Una nave ormeggiata al largo della costa emiratina (foto Getty)

uscire dalla trappola del golfo

C'è chi tratta con l'Iran per attraversare lo Stretto di Hormuz

Luca Gambardella

Diverse petroliere e gasiere hanno navigato lungo una rotta anomala facendosi "identificare". Come funziona la soluzione diplomatica per aprire lo Stretto

Quando il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, ha detto lunedì alla Cnbc che gli Stati Uniti stanno “lasciando che le navi iraniane escano dallo Stretto di Hormuz per rifornire il resto del mondo”, in molti sono rimasti perplessi. Soprattutto perché secondo i dati ufficiali, l’Iran ha aumentato le proprie esportazioni di petrolio attraverso Hormuz – da 2 milioni di barili al giorno a febbraio a 2,1 dall’inizio della guerra. E poi perché, proprio mentre Bessent parlava, a ovest dello stesso Stretto restavano invece ferme oltre 3.200 navi provenienti dal resto del mondo, almeno secondo una stima formulata in un documento elaborato dall’Organizzazione marittima internazionale (Imo) e che sarà discusso oggi a Londra, in una riunione straordinaria. Abbandonato a se stesso, sembra che il settore dello shipping si stia riorganizzando per conto suo, in modo da liberarsi dalla trappola di Hormuz.

A partire da lunedì, cinque navi che trasportavano petrolio e gas e con il segnale satellitare Ais acceso sono riuscite a transitare dallo Stretto. Fra queste, la prima è stata la petroliera Karachi, battente bandiera pachistana, che ha navigato seguendo una rotta insolita, a ridosso delle coste iraniane. La nave si è infilata tra le isole di Larak e Qeshm, per poi virare a sud e riprendere la navigazione consueta costeggiando l’Oman. Anche le altre hanno seguìto lo stesso percorso, tra cui due navi gasiere indiane, la Nanda Devi e la Shivalik, e un altro cargo battente bandiera liberiana, la Minoan Sky. Il motivo di questa rotta anomala potrebbe essere la necessità degli iraniani di identificare visivamente la nave prima di concederle il  passaggio. Per farlo, il modo più semplice è intimare alle imbarcazioni di avvicinarsi alla costa, evitando di spingersi troppo al largo trasformandosi in bersagli per gli americani e gli israeliani. “Sembra trattarsi di un processo di verifica mediante il quale l’Iran conferma che la proprietà, il carico e la nave non siano statunitensi, o appartengano a soggetti ai quali l’Iran ha concesso il transito”, ha detto Martin Kelly, capo della società di consulenza Eos Risk Group. Michelle Wiese Bockmann, analista di Windward, ha scritto in una nota che si può parlare di “un nuovo trend. Quasi tutte le navi avevano fatto scalo al porto iraniano Imam Khomeini, molte avevano legami con la Cina. E la strana rotta lascia pensare che il resto dello Stretto  sia effettivamente minato”.

Quella a cui si sta assistendo ha i connotati di una trattativa riservata portata avanti con l’Iran per permettere a determinate navi di passare. Fino alla settimana scorsa, i passaggi nello Stretto erano stati prevalentemente di navi iraniane, greche e cinesi – quasi tutte con Ais spento. Il Financial Times ha scritto che anche i governi di Italia e Francia hanno avviato trattative con Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz, ma Roma e Parigi hanno smentito. Ora  altri paesi, quelli asiatici in particolare che sono più dipendenti dai traffici provenienti dall’Iran, stanno tentando la strada negoziale. “Questo crea un sistema in cui lo Stretto non è formalmente chiuso, eppure il transito dipende sempre più da intese politiche con Teheran”, ha spiegato in una nota Natasha Kaneva, analista di JPMorgan Chase & Co.

Se il settore petrolifero coltiva un parziale sollievo, quelli bancari e assicurativi restano cauti. La Lloyd’s Market Association, che rappresenta le maggiori compagnie assicurative internazionali, dice al Foglio di non avere informazioni riguardo a eventuali trattative in atto con il governo iraniano. Un altro gigante nel settore assicurativo marittimo, la norvegese Gard, invece non ha smentito. Con i premi ormai saliti al 5 per cento del valore della nave assicurata, le compagnie marittime lasciano che i cargo restino alla larga dallo Stretto. Guardando la mappa di Marine Traffic e filtrando le petroliere e le gasiere si nota come nel Mare Arabico si sia creato un imbuto, con le navi bloccate, ma sempre in movimento sebbene a ridottissima velocità per evitare di diventare bersagli dei missili iraniani. 

Ma se pure questo “sistema”  dovesse entrare a regime, sarebbe tutto da verificare l’effetto sulla ripresa dei traffici a Hormuz. I transiti medi a febbraio erano di oltre 60, mentre il 15 marzo solo tre navi sono riuscite a passare. La soluzione delle trattative spot potrebbe essere alternativa a quella militare. Dopo il rifiuto dei paesi europei e asiatici a contribuire con le proprie fregate alla riapertura dello Stretto, lunedì anche il segretario generale dell’Imo, Arsenio Dominguez, ha dichiarato che scortare le navi “non è una soluzione sostenibile a lungo termine”. Con un prezzo del greggio a 104 dollari, Bloomberg non si aspetta per i prossimi 30 giorni oscillazioni eccessive nel caso in cui la chiusura di Hormuz dovesse continuare. Diversa sarebbe la situazione con una chiusura di tre mesi, con il prezzo al barile atteso a 165 dollari. Mentre Israele e Stati Uniti bombardano, la strategia di Asia ed Europa sembra essere quella di negoziare un accordo durante quest’arco di tempo concesso dai mercati. 

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.