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Guerra ed energia

Sta tornando di moda il Green deal e la marcia indietro di von der Leyen è più difficile

David Carretta

La presidente della Commissione è tornata a difendere la strategia per abbandonare i combustibili fossili, puntando sulle rinnovabili e sul nucleare: “Finché importiamo una quota significativa di combustibili fossili da regioni instabili, siamo vulnerabili e dipendenti. E questa energia ha sempre un costo”

Bruxelles. La nuova crisi dei prezzi dell’energia provocata dalla guerra in Iran all’improvviso ha fatto tornare di moda il Green deal, rendendo più difficile la marcia indietro avviata nel secondo mandato da Ursula von der Leyen. Mercoledì, in un dibattito al Parlamento europeo sulla crisi in medio oriente e nel Golfo, la presidente della Commissione è tornata a difendere la strategia per abbandonare i combustibili fossili, in particolare puntando sulle rinnovabili e ora anche sul nucleare. “Finché importiamo una quota significativa di combustibili fossili da regioni instabili, siamo vulnerabili e dipendenti. E questa energia ha sempre un costo”, ha detto von der Leyen. “Dall’inizio del conflitto, i prezzi del gas sono aumentati del 50 per cento e quelli del petrolio del 27 per cento. Traducendo questo dato in euro, 10 giorni di guerra sono già costati ai contribuenti europei altri 3 miliardi di euro in importazioni di combustibili fossili. Questo è il prezzo della nostra dipendenza”. Dalla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, l’Unione europea ha già fatto sforzi significativi per ridurre la sua dipendenza. “Grazie alle azioni intraprese negli ultimi anni, l’Europa è ora molto meno esposta alle importazioni di combustibili fossili”, ha spiegato von der Leyen. “Ma questo non significa che siamo immuni agli choc dei prezzi”. La soluzione sono “le fonti energetiche prodotte in casa: rinnovabili e nucleare”, ha detto la presidente della Commissione, lanciando un appello a “mantenere la rotta della nostra strategia a lungo termine”.

 

Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo aveva già in programma una discussione tra i capi di stato e di governo sui prezzi dell’energia in chiave competitività. Italia e Polonia guidano un gruppo di stati membri che chiedono di sospendere o riformare in profondità il sistema di scambio di emissioni Ets. Varsavia vuole anche bloccare l’introduzione del sistema Ets2, che di fatto imporrà una tassa su carburanti e riscaldamento per i consumatori privati. Gli effetti del blocco dello Stretto di Hormuz sui prezzi di petrolio e gas hanno modificato il quadro della discussione tra i leader. L’attenzione non è più sulle misure di lungo periodo per ridurre i prezzi dell’energia, ma come gestire l’emergenza attuale e l’aumento della bolletta di famiglie e imprese. E’ un ritorno all’autunno-inverno del 2022, quando l’Ue si trovò a dover fronteggiare l’impennata del prezzo del gas a seguito della riduzione delle forniture da parte della Russia. La Commissione ha tirato fuori la stessa scatola degli attrezzi: aiuti di stato, sovvenzioni e price cap. “E’ fondamentale ridurre l’impatto sui costi quando il gas determina il prezzo dell’elettricità”, ha detto von der Leyen. “Stiamo preparando diverse opzioni: un migliore utilizzo degli accordi di acquisto di energia e dei contratti per differenza, misure di aiuti di Stato, e valutare di sovvenzionare o mettere il tetto massimo al prezzo del gas”. Non è chiaro se von der Leyen pensi al “price cap” sul gas di Mario Draghi oppure al “tope iberico”. In ogni caso saranno tutte misure “temporanee e mirate”, spiega un funzionario europeo. La Commissione pensa anche di usare la riserva di stabilità per aumentare temporaneamente le quote Ets, di mantenere più a lungo quote gratuite per le industrie energivore e di invitare i governi a tagliare le tasse sull’energia.

 

 

Il Green deal non è più di moda nell’Ue, ma la Commissione non intende rimettere in discussione i suoi pilastri sulla politica energetica: lo scambio di quote di emissioni Ets e il meccanismo di formazione del prezzo. “Senza l’Ets consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora una volta più vulnerabili e dipendenti”, ha spiegato von der Leyen. Con un “non paper” congiunto, Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia, Spagna, Svezia e Paesi Bassi hanno denunciato il rischio di “un passo indietro molto preoccupante” se saranno apportati “cambiamenti fondamentali all’Ets”. La Germania è pronta ad apportare solo aggiustamenti minimi. Questa è anche la posizione sostenuta da Ursula von der Leyen, che parla di “modernizzare” gli Ets. La Commissione esclude anche di riformare in profondità il modello del prezzo marginale, in cui il prezzo dell’elettricità è determinato dall’ultima centrale elettrica necessaria a coprire la domanda. Solitamente è il gas. “Disaccoppiare il prezzo del gas da quello dell’elettricità sarebbe più costoso e aumenterebbe l’esposizione dell’Ue agli aumenti dei prezzi degli idrocarburi sui mercati mondiali”, dice il funzionario europeo.

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