sicuro, dove aveva chiesto di spostare gli incontri importanti.
Un regime si struttura in modo da sopravvivere ai suoi vuoti, la Repubblica islamica esiste da quarantasette anni, è un apparato difficile da far esplodere, non è legata alle persone ma alla struttura, formata però da pezzi prodotti in serie e da ingranaggi senza i quali è più difficile ripartire. Larijani era uno di questi, per tre volte aveva tentato di diventare presidente, non ci era riuscito, serviva ad altro – fu sconfitto la prima volta da Mahmoud Ahmadinejad, diverso da lui in tutto, a cominciare dallo stile: vestiti grigi fuori moda contro le sue polo Ralph Lauren. Da ministro della Cultura represse tutto il reprimibile, usò la censura come una ruspa. Da capo della Radiotelevisione della Repubblica islamica dell'Iran (Irib) rese la propaganda un gioco feroce: inventò un programma dal titolo “Identità”, che si trasformò in un processo ai residui di progressismo dentro al paese.
La scorsa settimana, il regime aveva minacciato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu. Poi ne aveva dichiarato la morte. Domenica Netanyahu si era mostrato in pubblico, con una tazza in mano, scherzando sul fatto che l'unica cosa per la quale potrebbe morire “è un buon caffè”. Si è mostrato per far vedere la differenza fra il regime dei leader senza volto e il suo paese, probabilmente, avendo già in testa la possibile operazione per uccidere Larijani e Soleimani e prevedendo la reazione di Teheran. Non sapendo come coprire l'eliminazione di Larijani, la Repubblica islamica ha pubblicato i suoi messaggi su X e foto di vecchi testi scritti di suo pugno. A ogni tentativo di coprire il vuoto, il burrone si fa più ampio, un altro Larijani non c'è, ma restano altri del suo livello, come il capo del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf, le parti di carne e di sangue del regime.
Il vuoto di Soleimani invece verrà coperto in fretta, quel che manca saranno i basij, contro i quali Tsahal ha avviato una campagna dedicata puntando ai checkpoint per le strade. Sono morti in trecento, dice Israele. Sono pagati dai Guardiani della rivoluzione, difficile che diserteranno per paura dell'aviazione israeliana, per il regime però sarà complesso sostituirli. Il cambio di regime non ci sarà, sicuramente non durante la guerra. L'attacco ai checkpoint dei Basij è parte della strategia che negli apparati di intelligence israeliani chiamano: aprire la strada alla rivolta. Potrebbe però avvenire un cambiamento dentro al regime che, si sa, sceglie sempre la propria sopravvivenza. Finora aveva valutato che sarebbe sopravvissuto con una guerra. Colpo dopo colpo, senza Larijani, potrebbe valutare di sopravvivere tramite un accordo.