La guerra all'Iran arriva fino all'Indo-Pacifico

Giulia Pompili

Una nave iraniana trova rifugio in India, sospettata di aver passato informazioni a Israele. Dal Giappone all'Australia fino alla Corea del sud, il conflitto in medio oriente ridisegna equilibri militari e diplomatici

L’altro ieri il ministro degli Esteri indiano, S. Jaishankar, ha confermato al Rajya Sabha, la camera alta del Parlamento indiano, di aver offerto un porto sicuro alla nave da sbarco anfibio iraniana Iris Lavan, che attualmente si trova nel porto di Kochi, sulla costa sudoccidentale dell’India. Poche ore prima il segretario alla Guerra americano, Pete Hegseth, aveva detto che uno degli obiettivi dell’operazione Furia epica è quello di “cancellare” le forze navali iraniane: “La Marina iraniana è praticamente scomparsa. Quindi la loro capacità di proiettare qualsiasi potere in senso navale sta diminuendo e diminuirà sempre di più”. L’India rivendica la sua autonomia diplomatica e i tradizionali buoni rapporti con Teheran, ma è l’esempio di come la guerra in medio oriente abbia degli effetti concreti in tutto l’Indo-Pacifico, e non solo per la crisi del petrolio.

 

A febbraio la Iris Lavan, una delle più importanti e strategiche navi da guerra iraniane, aveva partecipato insieme alla Iris Bushehr e alla Iris  Dena – rispettivamente nave di supporto logistico e una fregata della classe Moudge –  a esercitazioni navali multilaterali nell’area di Vishakhapatnam, sulla costa orientale, davanti al Golfo del Bengala. Poi il 28 febbraio scorso Teheran aveva chiesto all’India il permesso di far entrare le tre navi nei suoi porti per problemi logistici. Le autorità indiane avevano approvato la richiesta il 1° marzo.

 

Tre giorni dopo, ad attraccare a Kochi era riuscita soltanto la Lavan: poche ore prima la Iris Dena è stata affondata da un siluro lanciato da un sottomarino americano in acque internazionali al largo della costa meridionale dello Sri Lanka, in una zona di salvataggio srilankese a circa cinquecento chilometri in linea d’aria da Kochi.  Jaishankar non ha commentato le accuse di un eventuale imbarazzo indiano per una nave che era stata loro ospite e che è stata affondata a poche miglia dalle sue coste da un siluro americano. E non ha nemmeno confermato il sospetto di questi giorni, e cioè che il governo indiano abbia condiviso in tempo reale la posizione delle tre navi iraniane con Israele, nell’ambito della nuova rafforzata cooperazione d’intelligence sancita a fine febbraio dalla visita del primo ministro indiano Narendra Modi in Israele. Nuova Delhi si muove secondo la sua linea d’indipendenza diplomatica e “l’interesse nazionale”, ha detto Jaishankar, ma l’India non è l’unico paese asiatico a fare i conti con le conseguenze di un conflitto che ha smesso di essere regionale. Qualche giorno fa il primo ministro australiano Anthony Albanese ha confermato la presenza di tre marinai australiani sul sottomarino Uss Charlotte che ha affondato l’Iris Dena, come parte del programma Aukus, ma che “nessun membro del personale australiano ha partecipato ad alcuna azione offensiva contro l’Iran”: ieri il giornale australiano The Nightly ha rivelato che mentre era in corso l’operazione i tre soldati sono stati confinati nelle loro cabine. 

 


In Asia orientale la guerra americana contro l’Iran e la reazione di Teheran contro i paesi del Golfo  sta già muovendo assetti e dinamiche politiche. Ieri la premier giapponese Sanae Takaichi ha detto che la crisi in medio oriente non costituisce una “situazione che minaccia la sopravvivenza” del Giappone: vuol dire che se Trump le chiedesse supporto, Tokyo potrebbe negare le sue Forze di autodifesa. Ma secondo l’esecutivo nipponico la situazione “è in evoluzione e cambia di momento in momento”: a fine mese è previsto un incontro fra Takaichi e Trump, e secondo le linee guida della cooperazione militare fra Giappone e Stati Uniti Washington potrebbe chiedere aiuto alle Forze di autodifesa giapponesi, per esempio (come avvenuto già in passato) con la scorta alle navi nello Stretto di Hormuz o altro  supporto logistico, come la fornitura di materiali di difesa, per esempio intercettori. E’ esattamente ciò che la Difesa nipponica teme di più: la concentrazione di materiali e armamenti  in medio oriente significa scoprire l’area dell’Indo-Pacifico in un momento molto teso. Solo due giorni fa il Giappone ha iniziato il dispiegamento dei suoi missili terra-mare Type-12 nel campo militare di Kengun, nella prefettura sudoccidentale di Kumamoto, come parte del nuovo assetto di difesa che tiene conto di un disimpegno americano nell’area. 
Ancora più complicata è la situazione in Corea del sud. Secondo il Washington Post, gli Stati Uniti avrebbero già iniziato a smontare parte del sistema antimissile Thaad dispiegato in Corea del sud per ricollocarlo in medio oriente. Quando fu installato sul territorio sudcoreano, nel 2016, Seul subì un violentissimo boicottaggio da parte di Pechino ma il sistema di controllo e deterrenza sembrava allora vitale per quella regione. Il presidente sudcoreano Lee Jae Myung ha detto: “Abbiamo espresso la nostra contrarietà, ma la dura realtà è che la nostra posizione non può sempre essere fatta valere fino in fondo”. All’epoca del dispiegamento, Lee aveva indetto molte manifestazioni di protesta perché il Thaad avrebbe “minato la pace nella penisola”. Il mondo nel frattempo è cambiato. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.