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"pomodori e peperoncini"
Dubai, il posto che tutti amano odiare. Intervista a Yaroslav Trofimov del Wsj
“Vivo qui da undici anni e non conosco nessun influencer”, racconta il capo dei corrispondenti esteri del Wall Street Journal: "Questo posto attira talenti. Puoi costruirti una vita decente, guadagnare bene. Questa immigrazione è il fondamento della prosperità di Dubai"
In questi tempi bizzarri, gli Emirati arabi uniti e in particolare Dubai sono rappresentati come un piccolo principato da film di Lubitsch, un posto stralunato da vacanzieri, o se vogliamo ancora peggio da cinepanettone, un “Vacanze di Natale a Dubai”, appunto versione esotica, popolati di influencer, escort russe e sfaccendati vari. E’ una bella storia che ci piace, perché rovinarla con la verità? Però non è solo o non è per niente così. Adesso la società civile emiratina si ribella. Yaroslav Trofimov è il capo dei corrispondenti esteri del Wall Street Journal e lì abita e lavora. Venerdì ha scritto un accorato editoriale sul magazine del suo giornale intitolato “Dubai, il posto che tutti amano odiare”. Sottotitolo, “ecco perché si sbagliano”. Perché si sbagliano? “È facile odiare Dubai”, dice Trofimov al Foglio in un’intervista a spizzichi e bocconi mentre ogni tanto sospendiamo, perché arrivano gli allarmi del governo per possibili nuovi attacchi, e lui si deve spostare.
“C’è l’idea che sia una specie di Hollywood nel deserto, con le sue spiagge e i suoi brunch alcolici e gli enormi centri commerciali. Così quando si è diffusa la notizia degli attacchi, in giro c’è stata pochissima empatia verso Dubai, anzi il mondo digitale si è riempito di meme sugli influencer”. Ma la realtà è diversa. “Io son qui da 11 anni e non conosco nessun influencer. Puoi benissimo stare qui e non avere una vita online. Ognuno fa la sua vita”, racconta Trofimov, che, nato in Ucraina, ha vissuto anche in Italia. Finalista al premio Pulitzer, ha scritto anche il romanzo Non c’è posto per l’amore, tradotto da noi per La Nave di Teseo. Ma che ci fa, lei, capo dei corrispondenti di un giornale newyorchese, laggiù? “Abito qui con la mia compagna Agata Kurzela, che fa la designer (l’avevamo intervistata qui sul Foglio qualche tempo fa). Precedentemente ero a Kabul, poi, seguendo il Medioriente, il mio ufficio è stato collocato a Dubai. E sono rimasto. All’inizio era solo un posto comodo per spostarsi, ci sono voli diretti per la Russia, la Cina, l’Europa, l’Africa. Infine è diventata casa”. Non solo per Trofimov. Dal 2015 la popolazione è quasi raddoppiata.
“Negli ultimi anni il modo di lavorare e il mondo del lavoro sono cambiati. Dopo il Covid Dubai ha liberalizzato progressivamente i visti. Puoi venire qui con il cosiddetto Golden Visa, se hai un lavoro o compri un appartamento puoi rimanere dieci anni. Hanno reso possibile creare società, e puoi assumere dipendenti. Una cosa per niente scontata in altre parti del mondo, pensiamo agli Stati Uniti”. Ma che lavori fanno questi emigré a Dubai, che non sono influencer? “C’è di tutto: è una città di 4 milioni di abitanti, ci sono medici, dentisti, o esperti di tecnologia, addetti alle vendite o Ceo di aziende globali. Se sei un architetto egiziano o un ingegnere del Bangladesh o un dentista della Siria non puoi lavorare in Europa o in America, ma qui sì, in questo posto che attira talenti. Puoi costruirti una vita decente, guadagnare bene. Noi ci siamo ormai abituati al fatto che ‘immigrazione’ sia una parola negativa, ma qui no, questa immigrazione è il fondamento della prosperità di Dubai. Dove solo il 5 per cento della popolazione totale ha la cittadinanza degli Emirati, il resto proviene letteralmente da tutto il mondo. Vedi a lavorare insieme i russi con gli ucraini, i libanesi e i palestinesi con gli israeliani. E’ un posto dove puoi trovare una donna in bikini e una con l’abaya fianco a fianco sulla spiaggia”. Naturalmente non ci sono solo lati positivi: “non è una democrazia, ma è un posto dove le cose funzionano, e, a differenza di altri luoghi in Medioriente, non devi pagare mazzette”, dice ancora Trofimov. Resterà a vivere qui? “Certo, e dove dovrei andare?”.
Anche adesso che le cose si stanno facendo un po’ più difficili. Il totale dei morti per via degli attacchi iraniani è arrivato a 4; l’ultimo, un autista pakistano colpito ieri. “Ma è ancora un posto sicuro. I missili sono stati quasi tutti intercettati, e sono in calo. Non ci sono fughe di massa, i ristoranti sono aperti, l’elettricità funziona, Internet e l’acqua corrente pure. L’aeroporto è stato parzialmente riaperto. Certo Dubai ha visto per la prima volta la guerra sul suo territorio. E l’idea che questo sia un posto effimero e fragile pronto a crollare appena il gioco si fa duro evidentemente non affascina soltanto l’Internet, ma anche Teheran, che infatti ci sta colpendo più di quanto colpisca Israele, nonostante, a differenza di Israele, gli Emirati non l’hanno attaccata. Sa cosa mi ferisce? Che i droni e i missili che vedo dal mio balcone a Dubai sono gli stessi, di fabbricazione iraniana, che cadono sulla mia Kyv”. Balcone dove non si produce in reel o selfie, bensì coltiva “pomodori e peperoncini”, alla faccia degli influencer, vabbè.