Un gruppo di peshmerga del Pdki sulle montagne del Kurdistan (foto Getty)

"pronti a combattere"

“Aspettiamo che l'Iran diventi uno stato fallito per attaccare", ci dicono i peshmerga

Luca Gambardella

“Colpire solo i leader del regime non basta. L’Iran non è il Venezuela”. Intervista ad Aso Saleh, portavoce del più grande partito armato del Kurdistan iraniano

Se c’è qualcuno convinto almeno quanto gli americani e gli israeliani che l’operazione Furia epica  sia “l’occasione senza scelta”, quella unica nella vita per sollevare i pasdaran, bisogna andarlo a cercare tra le montagne che dividono l’Iraq dall’Iran. E’ lì che i peshmerga iraniani aspettano il loro momento per entrare in azione, per aprire un altro fronte direttamente all’interno dell’Iran. Nei giorni scorsi, la Cnn aveva riferito di una rivolta interna al paese foraggiata dalla Cia, con i peshmerga a fare da capofila. “Siamo sempre in contatto con questa Amministrazione americana, così come lo siamo stati con le precedenti”, dice al Foglio Aso Saleh, portavoce del Partito democratico del Kurdistan iraniano (Pdki).  “Noi siamo pronti. Siamo armati, siamo addestrati, abbiamo già sconfitto l’Isis. Il grosso delle nostre forze è nel Kurdistan iraniano. Ora aspettiamo solamente che il regime diventi uno stato fallito. A quel punto entreremo in azione”. 

 

 

Il Pdki è il gruppo politico e militare curdo più grande dell’Iran, fondato nel 1945 e ovviamente considerato illegale dal regime, che da quasi mezzo secolo adotta politiche repressive nei confronti dei curdi. “Fino a qualche anno fa tra le nostre file potevate trovare soprattutto persone della classe media. Ora invece c’è di tutto, dall’operaio allo studente con il dottorato”, dice il portavoce del partito armato.  

Sulla fattibilità dell’avanzata curda in Iran si è aperto un dibattito che lascia aperta ogni opzione. Guardando la mappa dei bombardamenti di queste prime settimane di guerra, si vede che un quinto di questi ha colpito le postazioni curde alla frontiera con l’Iraq. Alcuni osservatori lo interpretano come il segnale che gli americani e gli israeliani – questi ultimi soprattutto vantano rapporti molto stretti con i curdi – stiano preparando il terreno per un’avanzata di terra. I pasdaran temono questa prospettiva e rispondono con attacchi massicci contro i curdi: “Negli ultimi giorni l’offensiva del regime e delle milizie filoiraniane contro le nostre postazioni è più forte. Sono stati presi di mira sia obiettivi militari sia civili. Per la verità non è una novità, siamo stati sempre presi di mira dal regime ma ora, con l’inizio della guerra, qualcosa è cambiato nel modo in cui Teheran ci guarda”.  

 

 

Prima ancora che i bombardamenti di israeliani e americani iniziassero a colpire l’Iran, sei partiti armati curdo-iraniani hanno forgiato un’alleanza denominata Coalizione delle forze politiche del Kurdistan iraniano, uno slancio unitario del fronte curdo per tentare di approfittare della crisi del regime. “E’ arrivato il momento di unirci, di difendere il nostro popolo, di strutturare la nostra organizzazione con l’obiettivo politico di creare un Kurdistan federale”, dice Saleh. “Vogliamo una democrazia, che secondo noi non può che passare dalla devoluzione dei poteri. Perché oltre a noi ci sono altre regioni dell’Iran che devono restare autonome, il Beluchistan per esempio”. 

Ma in questa galassia di partiti e gruppi armati, i curdi dell’Iran non sono un blocco monolitico. Alcuni, soprattutto quelli che in questi anni non si sono dotati di strutture militari, hanno paura della ritorsione dei pasdaran. Altri, soprattutto dall’altra parte del confine, nel Kurdistan iracheno, non intendono muoversi per ragioni politiche. C’è per esempio Bafel Talabani, leader dell’Unione patriottica del Kurdistan, che si è sempre espresso con molto scetticismo sulla fattibilità di un intervento curdo. “Non è la nostra guerra”, ha detto ieri intervistato dall’emittente britannica Channel 8. “Il Kurdistan è terrificato dai bombardamenti iraniani e non credo che i curdi siano in grado di lanciare da soli un’operazione di terra per sollevare il regime”. Alcuni giorni fa, Talabani aveva anche ricevuto una telefonata dal presidente americano Donald Trump, che apparentemente tastava il terreno per capire se i curdi iracheni siano pronti a intervenire. “Loro hanno paura delle milizie sciite, lo capiamo – risponde Saleh –. Noi però siamo la più grande organizzazione politica e militare nel Kurdistan iraniano e abbiamo una responsabilità nei confronti del nostro popolo”. Sulla stessa linea c’è anche Abdullah Mohtadi, leader del Komala, un altro partito curdo-iraniano, che si è spinto addirittura oltre: “Decine di migliaia di giovani curdi sono pronti a imbracciare le armi. Abbiamo prove concrete dell’indebolimento dei pasdaran nel Kurdistan iraniano”. Un entusiasmo che però sembra essere condiviso solamente dagli israeliani – “le squadre addette al lancio dei missili hanno paura di uscire e ci sono diserzioni e rifiuti di obbedire agli ordini”, ha detto ieri un ufficiale di Tsahal all’emittente N12 – ma da cui hanno cominciato a prendere le distanze, parrebbe, pure gli americani. Secondo fonti di intelligence degli Stati Uniti sentite da Reuters, il regime di Teheran sarebbe lungi dal cadere e non ci sarebbero segnali evidenti di crepe interne. “Noi sappiamo solo che durante la Guerra dei 12 giorni, gli americani e gli israeliani avevano colpito solamente gli individui, i leader del regime. Questa cosa non ha funzionato, perché l’Iran non è il Venezuela – dice ancora Saleh –. Ora invece le cose stanno cambiando perché gli obiettivi colpiti dai bombardamenti sono le istituzioni. Ecco perché crediamo che gli attacchi debbano continuare”.

Di più su questi argomenti:
  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.