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viltà mascherata di buoni sentimenti

Essere buoni ed essere nel giusto non sono la stessa cosa. Appunti per l'Europa

Michele Silenzi

Siamo divenuti incapaci di pensare che esistono situazioni che non possono essere risolte senza passare attraverso il disastro di un conflitto armato. E che solo dopo quel conflitto il sole potrà tornare a spuntare, come alla fine sempre accade

L’opportunistico pacifismo di maniera di cui si ammanta una buona parte dei politici “dem e progressisti” italiani ed europei in questi drammatici giorni di guerra sono una misura clamorosa dell’assoluta inettitudine politica, intesa come l’ambito in cui si decide, della nostra Europa. “Siamo per i diritti del popolo iraniano, ma non per le bombe”. “Non smetteremo di denunciare le violenze del regime, ma senza intervenire”. “Daremo tutto il sostegno morale per la liberazione del popolo, ma pacificamente”. Chiacchiere. Sciocchezze. Vergognosi slogan per ammiccare al proprio elettorato strainfiacchito. Chi ha la forza la usa per fare ciò che deve: mantenere la propria libertà, proteggere il proprio popolo, continuare ad esistere. Altrimenti cosa fa la politica? Si riduce, sostanzialmente, a mera assistenza sociale in attesa della fine. Una specie di amministrazione di un mega reparto geriatrico.

 

Israele, invece, usa la forza per fare ciò che deve. Facendo questo aiuta un altro popolo a liberarsi. Può andare bene, può andare male. E’ la realtà della guerra che l’Europa non è più in grado di fare perché non è più pronta ad alcun tipo di sacrificio, figuriamoci alla morte e alla tragedia che è insita nella guerra. La parte maggioritaria di politici e commentatori eccitano il loro narcisismo etico stracciandosi le vesti per “la follia” di Trump, per la “violenza” di Netanyahu sovrapponendo interamente la sensazione di essere buoni con la percezione di essere nel giusto. Questa confusione/sovrapposizione tra la sensazione di essere buoni e quella di essere nel giusto è probabilmente il principale disastro interpretativo dell’occidente contemporaneo. Siamo divenuti incapaci di pensare che possa esistere, in circostanze straordinarie, la necessità della guerra, con la conseguente tragedia della morte catastrofica portata dai conflitti. Siamo divenuti incapaci di pensare che esistono situazioni che non possono essere risolte senza passare attraverso il disastro di un conflitto armato. E che solo dopo quel conflitto il sole potrà tornare a spuntare, come alla fine sempre accade, per tutti gli attori in campo, mentre altri saranno morti e se ne coltiverà la memoria. E’ accaduto dopo la più grande tragedia della storia, la Seconda guerra mondiale, accadrà ancora.

 

Siamo incapaci di pensare che ci si possa trovare dinanzi a un nemico assoluto che va annientato per poter vivere in pace. Esistono situazioni limite in cui la guerra è una necessità. Ma bisogna essere in grado di decidere per rispondere adeguatamente a questa necessità. Per Israele l’attacco all’Iran degli ayatollah è una tale necessità, perché la minaccia è costante e mortale. Un’occasione come quella attuale, una congiuntura storica unica (Trump alla Casa Bianca, la vicinanza con i Paesi arabi come mai prima, la Russia sommersa in un altro conflitto) potrebbe non ripresentarsi prima che l’Iran sia in grado di aggredire in maniera letale Israele. Netanyahu, molto più di Trump, è colui che si è trovato nella posizione di decidere e ha fatto ciò che un politico deve fare: decidere, appunto. La decisione radicale, che cambia il corso degli eventi, è ciò che costituisce l’essenza del politico. E’ di per sé qualcosa di enorme e insieme tragico, perché non esiste in tale situazione la possibilità che la decisione dia somma zero. Qualcuno vincerà, qualcuno perderà e nel percorso che conduce a questi esiti molti cadranno.

 

Netanyahu incarna il peso colossale di questa decisione che lo consegnerà alla storia, vedremo se nel bene o nel male. Il giudizio dipende quasi sempre dal risultato, ma la decisione di certo richiede coraggio. La decisione del politico non si interroga sull’astratta categoria della bontà “in assoluto” della propria azione. Si interroga sulla sua efficacia per raggiungere l’obiettivo prefissato in base al mandato ricevuto in maniera democratica. E in questo caso l’obiettivo è chiarissimo: la distruzione del nemico che vuole distruggerti, la protezione dei propri cittadini, la sicurezza del proprio Stato. Poi, è ovvio, dinanzi alla decisione necessaria si può sempre scegliere la via della codardia e del consenso internazionale. In Europa non possiamo più capire tutto ciò. Nessun politico, oggi, qui, sarebbe in grado di farsi carico del peso tragico della decisione, del peso della morte per difendere la propria identità, il proprio popolo, la propria libertà. Del resto, l’indecisione europea dinanzi alla guerra che è venuta a bussarle dentro casa, l’ovvia impossibilità tanto di combattere quanto di fare la pace, mostra la verità di questo fatto al di là di ogni possibile smentita, e oltre ogni viltà mascherata di buoni sentimenti.

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