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in spagna

Il Partito popolare vince in Castiglia e León. Ma resta il nodo della governabilità

Marcello Sacco

Domenica scorsa questo pezzo di Spagna vuota è andato a eleggere il proprio governatore e il parlamento regionale, e la vera notizia è che stavolta dalle urne non sono emerse grosse novità

Quando si parla della Comunità autonoma di Castiglia e León si suole ripetere una serie di dati e luoghi comuni tutt’altro che immaginari, anzi, assolutamente fattuali e anche piuttosto noti agli spagnoli, forse meno agli stranieri. La regione occupa il 20 per cento della superficie della Spagna ed è più grande di paesi (presi individualmente, ovvio) come Portogallo, Ungheria, Austria o tutta l’isola d’Irlanda. Eppure, con meno di 2 milioni e mezzo di abitanti, ha solo il 5 per cento della popolazione spagnola e rappresenta forse meglio di tutte quella che un saggio di Sergio Del Molino di qualche anno fa definiva “la Spagna vuota”, definizione che ha poi goduto di notevole fortuna anche nel gergo politico e giornalistico. Dunque, prevalenza dell’attività agricola (il contributo del settore primario al Pil regionale è doppio rispetto alla media nazionale) e alto tasso di emigrazione giovane e qualificata, favorita dai buoni indici di scolarità e di sviluppo umano.

Domenica scorsa questo pezzo di Spagna vuota è andato a eleggere il proprio governatore e il parlamento regionale, e la vera notizia è che stavolta dalle urne non sono emerse grosse novità: vince il Partito popolare (Pp), che governa da 39 anni (cioè dalla vittoria, nel 1987, di José María Aznar, che da qui iniziò la sua scalata al potere), il Partito socialista (Psoe) blocca l’emorragia di voti e si conferma secondo, mentre Vox non cresce tanto come lo si era visto crescere alle recenti elezioni in Estremadura e Aragona. Più in dettaglio, il Pp del governatore in carica, Alfonso Mañueco, sale al 35,4 per cento e passa da 31 a 33 seggi, il Psoe va da 28 a 30 seggi con circa il 30 per cento dei voti, e Vox passa da 13 a 14 seggi con il 18,9 per cento, quindi sotto la soglia psicologica del 20 per cento. Il resto ai partiti regionali minori.

Rimane il nodo della governabilità, visto che la maggioranza è a 42 seggi. Il Pp spera che il rallentamento dell’onda lunga di Vox spinga il partito di estrema destra a più miti consigli, magari sbloccando anche le situazioni di stallo in Aragona e in Estremadura, dove Vox è l’ago della bilancia e finora non ha facilitato il dialogo con il centrodestra, mentre anche i candidati socialisti, tutti appartenenti all’ortodossia “sanchista”, rifiutano l’apertura al Pp. Ma la novità in Castiglia e León forse è proprio questa. Il leader socialista locale, Carlos Martínez, non ha rapporti chiacchierati (e indagati) con il fratello di Pedro Sánchez, come il Miguel Ánguel Gallardo sonoramente battuto in Estremadura; né è stato ministro, come la Pilar Alegría sconfitta in Aragona. O come María Jesús Montero, che di Sánchez è la vicepresidente nonché superministra delle Finanze e a giugno scenderà in campo per le regionali nella sua Andalusia. Martínez fa il sindaco a Soria, città di 40 mila abitanti dove anche il poeta Antonio Machado, dopo la dolcevita fra Madrid e Parigi, scoprì la solitudine desertica dei “campos de Castilla”. Da sindaco, Martínez ha osato criticare il recente accordo sul finanziamento regionale, cucinato proprio dal ministero di Montero e servito su un vassoio agli indipendentisti catalani di Esquerra Republicana, che premia le regioni “virtuose”, cioè più ricche, nella redistribuzione delle imposte. Una cosa poco di sinistra che imbarazza gli ammiratori del Sánchez internazionale, amanti del premier duro con Trump.

A proposito, il posizionamento locale sui temi internazionali sembra aver premiato il Psoe contro gli altri partiti di sinistra, che scompaiono dal parlamento regionale lasciando i socialisti più forti ma più soli, e penalizzato Vox, ciecamente trumpiano su tutta la linea. Un altro vecchio slogan, magari qualunquista ma molto in voga da quelle parti, vuole appunto “meno Siria e più Soria”. Queste elezioni regionali hanno dimostrato che il potere logora chi il potere locale non ce l’ha. Ora occhi puntati sull’Andalusia, per unire i puntini e capire se c’è davvero, nei vari elettorati regionali, l’intenzione di punire il governo centrale.

 

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