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da bruxelles
L'Ue non è pronta a due guerre ai suoi confini
Il conflitto in Iran sta dirottando attenzione politica, oltre che risorse militari, lontano dall’Ucraina
Bruxelles. Il presidente francese, Emmanuel Macron, oggi sarà a Cipro, lo stato membro dell’Unione europea coinvolto suo malgrado nella guerra lanciata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dalla risposta della Repubblica islamica. L’obiettivo della visita è “rafforzare con i nostri partner europei la sicurezza attorno a Cipro e nel Mediterraneo orientale”, ha detto l’Eliseo. Una coalizione di volenterosi è stata organizzata per proteggere Nicosia da altri attacchi di droni e missili. Francia, Grecia, Italia e Regno Unito hanno inviato asset navali. Macron intende anche “sottolineare l’importanza di garantire la libertà di navigazione e la sicurezza marittima nella regione, in particolare grazie all’operazione marittima Aspides dell’Unione europea”.
Ma gli europei hanno sufficienti risorse e volontà politica per gestire due guerre prolungate ai loro confini?
L’Ucraina rischia di essere la vittima collaterale di un conflitto che l’Europa non ha voluto. Il presidente Volodymyr Zelensky sta cercando di utilizzare la “carta” dei sistemi anti droni ucraini per ottenere missili per i sistemi Patriot e allontanare i paesi del Golfo dalla Russia. Ma l’espandersi della guerra alla regione e diverse decisioni dell’Amministrazione Trump hanno profonde conseguenze per la posizione dell’Ucraina. Lo stesso Zelensky ha ammesso il rischio di ritrovarsi con meno missili di difesa aerea. Le altre armi che gli europei continuano a comprare agli Stati Uniti per l’Ucraina potrebbero iniziare a scarseggiare. L’Amministrazione Trump ha deciso di sospendere per un mese le sanzioni sul petrolio russo per l’India. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha detto che altri paesi potrebbero beneficiare della sospensione, permettendo così al Cremlino di riaprire i rubinetti finanziari per la sua guerra.
La guerra in Iran sta dirottando attenzione politica, oltre che risorse militari, lontano dall’Ucraina. L’Ue non è ancora riuscita a mantenere la parola data sul prestito da 90 miliardi di euro per Kyiv, a causa del veto del premier ungherese, Viktor Orbán. Il tempo sta scadendo e non c’è tempo per aspettare le elezioni legislative del 12 aprile in Ungheria. L’Ucraina potrebbe trovarsi in situazione di bancarotta all’inizio del mese di aprile. L’Ungheria e la Slovacchia bloccano anche il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che l’Ue sperava di adottare nel quarto anniversario della guerra, il 24 febbraio scorso. Orbán sta anche mettendo in discussione il rinnovo delle sanzioni per le 2.700 persone ed entità finite nella lista nera dell’Ue per il loro ruolo nella guerra di aggressione, che scadono il 15 marzo.
Eppure, invece di mettere pressione sull’Ungheria, Ursula von der Leyen sta facendo pressioni su Kyiv per riaprire l’oleodotto Druzhba, danneggiato dai bombardamenti russi che l’Ungheria esige di riaprire per continuare a ricevere greggio dalla Russia. Venerdì la presidente della Commissione ha usato toni senza precedenti, criticando Zelensky per l’escalation retorica con Orbán.
La priorità politica si è spostata geograficamente. Von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, oggi terranno una riunione in videoconferenza con i leader dei paesi del Golfo. La Commissione deve anche iniziare a immaginare come gestire le conseguenze interne all’Ue di una guerra prolungata in medio oriente: aumento duraturo del prezzo di petrolio e gas, un’ondata di rifugiati e gli attentati terroristi sono le tre minacce più urgenti. La carenza di armi avrà un impatto anche sui piani di riarmo degli stati membri dell’Ue. Il Consiglio europeo del 19 e 20 marzo – che doveva essere dedicato alla competitività, oltre che all’Ucraina – si potrebbe trasformare in un vertice d’emergenza sulla guerra in Iran.
Sull’Iran, dopo le divisioni iniziali tra gli Stati membri dell’Ue, e dopo gli attacchi lanciati da Donald Trump al premier spagnolo, Pedro Sánchez, per aver rifiutato l’utilizzo delle basi nella guerra, una linea comune sembra emergere tra i Ventisette: questa non è una guerra scelta dall’Europa, non è nemmeno una guerra legale sul piano del diritto internazionale, ma gli europei sono pronti ad assumersi le loro responsabilità per difendere i loro stati membri e i paesi del Golfo bersaglio della rappresaglia iraniana.
Le dichiarazioni di sostegno al cambio di regime in Iran – quelle di Ursula von der Leyen e Friedrich Merz – hanno lasciato il posto a toni più sobri. “Nel momento in cui i combattimenti continuano e si espandono, vediamo anche rischi crescenti”, ha ammesso il cancelliere venerdì: “Una guerra senza fine non è nel nostro interesse”. Merz ha anche fatto marcia indietro su un caotico collasso del regime. “Questi scenari potrebbero avere conseguenze di vasta portata per l’Europa”, ha detto il cancelliere. E’ un sintomo che l’Ue non è pronta a gestire due guerre prolungate ai suoi confini.