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violazioni o deroghe, una discussione politicizzata
Il diritto internazionale senza un potere che dovrebbe farlo rispettare
Violazioni o deroghe, una discussione politicizzata. Ecco perchè è necessario avere fiducia nella capacità della ragione umana
A giudicare da come oggi si affrontano le questioni morali e politiche più scottanti si direbbe che siamo di fronte a dibattiti che sembrano fatti apposta per non finire mai, tanto è evidente l’incapacità dei contendenti di riflettere sulle proprie ragioni e sulle ragioni altrui. Con argomenti più o meno sofisticati, la ragione serve soltanto a sostenere la tesi che si è preliminarmente scelta come propria, non a vagliarne la consistenza. Di conseguenza più le questioni sono spinose e più si ha la sensazione che non esistano mezzi razionali per trovare un accordo. Un esempio eloquente in proposito lo abbiamo nel modo in cui in questi giorni viene raccontata la guerra in Iran e la relativa violazione del diritto internazionale da parte di Stati Uniti e Israele.
In sintesi possiamo facilmente individuare due strategie argomentative tra di loro antagoniste: da un lato si sostiene che la guerra è la risposta legittima alla minaccia rappresentata da uno stato teocratico e criminale sul punto di dotarsi della bomba atomica, che non esita a sparare per strada ai suoi oppositori; dall’altro si sostiene invece che la guerra all’Iran è soltanto una palese violazione del diritto internazionale, simile a quella perpetrata dalla Russia nei confronti dell’Ucraina, e che quindi i criminali sarebbero Donald Trump e Benjamin Netanyahu.
Ciò che immediatamente colpisce in queste due argomentazioni è la loro incommensurabilità. Coloro che sostengono la prima disprezzano coloro che sostengono la seconda e viceversa. Gli uni tendono a giustificare l’intervento armato in Iran, gli altri lo considerano un crimine. Difficile che gli uni riconoscano qualche buona ragione alla posizione degli altri. Una cieca e virulenta passione politica sembra avere il sopravvento su tutto, col risultato di aggiungere alla guerra vera, che da qualche giorno si combatte in Iran e nelle regioni limitrofe, una guerra sulla sua interpretazione etico-politica, certamente meno cruenta ma comunque capace di generare danni molto gravi sul tessuto sociale e culturale dei nostri paesi. In Italia, ad esempio, la prima strategia argomentativa è fatta propria dai partiti di governo, la seconda dai partiti d’opposizione. In generale si potrebbe dire che gli uni peccano di cinismo, gli altri di astrattezza. Ma in realtà temo che gli uni e gli altri siano semplicemente una voce in un coro, quello del mondo attuale, che sembra aver smarrito ogni criterio di giudizio politico e morale che non sia il semplice tornaconto della propria parte. Per questo le due posizioni appaiono incommensurabili e le discussioni interminabili in linea di principio. La ragione non rappresenta più un criterio per vagliare ragioni e torti dell’una o dell’altra posizione, giacché si è come preliminarmente (forse inconsciamente) stabilito che vale soltanto ciò che porta acqua al proprio mulino. Politicamente parlando, ha ragione chi vince. Punto.
Eppure, anche politicamente parlando, non è detto che sia del tutto controproducente uscire da questa logica dell’incommensurabilità, riprendendo l’antica logica del dialogo razionale. Sostenere, ad esempio, che si è attaccato l’Iran per impedirgli di dotarsi della bomba atomica non è di per sé un’argomentazione criminale, specialmente se consideriamo che tipo di stato è l’Iran, chi lo governa e quanto delicata è la regione mediorientale nella quale è collocato. Ma lo sarebbe senz’altro se, poniamo, risultasse che il pericolo della bomba è soltanto un’invenzione degli americani e degli israeliani, un pretesto per fare i loro affari. Quanto alla violazione del diritto internazionale, indubbiamente c’è stata, ma, posto che effettivamente gli iraniani fossero vicini alla costruzione della bomba atomica, forse è meno grave di quanto si pensi. Trump e Netanyahu non rappresentano certo un modello di leadership politica affidabile. Al contrario. Trump che si fa benedire alla Casa Bianca da uno stuolo di pastori evangelici è una delle immagini esteticamente più disgustose e politicamente più inquietanti che abbia visto in questi ultimi tempi. Per non parlare di ciò che ha combinato con l’Ice in Minnesota o di ciò che Netanyahu ha fatto a Gaza. Ma tutto questo non può diventare un motivo per condannare a priori il loro intervento armato in Iran. Qui non si tratta di esportare la democrazia, che sarebbe semplicemente un’idiozia; si tratta piuttosto di capire se effettivamente esiste il pericolo della bomba atomica. In questo caso infatti l’evidente violazione del diritto internazionale potrebbe anche avere qualche giustificazione. Ma appunto di questo bisognerebbe eventualmente discutere. D’altra parte, in quanto diritto fortemente politicizzato che manca però di un potere che dovrebbe farlo rispettare, il diritto internazionale corre spesso il rischio di essere ignorato o che se ne faccia un uso meramente retorico. Fino a ieri sembrava che le cosiddette grandi potenze, Stati Uniti in testa, volessero in qualche modo rispettarlo e farsene garanti. Oggi certamente non più. Dobbiamo per questo sperare in uno Stato Mondiale? O siamo di fronte a un diritto, che per usare un’espressione di Geremia Bentham, non è altro che un “nonsens upon stilts”, un non senso sui trampoli, che si fa avanti altezzoso e sublime, ma fragile e traballante nei suoi fondamenti e nella sua realizzazione?
Ridotto all’osso, per evitare lo stato mondiale e il non senso di cui parla Bentham, credo che sia necessario quanto meno un sussulto culturale in termini di fiducia nella capacità della ragione umana, non di risolvere, ma di districarsi nella complessità del mondo. Se, come stiamo facendo oggi, riduciamo il discorso razionale a una “tecnica” al servizio di una posizione politica o morale che, a sua volta, non può essere discussa razionalmente, non abbiamo via di scampo: vincerà il più forte, cosa che generalmente accade comunque, ma pretenderà anche di avere ragione.