La domanda che tutti si fanno
I tempi per la fine della guerra
Hormuz è ora il campo del caos di Teheran. Sarà Trump a dire "basta", ma per Israele il conflitto va avanti fino a quando in Iran non rimarrà più nemmeno una particella di uranio da arricchire
Il presidente americano Donald Trump ha detto che l’operazione militare contro l’Iran sta procedendo più veloce del previsto. Abbiamo quasi finito, ma non ancora, ha assicurato il capo della Casa Bianca, aggiungendo che non ci sono quasi più obiettivi da colpire. I tredici giorni dall’inizio delle operazioni militari contro la Repubblica islamica dell’Iran sono stati affollati dalla domanda “quando finirà?”. La domanda si fa serrata, viene rivolta a Trump, ad analisti di tutto il mondo, al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Fra i punti interrogativi che si affastellano, il regime prosegue con la sua strategia del caos per fare in modo che il peso del conflitto, il costo della guerra ricadano su tutti, ricadano sul mondo. Ieri Teheran ha spostato il suo campo del caos totale dai paesi del Golfo allo Stretto di Hormuz.
Nei primi dieci giorni, la risposta dell’Iran si è concentrata soprattutto contro tutti coloro che nella regione potessero essere prostrati dagli attacchi fino al punto di chiedere a Trump di far finire la guerra contro l’Iran. “Probabilmente ha ottenuto il risultato contrario”, dice Eyal Hulata, ex capo del Consiglio di sicurezza nazionale israeliano durante il governo di Naftali Bennett. “I paesi del Golfo ora hanno capito la portata del problema iraniano e probabilmente chiederanno al presidente americano di andare fino in fondo”. Dallo Stretto di Hormuz invece il caos si sente ben oltre il Golfo, arriva sui mercati di tutto il mondo. L’Iran ieri ha colpito una nave thailandese e una israeliana battente bandiera liberiana, gli americani parlano anche di un terzo attacco non rivendicato dai Guardiani della rivoluzione islamica, che hanno anche annunciato il loro obiettivo di bloccare la via in cui transita un quinto del petrolio globale e di far arrivare il greggio a “200 dollari al barile”. Prima gli iraniani avevano minacciato di aver minato lo stretto e gli Stati Uniti in risposta hanno colpito ventotto navi posamine di Teheran. Trump aveva proposto un piano per vendere assicurazioni per le imbarcazioni affidato alla società del governo Us Development Finance Corporation, ma la proposta sembrava già all’origine poco concreta e adesso Teheran è andato oltre con la sua strategia di colpire tutto.
Israele è meno interessato rispetto agli Stati Uniti a tutto quello che riguarda il petrolio. I suoi punti di forza sono la percezione di una guerra che è esistenziale, una società compatta nel capire le ragioni del conflitto e anche resistente a questi giorni di attacchi. L’obiettivo per Israele è spogliare completamente il regime delle sue capacità di ferire. “In primo luogo c’è la questione nucleare – dice Hulata – Dalla guerra dei Dodici giorni non c’è stato più arricchimento dell’uranio. Però l’uranio rimane in Iran e uno degli obiettivi è che venga portato fuori”. Per essere portato fuori deve finire nelle mani di un’altra potenza che gli israeliani auspicano siano gli Stati Uniti. Il rischio è che invece sia la Russia. Israele lega la propria sicurezza all’assenza di un Iran con ordigni nucleari indipendentemente da chi sia al potere. L’obiettivo di Israele non è il cambio di regime, anche se il primo ministro Netanyahu parla agli iraniani e dice che saranno liberi e la “decisione (su quando finire la guerra) spetta a loro”. Nei fatti invece la valutazione israeliana è che potrebbe aprirsi in futuro la strada verso la rivolta anche grazie ai bombardamenti contro le strutture della sicurezza e del potere del regime, con l’auspicio che se non ci sarà più nessuno da mandare a uccidere i manifestanti, l’opposizione sarà più efficace.
Ieri un canale di informazioni di intelligence ha pubblicato una breve conversazione via radio fra un pilota israeliano e uno americano. L’israeliano dice: “Per noi è un onore combattere al vostro fianco. State facendo un gran lavoro”. L’americano risponde: “Grazie mille, vale lo stesso per voi, signori. State attenti là fuori, colpite forte. Ci vediamo”. Gli israeliani stanno colpendo forte, continuano a decapitare la catena di comando del regime, attendono che si faccia avanti la nuova Guida suprema, Mojtaba Khamenei, che è stato probabilmente ferito. Colpiscono con forza anche le fonti di approvvigionamento della Repubblica islamica e della sua macchina della guerra. Gli Stati Uniti invece mirano alla Marina di Teheran, ai porti. Non è detto che la guerra finisca con un accordo, il regime malmenato è però ancora esistente e mantiene la stessa linea di prima: rispondere “no” a qualunque proposta di accordo. In Israele l’opinione comune fra chi si occupa di intelligence o di questioni militari è che tutto finirà tra pochi giorni. L’opinione di Hulata è che tutto finirà quando gli Stati Uniti diranno “basta”. La decisione si prende a Washington e non a Gerusalemme.