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l'editoriale del direttore
Dalla parte giusta della Storia: l'Europa che non ti aspetti
Lenta a decidere, non sempre unita, ma in tutte le prove importanti, dall’Ucraina alla Groenlandia fino alla minaccia iraniana su Cipro, ha sempre saputo scegliere con forza da che parte stare. E comincia a muoversi di conseguenza su sicurezza e difesa
Charlemagne è lo pseudonimo di una famosa rubrica dell’Economist che ogni settimana si diverte, con piglio europeista, a demolire l’Europa non per quello che fa, come fanno spesso gli antieuropeisti, ma per quello che non fa. L’europeismo modello Charlemagne, spietato, tagliente, aggressivo, costruttivo, è un europeismo saggio, che aiuta ad alzare l’asticella e che costringe gli europeisti non ipocriti a non accontentarsi mai di quello che l’Europa fa, anche quando qualcosa la fa. Nell’ultima rubrica di Charlemagne, però, l’Economist sceglie di autoimporsi una forzatura e di domandarsi, per una volta, se quello che l’Europa sta facendo, in questa fase storica, possa offrire qualche elemento utile per potersi considerare, da europei, soddisfatti. Il ragionamento dell’Economist prende spunto da tutto ciò che abbiamo visto negli ultimi giorni attorno al caos iraniano, ma è un ragionamento che poi si allarga, come un’inquadratura, e che spinge il settimanale britannico a considerare il posizionamento dell’Europa, nella stagione del disordine mondiale, come un punto imprescindibile di ordine, anche quando è immobile.
In tempi di caos, scrive l’Economist, l’Europa è la potenza confusa di cui il mondo ha bisogno. Perché sì, è vero, l’Europa è un continente vegetariano in un mondo di rivali onnivori. Ed è vero, l’Europa spesso è confusa, ha un potere dissipato tra decine di governi nazionali che hanno difficoltà a concordare l’ora senza prima convocare un vertice, ed è sempre troppo lenta, troppo macchinosa, troppo indecisa, ma in un mondo dominato da potenze globali abbastanza grandi da causare caos globali avere potenze globali che scelgono di non essere parte del disordine è un balsamo per chi cerca di dare un ordine al mondo. E il dato controintuitivo segnalato dall’Economist è che anche i suoi vizi, a poco a poco, si stanno trasformando in virtù e anche alcune delle ragioni che spesso usiamo per ridicolizzare il Vecchio continente sono allo stesso tempo ragioni per elogiarlo. Un caso su tutti.
Si dice spesso che il problema dell’Europa sia la sua incapacità di prendere decisioni veloci, e in un mondo in cui tutto viaggia alla velocità della luce muoversi come delle tartarughe non porta sempre vantaggi, ma allo stesso tempo si può dire che la lenta ricerca del consenso interno fa sì che l’Europa ci pensi due (o tre, o quattro) volte prima di agire. E a causa di questa lentezza, raramente, a meno che non si parli di scelte strutturali, fa qualcosa di irreversibile, come per esempio è stato per il Green Deal. L’Europa non fa molto, e dunque anche per questo sbaglia poco, ma in tutte le prove importanti di fronte alle quali si è trovata costretta a mettere in campo un po’ di coraggio fino a oggi ha trovato sempre il modo di scegliere con forza da che parte stare. Lo fa in Ucraina, sul fronte est, dove ormai da anni finanzia la guerra eroica di resistenza degli ucraini con un trasferimento di risorse superiore a quello americano. Lo ha fatto a inizio anno in Groenlandia, dove alcuni paesi europei hanno inviato truppe per ricordare a Trump che il suolo europeo non è il suo giardino di casa. Lo ha fatto in queste ore con Cipro, dove i più importanti paesi europei, Regno Unito, Francia, Italia e persino la Spagna, hanno inviato forze militari per proteggere i confini dell’Unione europea dalla rappresaglia iraniana. Passi piccoli, sì, lenti, ma decisi, come quello compiuto dai ministri degli Esteri dell’Unione europea, che pochi giorni prima dei bombardamenti sull’Iran hanno attaccato diplomaticamente il regime degli ayatollah inserendo le guardie della rivoluzione nella lista delle milizie terroristiche. Ma i piccoli passi che l’Europa compie verso la direzione del coraggio e della responsabilità hanno una caratteristica interessante: confermano il fatto che l’Europa, a differenza di buona parte del mondo, anche di quello libero, è magnificamente prevedibile, e per questo rassicurante, e confermano il fatto che le decisioni strutturali prese dall’Europa, essendo figlie di un lungo travaglio, difficilmente sono reversibili, ed è quello che succede per esempio con il sostegno all’Ucraina.
L’Europa, ancora, ci ha messo molto tempo a rendersi conto di quanto il protezionismo non sia la chiave giusta per proteggere il proprio mercato e di quanto sia invece la libera circolazione delle merci con il numero più importante di paesi del mondo a garantire maggiore libertà alle imprese e ai cittadini, ma una volta definita la direzione, una volta fissati i binari, l’Europa ha iniziato ad andare a una velocità sostenuta, arrivando anche a cercare procedure creative, come quelle di urgenza, per far funzionare anche ciò che il Parlamento europeo ha provato a bloccare, come il trattato di libero scambio con i paesi del Sudamerica (Mercosur). Lo stesso vale su un altro punto. L’Europa ci ha messo molto a rendersi conto di quanto possa essere importante considerare la difesa non come un costo, economico e politico, ma come un investimento sul futuro, sul futuro delle nazioni e anche dei leader politici, e nel giro di poco tempo, seppur lentamente, qualche passo in avanti è stato fatto. L’Ue ha aperto la strada a un riarmo che può valere fino a 800 miliardi di euro, tra flessibilità fiscale e strumenti comuni. Ha creato uno strumento, Safe, che mobilita fino a 150 miliardi di euro in prestiti per armamenti e capacità militari.
Gli alleati Nato, in Europa, dopo anni di sonnellini, hanno deciso di puntare al 5 per cento del pil per sicurezza e difesa entro il 2035. Con la missione europea Eumam sono stati addestrati quasi 90 mila soldati ucraini. La Francia ha aperto alla possibilità di una dimensione più europea della deterrenza nucleare francese, con esercitazioni e cooperazione strategica con altri paesi Ue. Nel 2025 la Germania ha portato la spesa militare a circa 86 miliardi di euro: 62 miliardi dal bilancio ordinario più 24 miliardi dal fondo speciale da 100 miliardi per la Bundeswehr, ragione per cui Trump considera sempre più il numero di telefono del cancelliere tedesco Friedrich Merz come il vero numero da chiamare per parlare con l’Europa. Nella crisi iraniana, scrive con malizia l’Economist, l’Europa ha espresso sul conflitto all’incirca tante posizioni quanti sono i suoi politici. Vero. Ma alla fine dei conti, nel suo insieme, la prevedibilità dell’Europa non ha deluso anche in questa occasione. Con il popolo iraniano e contro gli ayatollah, tranne alcuni casi. Con i paesi del Golfo colpiti dall’Iran e contro il regime islamico, tranne alcuni balbettii. Con il paese europeo minacciato, Cipro, e contro gli aggressori, come era già stato contro Putin, in Ucraina, e contro Trump, in Groenlandia. L’Europa è meno forte di come la vorrebbero gli europeisti, ma forse meno debole rispetto a come la descrivono ogni giorno sia coloro che la odiano sia coloro che la amano.