Fermare Pyongyang per fermare Putin
Le armi nordcoreane tengono in vita la guerra russa in Ucraina e in cambio salvano l’economia del regime di Kim Jong Un. Per questo l'isolamento del Cremlino passa anche da Pyongyang
Ieri il dittatore nordcoreano Kim Jong Un ha visitato il cantiere quasi ultimato del nuovo museo memoriale dedicato alle “gesta di combattimento nelle operazioni militari all’estero” nella capitale Pyongyang. Mentre il mondo occidentale sperava nella diplomazia per fermare la guerra d’aggressione russa contro l’Ucraina, in Asia la dittatura nordcoreana riscriveva i fondamenti ideologici della propria narrativa di regime per legarla indissolubilmente al conflitto che si svolge a settemila chilometri di distanza. L’epica della guerra non riguarda più la “liberazione” della Corea del sud, ormai ufficialmente “paese nemico”, ma la “minaccia ucraina nel Kursk” che avrebbe costretto la Corea del nord a entrare in guerra al fianco di Putin. La riscrittura della storia serve a Pyongyang a giustificare i morti, e ad avere un vantaggio economico: in cambio di soldati e artiglieria, Mosca offre al regime la sopravvivenza.
Il governo sudcoreano guidato dal democratico Lee Jae-myung, nonostante i cambiamenti radicali avvenuti nell’ultimo anno dentro al regime di Pyongyang – l’ufficializzazione dell’entrata in guerra con la Russia è arrivata soltanto nell’aprile dello scorso anno – non ha mai smesso di sperare nella cosiddetta “Sunshine policy”, cioè il riavvicinamento costruttivo lungo il 38° parallelo. Durante un incontro a sorpresa alla Casa Bianca venerdì scorso, Trump avrebbe detto al primo ministro sudcoreano Kim Min-seok di essere pronto a incontrare di nuovo il dittatore Kim, “sarebbe una buona cosa”. E allora sembra sia solo Kyiv, a questo punto, a ricordare soprattutto agli europei e ai partner asiatici un fatto piuttosto intuitivo: senza la Corea del nord, la guerra di Putin non sarebbe così mortale, senza il Cremlino, il regime nordcoreano non sarebbe così forte e stabile. Una lunga e puntuale indagine pubblicata due giorni fa dal media investigativo russo Important Stories (IStories) in collaborazione con il britannico Open Source Centre ha ricostruito la catena logistica con cui Pyongyang ha rifornito Mosca di munizioni per la guerra in Ucraina. Secondo l’inchiesta, firmata da Egor Feoktistov e costruita incrociando i dati sui movimenti di tutte le navi russe coinvolte nel trasporto di munizioni e sui registri degli equipaggi, insieme con le immagini satellitari, tra settembre 2023 e gennaio 2026 la Russia ha ricevuto almeno 29.488 container di armi dalla Corea del nord. Ogni mese, mascherando i documenti di trasporto – ma facendosi fregare anche dalle foto pubblicate sui social dai marinai – le navi russe sono tornate dalla Corea del nord ai porti russi di Dunay e Vostochny con carichi di circa 350 mila colpi, una quantità sufficiente a sostenere un mese di combattimenti di artiglieria russa. In pratica “all’inizio del 2025, le munizioni nordcoreane erano diventate vitali per lo sforzo bellico russo, arrivando a rappresentare dal 75 al 100 per cento del fuoco quotidiano di artiglieria”. Secondo l’intelligence ucraina alla fine dello scorso anno i viaggi andata e ritorno sono stati dimezzati, segnale che la Russia ha aumentato la produzione interna e che Pyongyang sta finendo le scorte, anche se contestualmente “Kim Jong Un ha ordinato la costruzione di nuove strutture militari per aumentare la produzione di missili e proiettili”.
Il Cremlino (e la sua guerra) è vitale per il regime nordcoreano. In un rapporto pubblicato lunedì scorso, l’Institute for National Security Strategy di Seul ha stimato che la Corea del nord abbia finora guadagnato dai legami militari con la Russia tra i 7,7 e 14,4 miliardi di dollari. Gli analisti hanno valutato le forniture di artiglieria tra i 7,05 e i 13,78 miliardi di dollari, mentre i restanti 620 milioni di dollari arrivano dal pagamento dei soldati nordcoreani schierati nel conflitto – che non si arricchiscono personalmente ma contribuiscono alle casse del regime. Per essere più chiari: quasi il 25 per cento dell’economia della Corea del nord, uno dei paesi più sanzionati del mondo, proviene dal sostegno economico che le sta offrendo il Cremlino in cambio di aiuto materiale nella sua guerra contro l’Ucraina – e contro l’Europa. Quegli asset servono a finanziare il programma nucleare e missilistico nordcoreano che minaccia l’intera regione dell’Indo-Pacifico: soltanto l’altro ieri Pyongyang ha effettuato un test di lancio di circa 10 missili balistici dal suo nuovo sistema lanciarazzi multiplo di grosso calibro potenziato, prendendo di mira un bersaglio su un’isola nel Mar del Giappone. E’ stato il terzo lancio di missili balistici del paese dall’inizio del 2026.