Foto Epa, via Ansa

Kharg, l'isola del petrolio che può decidere la guerra con l'Iran

Maurizio Stefanini

Da questo piccolo avamposto nel Golfo Persico passa il 90% delle esportazioni di greggio iraniano. Analisti e ex funzionari Usa ipotizzano una presa mirata del terminal per colpire l’economia di Teheran senza un’invasione su larga scala, ma l’operazione comporterebbe rischi militari ed energetici globali.

“Dattero ancora acerbo”: è questo il significato di Kharg, l’isola di 20 km quadrati a 25 km dalla costa iraniana e 483 km a nord-ovest dello stretto di Hormuz il cui porto è un importante centro di esportazione di greggio, e che potrebbe essere l’obiettivo di terra da far prendere alle forze speciali americane per strangolare il regime di Teheran senza bisogno di procedere a occupazioni su più larga scala. Kharg gode di un vantaggio naturale che la rende insostituibile: la profondità delle acque circostanti. Mentre gran parte del litorale persico è troppo basso per accogliere le superpetroliere, queste possono invece attraccare a Kharg con facilità.

Dall'isola passa infatti il 90 per cento delle esportazioni di petrolio dell’Iran, un 90 per cento del quale finisce poi in Cina. È il generale Keith Kellogg, ex inviato speciale degli Stati Uniti per l’Ucraina, che ai microfoni di Fox News ha dichiarato: “Spero davvero che vadano a prendere l’isola di Kharg. Se si elimina quell’isola, si colpisce l’80-90 per cento dell’utilizzo di petrolio degli iraniani. In sostanza, li si spegne economicamente. Non possono più sostenere la Cina. Non possono sostenere la Russia. Prima o poi, l’altra parte si renderà conto che queste sono pessime notizie”. Anche Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, si è domandato pubblicamente su X se il presidente Trump stia valutando seriamente la presa dell'isola. Secondo il politologo il “cambio di regime” in Iran non potrebbe non passare necessariamente per un’invasione di terra su vasta scala, ma per il controllo chirurgico di questo snodo. L'analista politco Michael Rubin parla di “soluzione perfetta” per un presidente che ama fare affari energetici. Intanto sulla piattaforma Polymarket gli scommettitori si stanno già posizionando sulla probabilità che l’infrastruttura di Kharg venga colpita entro il 31 marzo. Axios a sua volta ha riferito che, oltre alla discussione in corso tra Stati Uniti e Israele per inviare forze speciali in Iran a mettere in sicurezza le sue scorte di uranio altamente arricchito, c’è anche l’altra discussione sulla conquista dell'isola di Kharg

Già durante la guerra tra Iran e Iraq l’isola fu un obiettivo militare: nel 1986 i bombardamenti iracheni ridussero le sue infrastrutture a un cumulo di macerie fumanti. La ricostruzione è stata molto lenta, ma ora la sua capacità è tornata a livelli record, con 4 milioni di barili al giorno. La differenza di approccio degli Stati Uniti rispetto a Saddam sarebbe nell’impadronirsi del terminal. Senza Kharg l’Iran perderebbe l’accesso alla valuta estera necessaria per pagare gli stipendi ai militari. Ma il controllo americano sull’isola fornirebbe anche a Trump una moneta di scambio senza precedenti per negoziare quella che ha già definito una “resa incondizionata”. Il problema è di vedere se la cosa sia fattibile. Marc Gustafson, ex capo della Situation Room, avverte su una quantità di rischi: mine navali; attacchi di droni suicidi; il rischio di un autosabotaggio iraniano con una distruzione deliberata delle condotte per innescare un disastro ecologico ed economico mondiale. Comunque, già la voce di un attacco a Kharg starebbe spingendo il prezzo del petrolio verso la soglia psicologica dei 90 dollari.

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