l'approfondimento

Il futuro del Libano non arriva mai

Micol Flammini

Hezbollah ha attaccato Israele su ordine di Teheran. Il rapporto del gruppo con il regime è quello di un figlio ben cresciuto e istruito dai genitori per sopravvivere da solo e non è detto che le due guerre simbiotiche (In Iran e in Libano) finiscano insieme. Beirut vuole un cambiamento, ma rimane attaccata a una paura: una guerra regionale è sempre meglio di una guerra civile

Il promontorio di Rosh HaNikra è il punto di congiunzione fra Israele e Libano. Quando gli israeliani pensano a un futuro in cui i rapporti con il Libano saranno diversi, immaginano il valico sul promontorio aperto. Affinché il valico apra e Rosh HaNikra cominci a unire i due paesi anziché a dividerli, Hezbollah, il Partito di Dio, deve sparire. La guerra fra Tsahal e il gruppo sciita armato e finanziato dal regime dell’Iran è ricominciata con una potenza inedita. Da più di una settimana l’esercito israeliano bombarda le roccaforti del gruppo: il quartiere Dahiyeh di Beirut, il sud del Libano, la valle della Beqa. I combattimenti proseguono secondo uno schema che il generale Gadi Eisenkot propose nel 2006 e prende il nome del quartiere della capitale in cui Hezbollah gestisce i suoi affari, accoglie i funzionari iraniani, in cui è stato eliminato il capo che più ha segnato la storia del gruppo, Hassan Nasrallah, ucciso nel settembre del 2024, dopo aver trascorso gli ultimi anni a nascondersi dagli israeliani, per timore di essere eliminato. 

 

Gli israeliani lo hanno trovato nel quartiere che dà il nome a una dottrina distruttiva che nel 2006 fu il frutto di un fallimento. “Il 2006 ha segnato la mia carriera – dice David Daoud, analista della Foundation for Defence of Democracies – e ha alimentato la mia ossessione per Hezbollah. Quella guerra fu un fallimento, non c’era intelligence adeguata, l’esercito non era preparato. Da quell’insuccesso, Israele ha capito, ha imparato le lezioni e le ha applicate”. Secondo Daoud, Israele aveva talmente concentrato la sua attenzione su Hezbollah che quando il gruppo iniziò ad attaccare il paese dopo il 7 ottobre, su nessun fronte l’esercito e l’intelligence hanno dimostrato di essere tanto competenti. Quella guerra con il gruppo si concluse nel novembre del 2024 con un cessate il fuoco che secondo molti fu prematuro. Di Hezbollah era stato eliminato il capo, erano stati fatti esplodere i depositi di armi e i tunnel scavati per entrare nel territorio israeliano, erano stati uccisi membri centrali dell’organizzazione, ma il gruppo rimaneva in piedi, con punti di contatto con il suo creatore e alimentatore, la Repubblica islamica dell’Iran. Il difetto di quel cessate il fuoco, secondo Daoud, non stava nel modo di combattere di Israele, ma in quello che sarebbe dovuto accadere dentro al paese. Il governo del Libano si era impegnato per disarmare Hezbollah, far rispettare la risoluzione delle Nazioni Unite 1701, che impone che sotto il fiume Leonte in Libano, verso il confine con Israele, non debbano esserci gruppi armati. “Per i quindici mesi che ci hanno separati dal cessate il fuoco a questa guerra, il governo è rimasto immobilizzato dalla paura di disarmare Hezbollah”. La dottrina Dahiyeh è feroce, martellante, devastante. Ha un effetto per spezzare le forze del gruppo, degradarlo militarmente, ma non può eliminarlo e non rimuove il “bacino di persone che sostengono Hezbollah. Il compito spetta al governo libanese, secondo gli accordi presi nel cessate il fuoco, ma non è successo”. 


Non è accaduto non per mancanza di forza, ma per un’idea, una paura che è ben radicata dentro alle autorità libanesi e si traduce in una preferenza, nella ricerca del male minore all’interno di una realtà tormentata. La valutazione che la guerra contro Israele sia comunque meglio della guerra civile. Nel 2024, l’ex ministro degli Esteri libanese disse che disarmare Hezbollah porta a una guerra civile e la guerra civile non finisce mai. La guerra regionale invece a un certo punto termina. Su questo terrore, Hezbollah ha costruito il suo potere. Il conflitto interno è irrisolvibile, si trascina negli anni come accaduto nello stesso Libano in passato, o nella vicina Siria. Per i problemi di Israele con il gruppo sciita invece prima o poi si arriva a un punto. “Il messaggio è sempre stato che il disarmo non è solo una minaccia per il gruppo, ma per tutto il Libano, in particolare per gli sciiti. Questo si è tradotto in un continuo ritardare i tempi e i ritmi degli impegni del governo nei confronti di Hezbollah”, dice Daoud. L’attacco di Hezbollah contro Israele ha cambiato qualcosa, ma è poco. Il governo ha ordinato di arrestare alcuni membri del gruppo, ma l’analista sminuisce: “Alcuni non sono neppure membri di Hezbollah, altri, secondo al Arabiya, sarebbero stati rilasciati su una cauzione di venti dollari”. Lo scontro dentro al Libano è già acceso, le riunioni fra i membri del governo e delle Forze armate libanesi finiscono con zuffe e litigi: la politica chiede ai militari di intervenire, i militari rispondono che non è questione di armi ma di negoziati e non vogliono un confronto diretto con Hezbollah. Nel frattempo le bombe cadono, la distruzione aumenta, il presidente Aoun ha chiesto di negoziare direttamente con Israele – e la richiesta è storica, non va minimizzata – ma la posizione di Israele è che in questo momento prendere accordi con un governo incapace di cambiare la situazione è inutile. Il governo libanese ha una storia di promesse non mantenute, di impegni presi e lasciati cadere. Daoud ricorda che anche l’idea della risoluzione 1701 nel 2006 veniva dalla parte libanese, “aveva la sua genesi nei sette punti del governo di Fouad Siniora, partiva dal presupposto del disarmo dei gruppi irregolari e dal controllo dei confini”. E’ un circolo senza fine di vuoti, in cui le bombe non sono una soluzione duratura e per la lotta a Hezbollah sembrano soltanto portare la promessa di mesi di calma e non di un futuro in cui i rapporti fra Israele e Libano si riscriveranno con l’apertura del valico di Rosh HaNikra. 


A maggio si sarebbero dovute tenere le elezioni in Libano, ma in questi giorni sono state rimandate e il lasso di tempo è enorme e inspiegabile: due anni. Tutto sembra irriformabile, congelato, eppure esiste davvero una politica che ha il desiderio di cambiare le cose. Le mancano le forze e il coraggio. “La situazione intera è cambiata, c’è molta più libertà e la reazione dopo che Hezbollah si è unito alla guerra dell’Iran lo dimostra”, dice il giornalista israeliano Eran Zinger. Zinger vive a Haifa, la città più colpita dagli attacchi di Hezbollah, conosce bene i confini del nord di Israele, racconta con piacere delle similitudini fra Haifa e Beirut, di un passato di buoni rapporti, di due città che sembrano nate gemelle. “Dopo l’attacco la gente in Libano ha iniziato a dire che Hezbollah non aveva il diritto di trascinare il paese in guerra. Il gruppo seppur indebolito ha deciso di iniziare un conflitto, ma la gente lo contesta e un tempo non lo avrebbe fatto”. Le critiche vengono anche dal mondo sciita, il partito Amal che per decenni ha sostenuto e seguito tutte le decisioni di Hezbollah, questa volta ha preso una strada diversa: “Il fatto che Amal abbia detto che questa volta non sta con Hezbollah è un duro colpo. Riscrive i rapporti dentro alla comunità sciita”. La rabbia contro il gruppo armato dall’Iran cresce, ma il Partito di Dio continua ad avere il potere di fare guerra e sconvolgere il paese. 

 

Jonathan Elkhoury è libanese di nascita, proviene da una famiglia cristiana che ha lasciato il Libano durante la Prima guerra, suo padre era nell’esercito che si era scontrato contro Hezbollah. E’ uno dei più attenti osservatori di quello che accade nel suo paese di origine e anche lui come Zinger dice che nella comunità sciita c’è una divisione nuova, profonda, importante. “C’è una spaccatura in un’alleanza un tempo molto forte. Il leader di Amal, Nabih Berri, capo del Parlamento, si sente tradito per la decisione di Hezbollah di entrare in una guerra che il paese non può permettersi. Fra i due c’era una premessa, Hezbollah ha scelto il regime iraniano e non il Libano”. Elkhoury descrive i libanesi come esausti, identifica segnali crescenti di rabbia nei confronti del gruppo armato. “Due giorni fa un prete è stato ucciso, è stato colpito da schegge durante un bombardamento israeliano nel sud del Libano. La risposta dei libanesi è stata di accusare Hezbollah e non Tsahal. Al suo funerale si sono presentati un membro dell’esercito e un un membro cristiano del Parlamento, che è stato cacciato con l’accusa di essersi alleato con Hezbollah”. 

 

Il Partito di Dio ha giustificato il suo ingresso in guerra dicendo che era necessario: se l’Iran cade, sarà Israele a controllare il medio oriente, “hanno ripetuto questa propaganda per anni, ora la gente non è più disposta a credergli”, Elkoury racconta di uno scetticismo sottile che serpeggia anche dentro a Hezbollah. Un movimento piccolo, sono domande sussurrate. In molti si sono chiesti come mai Hezbollah non avesse attaccato Israele il 28 febbraio, o immediatamente dopo l’annuncio della morte di Ali Khamenei: “A scoppio ritardato è parso chiaro che fosse l’esecuzione di un ordine che veniva da Teheran”. 

 

Fra elezioni rimandate di due anni, una guerra imposta, bombe pesanti, crisi economica, sembra che i libanesi scompaiano dietro alle scelte fatte da Hezbollah e la risposta di Israele. Elkhoury cerca di parlare con i numeri, racconta che circa il 10 per cento della popolazione è favorevole ad avere buoni rapporti con Israele, “è una percentuale piccola, ma va considerato che è la percentuale di chi ha il coraggio di dirlo ad alta voce. Poi c’è la maggioranza di pragmatici, non necessariamente sostenitori di Israele, che magari lo detestano per le operazioni contro l’Olp negli anni Ottanta, che portarono all’invasione. Ma sono una maggioranza di realisti, consapevoli che l’unico modo per sopravvivere e migliorare la situazione del paese è la pace con Israele. E sono pronti. Per i libanesi, anche coloro che non amano lo stato ebraico, Israele non se ne andrà, è un vicino. “E’ per questo che il presidente libanese parla di negoziati diretti”. Per i libanesi, Israele è un fatto.

   

“I due paesi hanno una storia di guerra, i sentimenti negativi vanno oltre la base di Hezbollah in Libano. E’ possibile che il popolo libanese per esempio sostenga i palestinesi, ma non combatte guerre straniere. Il Libano è un paese tormentato da una guerra civile che è durata quindici anni e ora è uno spettro che blocca tutto. Sono un popolo che vuole investire e ricostruire sulla tranquillità”, spiega David Daoud. La tranquillità ha varie sfumature, può essere finta e quindi breve, o vera e quindi duratura. “La gente vuole vivere guardando oltre il confine e pensando che la minaccia sia scomparsa”. Hezbollah si nutre uccidendo l’idea di buoni rapporti fra Libano e Israele e Israele però, combattendo contro Hezbollah, deve stare attento a non turbare la maggioranza pragmatica. Eran Zinger racconta che esiste un accordo non scritto fra Israele e Stati Uniti: “Tsahal non colpisce le infrastrutture energetiche libanesi, attacca figure di Hezbollah o funzionari iraniani, edifici specifici, come il Ramada Hotel a Beirut dove è stata colpita la camera in cui alloggiavano uomini del Corpo dei guardiani della Rivoluzione islamica, o strutture finanziarie legate a Hezbollah”. Gli israeliani, dall’altra parte, conoscono invece il Libano soprattutto per le guerre, ci sono stati da soldati, e, dice Zinger: “Gli israeliani non odiano i libanesi, odiano soltanto Hezbollah”. Non c’è un sentimento generalizzato, una mancanza di disponibilità alla fiducia nei confronti dei libanesi. 

 

Sembra tutto pronto per il futuro, ma sembra pronto da anni. L’Amministrazione Trump aveva scommesso sulla possibilità che il Libano entrasse negli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti con Israele. Sembra sempre che la chance del Libano stia arrivando, ma poi non arriva mai. “Se il regime a Teheran è indebolito, lo è anche Hezbollah, ma la guerra potrebbe andare avanti lo stesso, anche se finisse in Iran”, dice Daoud. Sono due guerre simbiotiche, Hezbollah è intervenuto per conto e su ordine di Teheran, ma la sua esistenza come gruppo in grado di sabotare e soffocare il Libano dipende dalla guerra con Israele. “Per la Repubblica islamica dell’Iran, Hezbollah è un figlio – Daoud vede nel rapporto fra chi arma e chi è armato un progetto lungo di formazione – Un genitore cresce un figlio per renderlo indipendente per il resto della vita. Gli insegna tutto, lo manda a scuola, così che un giorno potrà cavarsela da solo. Così è accaduto fra Teheran e Hezbollah: il regime ha fornito al Partito di Dio i soldi, le capacità di produrre armi, anche se meno forti di quelle che produce lui. Gli ha insegnato a costruire un sistema economico indipendente. Gli ha dato tutti i mezzi di rigenerazione e perpetuazione della sua esistenza”. 


La guerra contro Hezbollah, non si vince a Teheran ma a Beirut. Anzi, con Beirut. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)