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editoriali
La sinfonia del terrore antisemita, da Toronto a Liegi
Bombe e spari contro le sinagoghe. È la strategia della "guerra psicologica" di cui parlavano già i rapporti di intelligence europei dopo il pogrom di Hamas. Non serve uccidere: basta far capire che ogni ebreo è un potenziale bersaglio. Capiremo mai?
Una sinfonia del terrore si è levata, nelle ultime ore, sui due continenti, tessendo una trama inquietante di odio antico e rinnovato. Non si tratta di episodi isolati, ma di un’eco sinistra che rimbalza tra le piazze belghe e i sobborghi canadesi, rivelando quanto il virus dell’antisemitismo, dopo il 7 ottobre 2023, abbia mutato forma senza perdere la sua virulenza. Un mese fa, nell’Île-de-France, una raffica di minacce aveva fatto sì che due sinagoghe venissero chiuse. Alle quattro del mattino di ieri un’esplosione ha squarciato il silenzio davanti alla sinagoga di Rue Frédéricq a Liegi, in Belgio. La vetrata principale del sito ebraico è volata in frantumi, le finestre degli edifici di fronte in pezzi, per fortuna nessun ferito. Poche ore prima, a Toronto, due sinagoghe sono state crivellate da una ventina di colpi di arma da fuoco. È la strategia della “guerra psicologica” di cui parlavano già i rapporti di intelligence europei dopo il pogrom di Hamas. Non serve uccidere: basta far capire che ogni ebreo è un bersaglio potenziale. I bambini che escono da scuola con la kippah nascosta, le famiglie che evitano le strade illuminate, le preghiere recitate dietro porte blindate. E’ l’effetto voluto: far sentire l’ebraismo europeo e nordamericano sotto assedio, spingere all’aliyah interna o a Israele, svuotare le comunità storiche. Il 7 ottobre ha agito da catalizzatore: ha dato il via libera a un odio che covava sotto la cenere, un odio che mescola vecchio antigiudaismo religioso, nuovo antisionismo politico e jihadismo importato. Quando le sinagoghe bruciano o esplodono, non è solo la comunità ebraica a tremare: è l’intera idea di convivenza, di tolleranza, di stato di diritto. Fino a quando l’occidente fingerà di non vedere che il ritorno dell’antisemitismo non è un problema ebraico, bensì il termometro di una civiltà?