La guerra e gli Usa

Il generale e l'ammiraglio da ascoltare per decifrare l'America oltre gli show di Hegseth e Trump

Paola Peduzzi

Il capo del Centcom Brad Cooper e il capo di stato maggiore Dan Caine sono gli uomini del Pentagono che gli analisti hanno imparato a guardare per capire davvero cosa gli americani hanno intenzione di fare nel conflitto con l'Iran

Il Pentagono ha mobilitato un’unità dei marines e altre navi da guerra in medio oriente – ha scritto ieri il Wall Street Journal – dando seguito alla richiesta del Centcom, il comando centrale delle Forze armate americane, guidato da Brad Cooper, ammiraglio dalla grande esperienza che ha passato i suoi anni nella base in Bahrein a osservare e preparare questo momento. Fino a cinquemila uomini e la Uss Tripoli, di stanza in Giappone, sono diretti verso lo Stretto di Hormuz, secondo tre fonti anonime che hanno parlato con il quotidiano americano: non c’è una conferma ufficiale del Pentagono ma per capire come si muovono gli Stati Uniti nella guerra contro il regime iraniano gli esperti hanno imparato a guardare quel che fanno e dicono il capo di stato maggiore, il generale Dan Caine, e l’ammiraglio Cooper: il primo parla poco e chiaro – e non dimentica di ricordare le vittime – e il secondo, se può, non parla proprio. 

Caine è puntuale e compassionevole nel riferire sull’andamento della guerra, anche se dovendo dividere il palco con il capo del Pentagono, il perentorio e narciso Pete Hegseth, molte delle informazioni che fornisce vengono ignorate. Caine – che ha iniziato il suo intervento ricordando i sei soldati morti nell’incidente aereo in Iraq giovedì – ha detto che lo Stretto di Hormuz “è un luogo tatticamente complesso” e che il regime iraniano “ha ancora la capacità di colpire le forze amiche e le navi commerciali”: ci si muove con cautela e determinazione, ha detto il generale, dando la priorità alle mine disseminate dalle forze iraniane oltre che ai missili, mantenendo “la scala corretta” dell’intervento, perché “vogliamo muoverci in modo sicuro e intelligente”. La mobilitazione che avrebbe richiesto l’ammiraglio Cooper è coerente con questo approccio: in un videomessaggio mercoledì, Cooper ha detto che “la forza di combattimento dell’America si sta costruendo, mentre quella dell’Iran si sta erodendo” e che l’obiettivo è “eliminare la capacità dell’Iran di esercitare la propria forza contro gli americani e contro i paesi vicini”. Nel 2021, l’ammiraglio era stato nominato comandante delle forze navali americane in medio oriente, con base in Bahrein, e da lì ha controllato il traffico di armi dall’Iran ai gruppi affiliati nella regione, mentre tesseva la cooperazione militare con i paesi del Golfo e Israele all’interno degli Accordi di Abramo. Cooper ha anche costruito la Task Force 59, l’unità d’élite che, con l’intelligenza artificiale e mezzi d’avanguardia, costituisce gli occhi e le orecchie degli americani nel Golfo. Una volta arrivato in Florida a capo del Centcom l’anno scorso, la sua prima decisione è stata quella di dispiegare nella regione mediorientale una flotta di droni ispirati proprio agli Shahed iraniani, che sono stati utilizzati all’inizio dell’operazione Furia epica.

Gli esperti si segnano quel che il generale e l’ammiraglio dicono perché è forse l’unico modo per decifrare quel che gli americani hanno intenzione di fare nel conflitto contro l’Iran. Attorno a loro ci sono toni prepotenti e dichiarazioni contraddittorie, oltre alle ossessioni personali dei vari oratori. Nelle sue ultime dichiarazioni, il presidente Donald Trump ha detto che l’Iran sta per arrendersi, che se lo sentirà nelle ossa quando è il momento di fermarsi, che forse la Russia sta aiutando “un pochino” l’Iran ma non c’è da preoccuparsi, che gli Stati Uniti non hanno bisogno dell’aiuto ucraino per difendersi perché “noi sappiamo più di tutti in fatto in droni, abbiamo i droni migliori del mondo” (ma il segretario all’Esercito, Dan Driscoll, ha detto che sono stati inviati in medio oriente diecimila droni intercettori sviluppati in Ucraina), che tutto va per il meglio e che l’America sta vincendo. La vittoria è il leitmotiv anche di Pete Hegseth, che si è preso la scena di questa operazione militare – pretende anche la luce migliore, per questo ha bandito i fotografi esterni al Pentagono dalle sue conferenze stampa – e zittisce chiunque metta in discussione strategia e coerenza americane. Hegseth dice che “c’è poco da preoccuparsi” per la chiusura dello Stretto di Hormuz, che è chiuso “soltanto” perché gli iraniani sparano missili, che se ci sarà bisogno si forzerà il blocco, che la capacità militare del regime iraniano è annichilita, che gli esponenti del regime si nascondono “come fanno i topi”, che la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, è “ferita e probabilmente sfigurata”, che non ci sarà clemenza per i nemici dell’America (ha detto “no quarter, no mercy”, e quel “no quarter” ha fatto sobbalzare parecchie persone) e che gli attacchi si intensificheranno ancora. Alle critiche, in particolare quelle riportate dalla Cnn secondo cui gli Stati Uniti hanno sottovalutato la rappresaglia iraniana nello Stretto di Hormuz, Hegseth ha risposto che è tutto falso e che i media tradizionali non riescono ad accettare che questa Amministrazione sta vincendo. L’unica sintesi possibile sta nella moderazione dei tecnici, e forse quando Hegseth dice che c’è un piano per ogni evenienza ci sta confermando che bisogna ascoltare chi i piani li prepara, come il generale Caine e l’ammiraglio Cooper.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi