LaPresse
I fatti non esistono più
Perché l'Occidente è diventato il male assoluto
Bombe russe, repressione iraniana, massacri di cristiani: i fatti cancellati dall’ideologia. Il colpevole è sempre un altro. Una mescolanza pericolosa di islamismo fondamentalista, antisemitismo, oscurantismo censorio di marca woke ed estremismo antifa
Ho sbagliato. Ho ceduto anche io alla tentazione di definire “ipocrisia” questo abissale silenzio delle piazze occidentali sul massacro di persone e diritti nell’Iran degli ayatollah, prima e dopo l’attacco di Israele e Usa. Ho sbagliato a usare categorie morali, moralistiche, psicologizzanti su un fenomeno di doppiezza rivendicata apertamente e senza pudore. Ho sbagliato perché si comincia con lo psicologizzare e con il deplorare lacune morali e poi si finisce con l’assecondare colossali imposture come “l’islamofobia”, fino agli estremi della psichiatrizzazione del dissenso (come avviene ancora a Cuba). E invece no, è tutto il contrario. Cucinato in un’università ridotta a fabbrica di asineria e di ignoranza irredimibile sui più elementari dati di fatto, addestrato a una chiusura fanatica verso ogni refolo di dubbio, di problematicità, di sana diversità di idee, quello che ora si manifesta in forme orribili non è un sentimento negativo, un banale tic mentale, ma un ferreo, nuovo, nuovissimo, inedito e perciò sconcertante modello ideologico che sta imponendo la sua logica micidiale nel cuore delle nostre democrazie. E’ nuovo. Non è un residuo del Novecento, non è la solita pappa riscaldata. Certo, c’è qualche rottame del passato novecentesco, come quelli che sostengono Putin, nostalgici dell’Unione Sovietica persino staliniana. Ma è soprattutto la tragica trasformazione di una scelta politica in un’inquisizione feroce e senza appello, in un manicheismo impermeabile a ogni obiezione. E’ la messa alla gogna di tutto ciò che suoni come “Occidente”.
Da questo presupposto, condiviso dai media mainstream più vulnerabili, nelle aule universitarie, addirittura nelle scuole medie dove persino le riflessive “professoresse democratiche” di berselliana memoria apparirebbero ora feroci nemiche del popolo, discende uno schematismo implacabile, uno sdoppiamento perfettamente coerente. Se i pasdaran scherani della teocrazia di Teheran ammazzano trentamila persone in un solo giorno non c’è l’Occidente colpevole, e dunque cala il silenzio, l’omertà. Se i missili di Putin disintegrano ospedali, stazioni ferroviarie, scuole, pizzerie in Ucraina, deportano 19.000 bambini e violentano nei territori occupati dai russi le donne ucraine come prede, non è l’Occidente che colpisce, e dunque cala il silenzio, l’omertà, e va bene pure l’alleanza con il Patriarca di tutte le Russie Kirill, ex Kgb: quello barbuto come un pasdaran che vorrebbe sterminare i gay responsabili della decadenza morale. L’Occidente, e cioè la democrazia, la libertà d’espressione, la tutela dei diritti fondamentali, il benessere diffuso, il pluralismo culturale, la laicità dello Stato, la ricerca libera, la libertà delle donne: questi sono i colpevoli, da demolire. E perciò i tiranni sono assolti, si trepida addirittura per la loro sorte terrena. E le democrazie vacillano, strette oramai nella tenaglia oscurantista della sinistra woke e della destra reazionaria di marca trumpiana. Solo che a Washington c’è pur sempre un giudice che si mette di traverso ostacolando le pulsioni autocratiche del (provvisorio) inquilino della Casa Bianca. A Teheran, al contrario, il giudice non fa che firmare macchinalmente (guardate un film iraniano meraviglioso come “Il seme del fico sacro”) piogge di autorizzazioni alle impiccagioni di massa.
Non è ipocrisia, magari lo fosse: l’ipocrisia può essere svergognata, ridicolizzata, caricaturizzata, satirizzata. Ma invece è un assioma ideologico, un sistema molto strutturato di pregiudizi, un’orchestra distopica (e dispotica) che con disciplina e compattezza suona sempre la stessa nota. Fateci caso, non se ne perdono una, non si smentiscono mai, sono sempre all’altezza delle più fosche previsioni, si potrebbe puntare con assoluta sicurezza su quello che diranno, che ululeranno in piazza, come gli automi che marciano inebetiti in “Metropolis” di Fritz Lang (1927), presago del nazismo in procinto di trionfare. Esiste per esempio in Italia un’associazione che si definisce femminista e che ha come nome “Non una di meno”, specializzata nel negare qualsiasi sentimento di solidale sorellanza per le donne discriminate e malmenate dove è al potere l’islamismo fondamentalista. Recentemente nell’Afghanistan seviziato dagli energumeni talebani una legge, si fa per dire, ha stabilito che un marito può certo picchiare la moglie seppellita nel burka, ma se lo fa troppo violentemente da procurarle sul corpo una frattura ossea o una ferita aperta (“nera o bluastra”, per la precisione) allora il marito padrone potrebbe essere considerato sanzionabile con ben quindici giorni di reclusione, e la condanna salirebbe a un anno se il bruto maltrattasse un animale, la cui salute fisica vale evidentemente molto di più di quello di una donna. Si è forse visto un volantino, un comunicato, un post, una mezza protesta per le sorelle afghane? Ovviamente no, non per ipocrisia, ma perché i talebani non portano in fronte il marchio d’infamia dell’Occidente.
Potrebbero perciò commuoversi per le iraniane e gli iraniani in festa per la fine di un boia come Khamenei? Ovviamente no: hanno parole solo contro Trump e contro Israele, scendono in piazza a favore dei mullah che ancora esercitano un regime di terrore. Mullah maschi brutali e mascalzoni che però non sono figli dell’Occidente satanico e dunque possono essere perdonati per le loro malefatte. Hanno detto ben poco in tutti questi anni e mesi quando le ragazze dell’Iran hanno sfidato maltrattamenti, botte, volti sfregiati, torture, morte, impiccagioni sulla pubblica piazza per strapparsi finalmente dalla testa il velo della sottomissione e dell’umiliazione: nemmeno una parola di solidarietà, solo freddezza e distacco. Utili idiote, come piace definirle a Claudio Cerasa? Non saprei, utili ai regimi certamente sì. Ma nell’idiozia, come sapeva bene Dostoevskij, c’è qualcosa di struggente e di ingenuo che intenerisce e muove a compassione solidale. Loro no, esibiscono un cinismo ideologico che sfiora e talvolta oltrepassa la soglia della spregevolezza con questo ostinato star sempre dalla parte delle dittature. Sempre, senza mai una smentita. Neanche una di “Non una di meno” è scesa in piazza per chiedere la fine della tirannia in Iran: era facile prevederlo anche stavolta, magari sventolando la bandiera del diritto internazionale. Non per ipocrisia, ma perché hanno perfettamente chiaro che se cadono i tiranni di Teheran, è il Quartier generale, assieme alla Mosca di Putin, della guerra fondamentalista contro le democrazie liberali dell’Occidente che rischia di crollare, facendo del “Sud globale” (così amano chiamare l’asse del terrore) una potenza acefala, non solo sul piano militare e terroristico, ma su quello propagandistico, con l’avallo dell’Onu, e persino culturale. Non sono idioti, hanno capito benissimo la posta in gioco. Per questo diventano jihadisti ideologici che vorrebbero vedere annientato lo Stato di Israele. Perché sono antisemiti certo, e perché Israele viene vissuto e demonizzato come l’avamposto dell’Occidente nei luoghi sacri dell’Islam.
Che c’entra il femminismo con l’appoggio all’islamismo anche nelle sue forme più radicali? Non dovrebbe avere nessun rapporto, se non di antitesi. Ma c’entra, purtroppo, perché l’islamizzazione della guerra politica contro l’Occidente fa sparire il femminismo storico se non come guscio vuoto, maschera deformata e slogan privo di senso, brand di cui si è smarrito il senso profondo. Durante una manifestazione a Firenze contro i femminicidi è stata rudemente allontanata una donna colpevole solo di aver portato un cartello che ricordava le donne ebree stuprate ritualmente dai predoni di Hamas il 7 ottobre. Recitano lo slogan “sorella, io ti credo”, ma non credono, non vogliono credere, ostentano spudoratamente la loro volontà arrogante di non credere alle sorelle ebree e una amica di Hamas come Francesca Albanese dalla sua postazione Onu arriva a dire senza vergogna: “Portatemi le prove”. Le prove? Ma per loro non esistono le prove, semplicemente perché non esiste il principio di realtà. Se si avesse voglia di guardare i giornali all’indomani del 7 ottobre, ma proprio all’indomani, l’8, il 9, il 10 e così via si noterebbe subito che la parola maledetta “genocidio” era già stata tolta dalla polvere, esibita ben prima che a Gaza accadesse la tragedia che poi è accaduta. I fatti scompaiono nel nebbione ideologico degli utili fiancheggiatori. Di recente un’organizzazione umanitaria come Medici senza frontiere ha deciso di andarsene da Gaza perché gli ospedali sono stati ridotti ad arsenali dai miliziani di Hamas e i pazienti e gli ammalati sono presi come ostaggi e scudi umani. Una notiziona, in teoria, anche se tardiva: ma non c’è, è stata cancellata, non esiste, non ha nessun valore, anche nei giornali che tanto si pavoneggiano e si impancano a giudici della buona e vidimata informazione contro le fake news, proprio loro che sulle fake news di Hamas hanno campato per tutta la terrificante guerra di questi anni.
I fatti non esistono più. Non esiste il fatto della Russia che bombarda da quattro anni la popolazione civile dell’Ucraina. Stavolta, in effetti, le piazze si riempiono, ma di putiniani (idioti? Utili) che fingono di mobilitarsi contro le armi, purché siano le armi degli aggrediti: bandiere della pace, con l’Anpi diretta da un partigiano abusivo, contro gli aiuti militari agli ucraini che combattono strenuamente da quattro anni. Ma nemmeno un cartello, uno slogan, un sit-in davanti all’ambasciata russa, solo manipolazioni e falsificazioni, aiutati da una scandalosa disinformazione (disinformatija) televisiva sul brutto e crudele Zelensky che non vuole la pace mentre il duo Putin-Trump sarebbe così ben disposto a serie trattative. Una tenaglia manipolatoria destra-sinistra che si insinua e inquina ambedue gli schieramenti, con l’entusiastico appoggio di accademici propagandisti che il 23 febbraio del ‘22 scommettevano impavidi sull’impossibilità di un attacco putiniano all’Ucraina, avvenuto l’indomani. I fatti, appunto, svaniscono nei fumi del manicheismo ideologico più rozzo. Non esiste il fatto dei massacri in Sudan. Non esistono i fatti dei cristiani trucidati nelle chiese in Nigeria, e che non sono nemmeno difesi o ricordati dal quotidiano della Cei Avvenire, figurarsi. Non è mai esistito il fatto di Saman Abbas, la ragazza minorenne ammazzata in Italia dagli assassini della sua famiglia islamista solo perché aveva osato rifiutare un matrimonio combinato con un pedofilo e pretendeva di pettinarsi e vestirsi alla maniera delle ragazze occidentali. “All’occidentale”? Peggio per lei: una di meno.
Ci sarà sempre un esule venezuelano che viene bullizzato dai protervi sostenitori della dittatura di Maduro nelle piazze di Roma. Ci sarà sempre un’esule iraniana che supplica i manifestanti pro Teheran di non stare dalla parte degli assassini della teocrazia khomeinista. Ci sarà sempre chi invocherà disperatamente l’attenzione ai fatti ma sarà sempre frustrato dall’invulnerabile refrattarietà ai fatti che grava come una nube tossica sui seguaci, giovani e anziani in cerca di una rinnovata giovinezza, di questa nuova creatura ideologica. La stupefacente mescolanza di islamismo fondamentalista, antisemitismo, oscurantismo censorio di marca woke che dilaga nelle università, estremismo retorico e violento antifa, neo-femminismo antifemminista, correnti maggioritarie dell’establishment Lgbtq+ capaci di inneggiare ad Hamas che scaraventa gli omosessuali dai tetti di Gaza dopo averli torturati e di cacciare i gay israeliani (ebrei) dai cortei del Gay Pride, tutto questo può sembrare un pasticcio solo se non si comprende che ad amalgamarlo è un progetto politico che appunto vede nell’Occidente il male assoluto. Ancora una volta non un’idiozia: ma un articolato sistema ideologico che rompe radicalmente anche con gli schemi e le categorie del Novecento. In Francia questa mescolanza islamista, antisemita, antidemocratica è diventata addirittura fusione, saldatura politica con Mélenchon che appoggia la cacciata con agguati e inseguimenti degli ebrei dalle manifestazioni della sinistra. In Italia non si è arrivati ancora a questo, ma è preoccupante che l’ondata velenosa stia lambendo se non addirittura condizionando pesantemente partiti della sinistra che pure hanno una storia diversa e che si candidano a governare il paese.
E poi c’è l’intolleranza, una mania censoria che davvero ha qualche somiglianza con quello che accade nelle autocrazie. Le lingue tagliate. I libri messi all’indice. Gli ebrei che non possono riunirsi nelle aule universitarie. La cultura messa al bando o mutilata. Gli intellettuali e i professori universitari testardi che sono minacciati o intimiditi. Non molto tempo fa un gruppo di forsennate ha impedito con un fanatismo incontrollato la presentazione di un libro intitolato “Donna si nasce” scritto da due intellettuali da sempre esponenti del femminismo storico italiano, Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo. Guido Vitiello su questo giornale ha citato una frase delle intolleranti in cui si deplorava che in quel libro diabolico non ci fosse chiarezza “sul piano della decostruzione della bianchezza egemonica, dell’omolesbobitransfobia e razzismo interiorizzato”. Una forma di “endogamia linguistica”, ha commentato Vitiello, “mostri verbali che hanno tutti i tratti dei gerghi delle subculture adolescenziali”, una “segnaletica di appartenenza tribale-settaria”. Un lessico grottesco, che sembra uscito dalle scene più comiche di un film dei Monty Python, uno stupidario dettagliato che invece viene preso sul serio con tutta la sua carica intimidatoria dalle migliori menti (non è vero, è solo una citazione) della nuova generazione di intellettuali. Ma la pratica violenta della libertà d’espressione conculcata, che le migliori menti definiscono legittima “contestazione”, è diventata una prassi accettata come fosse normale: la presentazione fiorentina di un libro di Elisabetta Fiorito su Golda Meir fatta saltare per la prepotenza dei pro Pal, quella di un libro di Giuseppe Culicchia sull’assassinio di Sergio Ramelli messa a tacere da un manipolo di squadristi antifa. Non si chiama idiozia, si chiama fanatismo.