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una guerra "quasi" finita
Così Trump può guastare la festa a Putin frenando l'aumento del prezzo del petrolio
Mentre il conflitto in Iran si estendeva rapidamente a tutta l'area mediorientale, gli esperti già vedevano la Russia come "grande vincitrice" della crisi petrolifera. Ma la strategia del presidente americano stabilizza i prezzi, lasciando il bilancio del Cremlino a secco e ancora stretto nella morsa delle sanzioni
Milano. Mai fidarsi di Donald Trump. Lunedì, mentre la corsa del petrolio faceva tremare i mercati con la prospettiva di un’impennata del prezzo a 120-150 dollari al barile, lui che fa? Annuncia che la guerra “è quasi finita” innescando un crollo delle quotazioni. Ieri, seppure in un clima di grande volatilità, il greggio si è mantenuto al di sotto di 90 dollari. Uno degli effetti di questa improvvisa sterzata è che Putin vede allontanarsi l’opportunità di risanare i disastrati conti pubblici della Russia. Come ha osservato Alexander Kolyandr, analista specializzato in politica ed economia russa del Cepa (Center for european policy analysis), “La guerra in Iran non salverà l’economia in rovina di Putin”. Il fatto è che a soli due mesi dall’inizio del 2026 “il bilancio del Cremlino è già a pezzi” e, a meno che i prezzi del petrolio non rimangano alti a lungo e il rublo non si indebolisca significativamente, i problemi di bilancio “sono destinati a perdurare”, secondo Kolyandr. Eppure, quando lo scorso fine settimana Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, e via via che il conflitto si estendeva rapidamente a tutta l’area mediorientale, diversi esperti hanno concordato sul fatto che la Russia è destinata a essere una “grande vincitrice” della crisi petrolifera. In pratica, si è fatta largo la convinzione che quanto più durerà tale crisi innescata dalla guerra in medio oriente e dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, tanto meglio sarà per Putin e la Russia. E questo perché il conflitto ha interrotto le forniture di gas e petrolio in tutto il mondo, provocando la corsa dei prezzi che rafforza la capacità della Russia di trarre profitto dalle sue esportazioni di energia.
Ma forse questa previsione è stata affrettata e Putin, tra le altre cose, deve fare i conti con quel lato di Trump, e del suo cerchio magico, molto sensibile alle borse e agli interessi degli investitori finanziari, che gli suggerisce di spendere qualche buona parola quando la tensione sui mercati globali arriva alle stelle. “Ho già un piano per tutti e sarete molto felici”, è la frase di Trump che lunedì pomeriggio ha avuto l’effetto di invertire la brusca discesa delle borse e stabilizzato il prezzo del petrolio. Quanto durerà non si sa, ma sui mercati si ricomincia a parlare di “Taco Trade”, ovvero della tendenza di Trump ad ammorbidire le posizioni quando gli indici cominciano a crollare (“Taco” sta per Trump always chickens out, ovvero Trump si tira sempre indietro). Putin, insomma, non può fare affidamento sulla strategia bellica degli Stati Uniti che, come con i dazi, è esposta al giudizio dei mercati finanziari. Osservatori come Kolyandr sono convinti che solo se i prezzi del petrolio restassero alti molto a lungo questo potrebbe sortire qualche effetto tangibile sui conti pubblici della Russia. Anche perché, al momento, di alleggerire le sanzioni europee per l’invasione dell’Ucraina non se ne parla. Ieri, al termine della riunione dell’Ecofin, il commissario Valdis Dombrovskis ha detto che occorre continuare a mantenere “la massima pressione” sulla Russia. Una presa di posizione opposta alla prospettiva di alleggerire le sanzioni su gas e petrolio per raffreddare la corsa dei prezzi, come vorrebbe, ad esempio, il primo ministro dell’Ungheria, Victor Orbán. Il fatto è che, proprio per via dell’embargo europeo, la Russia vende da quattro anni il suo petrolio a sconto (rispetto alla media dei prezzi internazionali) e questo ha un impatto sul bilancio dello stato.
Come fa notare Kolyandr, il governo russo si sta preparando a tagliare la spesa pubblica a fronte del calo delle entrate petrolifere e del rallentamento dell’economia e ciò rappresenta la prima presa di coscienza dell’impossibilità di rispettare gli impegni entro gli ambiziosi parametri stabiliti per il bilancio 2026. Una regola particolare, puntualizza l’analista, è il fondamento della politica fiscale russa. Funziona così: viene fissato un prezzo limite per le esportazioni di greggio. Per quest’anno, per esempio, è 59 dollari al barile contro i 48 dollari del periodo prebellico. Qualsiasi ricavo che deriva da vendite superiori a questo tetto viene accantonato nel Fondo nazionale di risparmio e qualsiasi ammanco viene integrato dal fondo stesso. Chiaramente se il prezzo del petrolio sul mercato aumenta, il governo russo può più facilmente manovrare il limite per incrementare la spesa militare (costantemente sotto pressione per tenere testa all’Ucraina) senza che questo vada a scapito, per esempio, dei fondi destinati alle industrie civili già stagnanti. Ma questo non sta succedendo e Putin è costretto a chiedere ancora sacrifici alla popolazione per sostenere la campagna ucraina.
Un altro problema della Russia è rappresentato dall’aumento costante del deficit pubblico, che viene finanziato attraverso prestiti esterni che alimentano l’inflazione. Quindi – è la tesi dell’esperto del Cepa – le ripercussioni degli attacchi di Stati Uniti e Israele sui prezzi del petrolio potrebbero anche aiutare la Russia e potrebbero certamente strappare un sorriso a Putin. Ma è improbabile che un picco temporaneo, come quello che si è visto in questi giorni, possa cambiare i fondamentali. “A meno che i prezzi del petrolio – conclude Kolyandr – non rimangano alti più a lungo possibile e il rublo non si indebolisca significativamente, i problemi di bilancio del Cremlino sono destinati a perdurare”.