il linguaggio del ricatto

Trump chiede alla Cina di intervenire, l'Iran la vuole al suo fianco

Giulia Pompili

A due settimane dall’incontro di Pechino il presidente americano minaccia il rinvio se la Cina non aiuterà a riaprire Hormuz. Pechino prende tempo tra crisi energetica, tensioni su Taiwan e cautela per non essere trascinata nel conflitto con l’Iran

Mancano due settimane all’atteso vertice fra il presidente americano Donald Trump e il leader cinese Xi Jinping a Pechino, l’incontro fra i due uomini più potenti del mondo a capo delle due maggiori economie del mondo, eppure tutto è ancora in bilico. Domenica con le sue dichiarazioni al Financial Times Trump ha usato con Pechino lo stesso linguaggio che usa con i suoi alleati della Nato, cioè il linguaggio del ricatto: ha detto che forse rinvierà il vertice, se Xi non dovesse acconsentire alla sua richiesta di contribuire a riaprire lo Stretto di Hormuz alla navigazione entro i prossimi quindici giorni.

 


E’ una sorpresa, perché finora il capo della Casa Bianca era stato particolarmente condiscendente con Pechino, da TikTok all’alleggerimento delle restrizioni sull’export di chip, puntando tutto sulla sua relazione personale con Xi Jinping e su Scott Bessent, segretario al Tesoro americano e agnello sacrificale dell’accordo commerciale fra America e Cina – forse non per caso un dossier toccato solo da lui e non dalla coppia negoziale Steve Witkoff (l’inviato speciale di Trump) e Jared Kushner (il genero di Trump), e quindi declassato a un negoziato puramente commerciale. E’ stato proprio Bessent ieri a dire che se il presidente rinvierà il suo viaggio in Cina sarà esclusivamente perché avrà da fare a Washington o a Mar-a-Lago per via della guerra in Iran. Il segretario al Tesoro in questi giorni sta rimediando sia alle dichiarazioni ricattatorie di Trump su Hormuz sia a uno sgarbo americano fatto al programmatico cerimoniale di Pechino: da giorni si parla di una certa insofferenza al Zhongnanhai, il compound della leadership del Partito comunista cinese, perché fino all’altro ieri nessuno a Washington rispondeva alle richieste di incontri preparatori al vertice di fine marzo. E così ieri Bessent è volato a Parigi, dove ha incontrato in tutta fretta il vicepremier cinese He Lifeng e il capo negoziatore commerciale Li Chenggang. Il sesto round di colloqui si è concluso con comunicati piuttosto stringati, ma la parte cinese ha ribadito più volte l’importanza del viaggio di Trump in Cina – tanto che ieri il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, a una domanda su come farà il segretario Marco Rubio a viaggiare con Trump se ancora sotto sanzioni da parte di Pechino, ha risposto: ma no, quelle erano solo per il suo ruolo di senatore. Wendy Cutler, vicepresidente dell’Asia Society Policy Institute ed ex vicerappresentante del Commercio americano, ha spiegato che “il rinvio potrebbe anche rappresentare in qualche modo un sollievo per entrambe le parti”,  vista la poca preparazione, ma nonostante i piccoli progressi sull’import promesso da Pechino, certi sviluppi “sottolineano la fragilità dei recenti sforzi di stabilizzazione della relazione”.

 


Per la Repubblica popolare cinese la guerra in Iran, la crisi nel Golfo e nello Stretto di Hormuz si sommano a ulteriori instabilità legate alla guerra del Pakistan contro l’Afghanistan dei talebani. E interferiscono con l’agenda di Xi Jinping creando scompiglio nella rigida programmazione del ministero degli Esteri guidato da Wang Yi. Nelle ultime due settimane, per ragioni ancora poco chiare, gli aerei militari cinesi che fanno pressione militare contro Taiwan erano scomparsi (solo gli aerei, non le navi da guerra). Domenica all’improvviso sono tornati, ha fatto sapere la Difesa di Taipei, quando attorno all’isola hanno volato circa 26 caccia – quasi quanto i trenta del 25 febbraio scorso. Il calo ha coinciso con le cosiddette “Due sessioni”, il principale appuntamento politico annuale della Cina, ma molti analisti, tra cui l’ex analista della Cia Dennis Wilder, spiegano che dietro all’allentamento della pressione militare forse c’era anche un tentativo da parte di Pechino di moderare la tensione in vista dell’arrivo di Trump. Un segnale che sembra già cambiato durante il fine settimana. 

 


Ieri l’Ufficio nazionale di statistica di Pechino ha risposto implicitamente alla richiesta di aiuto del presidente americano nel garantire passaggi sicuri nello Stretto di Hormuz, dicendo che la Repubblica popolare ha sufficienti riserve e che “l’approvvigionamento energetico cinese è relativamente solido”. Secondo i dati di tracciamento navale di Lloyd’s List Intelligence dopo un picco di transiti il 10 marzo e una serie di attacchi alle navi di passaggio il giorno successivo, il traffico attraverso Hormuz è rallentato in modo significativo anche per le navi ufficialmente collegate alla Cina. Restano solo i transiti delle navi di proprietà opaca. Pure l’offerta dell’Iran di pagare il petrolio che passa per lo Stretto in yuan viene considerata “poco praticabile” da Lloyd’s List, ma il segnale di un’azione più politica: l’Iran vorrebbe coinvolgere ufficialmente Pechino nel conflitto, ma la Cina non si fida, anche perché minerebbe il suo complicato rapporto con Washington. E’ anche per questo che l’altro ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto a MS Now che la Cina, insieme alla Russia, sta aiutando l’Iran in diversi modi, anche fornendo “cooperazione militare”. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.