Cecità strategica

Tutto preso da Putin, Trump aveva rifiutato l'offerta di droni anti Iran da parte di Zelensky

Paola Peduzzi

Lo scorso anno il presidente ucraino aveva offerto alla Casa Bianca una tecnologia che oggi risulterebbe molto utile alle forze armate statunitensi

Donald Trump ha preso l’iniziativa – il Cremlino ci tiene a precisarlo – e ha telefonato a Vladimir Putin: hanno parlato dell’attacco all’Iran, il presidente russo ha fatto delle proposte su come mettervi fine candidandosi come mediatore,  il presidente americano gli ha detto che è più utile che la Russia metta fine alla guerra in Ucraina, ma è stata una conversazione “costruttiva” e piacevole, i due non si sentivano da un po’, e fintanto che Trump non mette pressione su Putin – e non lo fa – si può continuare con il bluff del negoziato, della Russia che vuole la pace e delle bombe, che imperterrite colpiscono le città ucraine. Trump ignora volutamente il fatto che la Russia stia fornendo informazioni di intelligence all’Iran per colpire obiettivi americani – Steve Witkoff, l’inviato tuttofare, ha detto ai russi: non fatelo!, e certamente verrà ascoltato. 

Non c’è nessuna volontà da parte di quest’America di unire i due puntini, Russia e Iran: la guerra russa contro l’Ucraina, secondo i trumpiani, non è un affare di Trump, non c’è un interesse americano da difendere, non c’è una questione di sicurezza nazionale; per l’Iran, al contrario, sì. Poiché le due minacce sono profondamente legate, l’errore trumpiano – che poi non è nemmeno definibile un errore: è una convinzione, una predisposizione, un’illusione radicatissima: di Putin ci si può fidare – si è di fatto trasformato in un rischio per la sicurezza e l’interesse americani. Mark Caputo, Barak Ravid e Colin Demarest, informatissimi reporter del sito Axios, hanno raccontato che circa sette mesi fa, i funzionari ucraini hanno cercato di vendere agli Stati Uniti la loro tecnologia per abbattere i droni di attacco iraniani: avevano fatto una presentazione in PowerPoint in cui mostravano come quella tecnologia avrebbe protetto le forze americane e i loro alleati in medio oriente. Ma l’Amministrazione Trump ignorò gli ucraini, un po’ per una generale miopia strategica che attraversa tutti i componenti di questo governo, un po’ per presunzione, un po’ perché i “mendicanti” ucraini non hanno mai avuto “le carte” giuste, e sono stati soltanto un investimento a perdere.

Il 18 agosto scorso, dopo che Trump aveva accolto Putin in Alaska con il tappeto rosso e senza ottenere nulla di concreto se non una grande frustrazione, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, in visita con altri leader europei alla Casa Bianca, offrì i droni intercettori. Aveva con sé una mappa del medio oriente, disse, secondo quanto ha riportato Axios, che “l’Iran sta migliorando i suoi droni Shahed”, e che si doveva creare “un hub di droni da combattimento” in Turchia, Giordania e negli stati del Golfo Persico, dove ci sono le basi americane: “Volevamo costruire un ‘muro anti droni’ e tutto quel che è connesso, come i radar”, ha detto un funzionario ucraino.  Trump aveva chiesto al suo team di lavorarci ma poi la proposta era caduta nel vuoto. Un funzionario americano dice ad Axios: “Pensammo che fosse solo Zelensky che faceva Zelensky, qualcuno decise di non dargli seguito”. L’espressione “Zelensky che fa Zelensky” sintetizza in modo perfettamente tragico l’atteggiamento dell’Amministrazione Trump nei confronti del presidente ucraino, che aveva imparato a parlare la stessa lingua del presidente e quindi a non presentarsi a mani vuote al cospetto del presidente americano, ma che per Trump restava quello da convincere, manipolare, bullizzare per ottenere una pace finta e una pace che non c’è. E sì che il presidente ucraino si era presentato con il gioiello di famiglia: non c’è esercito al mondo più attrezzato nel combattere, in modo economicamente efficiente per di più (l’intercettore ucraino costa meno del già poco costoso Shahed iraniano), i droni di Teheran e della Russia. Ma l’allineamento tra Trump e Putin ancora una volta ha avuto il sopravvento  e c’è da ringraziare Zelensky che, nonostante le umiliazioni, non si è fatto capriccioso come il presidente americano e quando gli è stato chiesto, in questi giorni, di costruirlo, questo benedetto muro anti droni, ha detto  di sì e ha mandato subito gli esperti.

Poiché la giustizia tarda ad arrivare per l’Ucraina ma un minimo di ordine nelle cose esiste, a fare la richiesta a Kyiv è stato Dan Driscoll, il segretario americano all’Esercito soprannominato “drone guy”, che nel novembre scorso, quando si discuteva del piano di pace di 28 punti elaborato da russi e americani assieme, guidando la delegazione del Pentagono disse agli ucraini: voi non potete vincere. E i figli di Trump, che si sono distinti per il loro disprezzo nei confronti di Zelensky e hanno definito le sue richieste “un’elemosina”, hanno investito in Powerus, un’azienda che fornirà al Pentagono la tecnologia ucraina, che era quello che Zelensky aveva offerto sette mesi fa, ad averlo ascoltato.
   
     

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi