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dopo l'attacco

Il drone da 30 milioni distrutto nella base italiana in Kuwait. Missione a rischio. Parla il generale Camporini

Federico Giorgetti

Il raid delle milizie filoiraniane ha colpito il settore italiano della base militare di Ali Al Salem. L'Aeronautica militare italiana perde un gioiello tecnologico da trenta milioni di euro per la sorveglianza strategica. E ora la missione contro l'Isis in corso dal 2014 e che coinvolge 84 paesi è in dubbio

Domenica mattina il settore italiano della base militare Ali Al Salem, in Kuwait, è stato colpito da un drone kamikaze. Dalle prime ricostruzioni sembra che l'attacco sia partito dalle milizie filoiraniane operanti nella regione che sono riuscite a penetrare le difese aeree. Nell'esplosione nessun soldato italiano è rimasto ferito, ma è stato distrutto un drone dell'Aeronautica militare italiana, modello MQ-9A Reaper (Predator-B) di produzione statunitense. Una perdita da quasi trenta milioni di euro. Spesso tendiamo a identificare i droni come piccoli oggetti volanti che costano qualche decina di migliaia d'euro. E in parte è così: la stragrande maggioranza dei droni utilizzati dagli ucraini contro la Russia fanno parte di questa "famiglia". Ma il modello italiano che è stato distrutto in Kuwait non riguarda un semplice velivolo telecomandato, ma un sistema d'arma e sorveglianza strategico avanzato. "È un sistema di ricognizione estremamente raffinato", dice al Foglio Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica. "L'Italia ne ha sei e sono macchine che l'Aeronautica ha imparato a usare molto bene", continua il generale. Infatti non sono tecnologie nuove. "No, l'Aeronautica ha sempre utilizzato i famosi Predator. I Reaper sono semplicemente la versione modernizzata e potenziata dei Predator. Riesce a raccogliere tutta una serie di informazioni utili per la sorveglianza".

 

A tale scopo un Reaper può raggiungere i quindici chilometri di altitudine durante le sue operazioni. Per intenderci: un volo di linea qualsiasi arriva a dieci. Ha inoltre un'autonomia di ventiquattro ore con a bordo radar in grado di visualizzare lo scenario anche attraverso le nuvole, telecamere che identificano una singola targa da dieci chilometri di distanza e sistemi di protezione contro il disturbo elettronico. Può essere pilotato anche dall'altra parte del mondo via satellite, il che però richiede antenne e hardware costosissimi. Anche le dimensioni non sono da meno: un Reaper è lungo undici metri, largo quasi quattro e con un'apertura alare di venti metri. Insomma, un costo elevato ma per prestazioni uniche. 

  

Dopo l'attacco alla base italiana di giovedì scorso a Erbil, nel Kurdistan iracheno, potremmo cominciare a parlare di azioni mirate. "È un attacco contro le presenze straniere nella regione in generale - dice Camporini - a prescindere dal fatto che siano italiani o meno. È chiaro che l'aggressione che ha subito l'Iran ha scatenato una reazione nei confronti di tutti coloro che non fanno parte della comunità locale e che sono però all'interno dell'area". Nulla di personale, insomma. "No, nessun intento preciso contro il nostro paese". I contingenti in Iraq e in Kuwait erano già stati alleggeriti: nella base militare italiana del Kuwait si era già passati da trecentoventi militari a ottanta, mentre in quella irachena da cinquecento a qualche decina. Gli sviluppi ora sembrano incerti. "È difficile prevederlo ora. Questa era una base kuwaitiana, dove ci sono reparti americani prevalentemente dedicati al trasporto e il nostro distaccamento che vedeva la presenza di Eurofighter, un caccia intercettore pilotato, un tanker, ovvero un grosso aereo progettato per trasportare enormi quantità di carburante e trasferirlo ad altri velivoli mentre sono in volo e i Reaper". Erano lì per una operazione militare? "Sì, un'operazione nata nel 2014 da due risoluzioni delle Nazioni Unite, si chiama 'Inherent Resolve'". È la missione a guida statunitense nata per contrastare l'Isis. "Partecipano alla missione ottantaquattro paesi, una coalizione di paesi molto ampia che aveva l'obiettivo di stabilizzare e ricostruire l'area. Ora non so che fine farà questa missione internazionale".