Uomini di Ktaib Hezbollah durante una manifestazione di cordoglio per la morte di Ali Khamenei a Babil, in Iraq (foto Getty)

il jihad sciita

La linea del fronte è in Iraq, dove i pasdaran soffiano sul settarismo

Luca Gambardella

L'attacco all'ambasciata americana a Baghdad, la successione di al Sudani, i danni economici, la finta fatwa di al Sistani. Ecco il piano dell'Iran per destabilizzare l'Iraq

Girano delle voci a Baghdad su un incontro segreto che si sarebbe tenuto sabato sera in un appartamento nella Zona Verde della capitale irachena. Durante questa riunione, il premier uscente, Mohammed Shia’ al Sudani, e Qais Khazali, capo di una delle principali milizie filo iraniane, Asa’ib Ahl al Haq, avrebbero raggiunto un accordo per un secondo mandato di al Sudani alla guida del governo, con la benedizione della milizia, che vanta legami molto stretti con l’Iran. L’intesa sarebbe stata raggiunta per rispondere alle pressioni esercitate in questi mesi dagli americani, che ripetono di volere l’ultima parola sulla scelta del nuovo capo del governo iracheno. Per Donald Trump, al Sudani sarebbe l’opzione migliore per scongiurare un terzo mandato dell’ex premier Nouri al Maliki, considerato dal presidente americano un pupazzo nelle mani di Teheran. Ma nonostante i proclami di Trump, incontri come quello di sabato sera tra apparati del governo e membri delle milizie filo iraniane confermano quanto sia fragile la prospettiva di un Iraq depurato dall’ingerenza dei pasdaran.

 

 

Non che manchino posizioni ancora più oltranziste nella galassia dei gruppi armati filo iraniani in Iraq. Kataib Hezbollah, il più strutturato e attivo di questi, ha apprezzato poco l’incontro tra al Sudani e Khazali e ha risposto con il lancio di alcuni missili diretti all’ambasciata americana a Baghdad, sempre nella Zona Verde.  L’attacco, si ritiene, potrebbe essere anche una risposta al raid degli Stati Uniti lanciato pochi giorni prima, il 4 marzo, e che ha portato all’uccisione di Abu Hassan al Fariji, uno dei comandanti di Kataib Hezbollah.  

La guerra fra Washington e Teheran si combatte in buona parte in Iraq, che è diventato una linea del fronte  della campagna militare Furia epica. Tra gli obiettivi delle milizie filo iraniane ci sono i pozzi petroliferi del Kurdistan iracheno, nonché le postazioni dei peshmerga iraniani a Sulaymaniyya. Ma ci sono anche le forze americane in Bahrein – prese di mira da un attacco rivendicato ieri da Jaysh al Ghadhab, un ombrello di milizie vicine ai pasdaran. Un altro gruppo di combattenti, quelli di Rijal al Bas al Shadid, ne hanno rivendicato un altro contro la base americana di Ruwaished, nella Giordania orientale. L’impatto di queste operazioni è stato relativo in termini di danni causati, ma intanto il Wall Street Journal ha scritto che la guerra sta “riportando le forze americane in un luogo dove avevano trascorso anni a combattere gli insorti e avevano subìto pesanti perdite dopo l’invasione del 2003 che aveva deposto Saddam Hussein”. 

 

Non ci sono troppi buoni ricordi per gli americani quando si parla di Iraq, che ospita decine di milizie pagate dal governo centrale ma politicamente più vicine alle Guardie della rivoluzione islamica di Teheran  che a Baghdad. I pasdaran stanno usando questi gruppi paramilitari come fossero un loro braccio armato esterno e costringono l’Iraq a scontare un danno doppio: quello di subire i raid americani e israeliani contro le milizie e quello indotto dal blocco della produzione petrolifera. Se fino a qualche settimana fa Trump ventilava l’ipotesi di sanzioni economiche nel caso in cui Baghdad avesse avallato la candidatura di al Maliki alla guida del governo, portando così alla paralisi economica dell’Iraq, ora che invece al Sudani potrebbe diventare premier gli iracheni si ritrovano a pagare ugualmente un costo esorbitante. La guerra, secondo le prime stime, ha paralizzato il settore estrattivo e la produzione del greggio è crollata del 70 per cento.  

 

 

Ma oltre alle casse vuote, l’Iraq è diventato anche il teatro di un’altra offensiva eterodiretta dall’Iran e che riguarda la propaganda. Da ieri, diversi account iraniani hanno condiviso su X e Telegram un documento spacciato per una  fatwa di Ali al Sistani, il principale leader religioso sciita basato nella città santa di Najaf, in Iraq. Il documento ha avuto enorme risonanza, perché è stato rilanciato da al Manar, la tv di Hezbollah, ma anche da account di studiosi ed esperti dell’Iran in occidente. Il messaggio diffuso è che l’ayatollah avrebbe ordinato il jihad contro gli americani, appellandosi all’unità del mondo sciita. Peccato che non si trattasse di una fatwa – cioè di un’opinione giuridica generalizzata – ma di una risposta molto più informale, emessa peraltro non da al Sistani ma da un chierico iraniano, e che non facesse nemmeno appello all’unità del mondo sciita, né alla guerra santa. Fomentare lo scontro settario e sollevare un jihad sciita è l’altra parte della strategia che i pasdaran stanno mettendo in campo in Iraq. L’obiettivo è duplice: spaventare il nemico e serrare i ranghi attorno alla nuova leadership.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.