L'Iran tenta di proiettare forza e potere. La scommessa del regime in guerra

Micol Flammini

Tutti aspettano di vedere  Mojtaba Khamenei, il nuovo uomo più forte dell’Iran. Per ora è un nome che racconta un vuoto 

Nel conflitto in medio oriente sono coinvolti venti paesi, alcuni direttamente, altri inviano armi di difese, altri ancora collaborano in segreto. Dieci paesi sono stati colpiti dalla Repubblica islamica dell’Iran che ha scommesso sul caos. Più grande, confuso e costoso sarà il caos imposto come risposta all’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti, meno in Iran si potrà parlare di sconfitta. La comunicazione americana si limita ai proclami del presidente Donald Trump e del capo del Pentagono Pete Hegseth, concordi nel dire che molti obiettivi sono stati raggiunti, ma “non cederemo”, fino a quando la Repubblica islamica non sarà sopraffatta. Israele parla meno, i suoi leader dicono che il regime deve pagare un prezzo alto, altissimo, deve diventare talmente fragile da non poter più nemmeno pensare a ricostruire la sua potenza militare. Per questo Tsahal ha iniziato una campagna aerea contro i depositi di petrolio, infiammando i cieli dell’Iran. 
E’ stato questo il primo episodio, visibile, di disaccordo fra americani e israeliani. Washington è disposta a colpire tutto, ma non vuole immagini  di petrolio in fiamme. E ieri anche Hegseth ha detto che ad attaccare i depositi non sono stati gli Stati Uniti, ma Tsahal. L’esercito israeliano colpisce quello che può annientare la capacità militare degli iraniani. Come l’Ucraina in Russia punta alle raffinerie, ai giacimenti o alle petroliere della flotta ombra che portano in giro per il mondo il greggio russo per fare in modo che Mosca non abbia più di che mandare avanti la sua macchina bellica, così sta facendo Israele. Il piccolo litigio fra Israele e Stati Uniti è stato molto contenuto, l’idea di sopravvivenza degli israeliani è comprensibile fino a un certo punto per l’Amministrazione americana, ma in questa guerra i due eserciti hanno bisogno l’uno dell’altro, quindi nessuna rottura. Israele continuerà con i suoi metodi, gli Stati Uniti con i loro, non sempre combaceranno. Il problema maggiore sarà se combacerà il momento in cui saranno disposti a pronunciare la parola “fine”. La scorsa settimana, Trump aveva detto che la decisione sarebbe stata presa assieme al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Militarmente la campagna prosegue secondo i piani, le aviazioni dei due eserciti continuano a colpire arsenali e uomini di potere della Repubblica islamica. Nel tentativo di ruggire, il regime di Teheran ha sentenziato che non saranno né gli americani né tantomeno gli israeliani a scegliere, la guerra finirà quando sarà lui a deciderlo. 
Il potere nei regimi è spesso una questione di proiezione. Il potere si urla, si sventola. Gli israeliani, prima di iniziare l’operazione Ruggito del leone, il 28 febbraio scorso, si raccomandavano spesso di non sovrastimare il potere militare della Repubblica islamica e, allo stesso tempo, di non fare l’errore di sottostimarlo. Il senso della raccomandazione sta nella distanza fra quello che l’Iran può fare e quello che l’Iran vuole fare. Il regime non vuol morire, per sopravvivere è determinato ad arrecare il danno più profondo possibile agli avversari e ai vicini, quindi a usare tutta la sua forza per apparire minaccioso, rischiando tutto. Si prepara alla sopravvivenza con intensità crescente dopo il giugno dello scorso anno, quando l’operazione israeliana Leone che si erge mostrò la profondità delle infiltrazioni di Israele dentro all’Iran. Dopo giugno è parso chiaro che per gli israeliani, il regime era un libro aperto: un elenco di posti, di coordinate di personaggi da colpire quando necessario. Da quel momento la Repubblica islamica ha iniziato a pensare e ha scelto: in caso di guerra, sarà  più totale e dolorosa possibile. Nessuna posizione conciliante è ammessa. Non ci sono voci dialoganti nella Repubblica islamica e per mostrarsi forte il regime ha anche proposto una Guida suprema quanto più possibile simile a quella eliminata il 28 febbraio, talmente simile da portare lo stesso cognome, lo stesso sangue. Mojtaba Khamenei ha il messaggio ai nemici nel suo stesso nome: nulla cambierà. La differenza però sta sotto la retorica, perché la sua nomina racconta di scontri interni, di fazioni che si sfidano, di un regime in cui  adesso non c’è più nessuno a tenerlo unito, come faceva Ali Khamenei. Il desiderio di mostrarsi forti poi sta facendo i conti con un grave problema: la nuova Guida suprema c’è, ma nessuno l’ha vista. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto che per Mojtaba non è il momento di mostrarsi. Finora l’uomo più potente dell’Iran è soltanto un nome. Il 9 maggio nella piazza in cui le persone accorrevano a prestare giuramento alla nuova Guida suprema, al suo posto è stato portato un cartonato, sciatto, poco resistente. Mojtaba Khamenei è un oggetto di scena. Un altro dettaglio della proiezione del potere. Un’immagine che finora mostra soltanto un vuoto. 
 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)