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Pacifisti atomici. Il megatone all'Iran come terapia per una regione in fiamme
C'è chi sostiene che la bomba iraniana porterà armonia e stabilità nel mondo e che Israele è molto più pericoloso di un mullah all’uranio arricchito. Ma la Repubblica islamica non è uno stato come gli altri: darle la bomba significa regalare a un regime apocalittico lo strumento per trasformare l’apocalisse in politica estera
Parlando al giornalista americano Joseph Alsop, nel 1958 il famoso filosofo e matematico Bertrand Russell, che coniò lo slogan “nessun’arma atomica dal Portogallo alla Polonia”, fu molto schietto su cosa si auspicasse se l’alternativa fosse stata la guerra con l’Unione Sovietica: “Sarei favorevole al disarmo unilaterale, anche se significasse la dominazione comunista su tutto il mondo”. Russell, almeno, era coerente nella sua disperazione pacifista: preferiva la schiavitù alla guerra. I suoi epigoni hanno una proposta per fermare la guerra con Teheran: date all’Iran la bomba atomica e finalmente nascerà il medio oriente multipolare, dove la stabilità si misurerà in centrifughe. L’atomica degli ayatollah non sarebbe più un’arma di distruzione, ma di stabilizzazione. Il megatone come terapia per una regione in fiamme. Cominciò Jacques Chirac con una frase destinata a entrare negli annali della leggerezza geopolitica. Chirac disse che la bomba atomica iraniana non sarebbe stata “molto pericolosa”. “Se l’Iran avesse l’atomica, Israele non oserebbe attaccare”, gli ha fatto eco mesi fa Massimo D’Alema, che vorrebbe concedere a un piromane il diritto di accumulare fiammiferi, convinto che li userà solo per accendere candele. “Se l’Iran avesse la bomba atomica, l’area sarebbe più stabile”, segue sul Fatto Quotidiano il Nostradamus italiano. Stabile, certo: sotto il controllo degli ayotollah messianici e dei loro fantocci di Hamas, Hezbollah e houthi. “L’Iran vuole annientare Israele, niente di nuovo”, dichiarerà l’ex Alto rappresentante per la politica estera della UE, Josep Borrell, quando era ancora ministro degli Esteri spagnolo. “Bisogna conviverci”. E’ il pensiero che ha guidato le diplomazie occidentali fino a sabato scorso.
“Da ottant’anni le armi nucleari sono presentate come giustificate dalla deterrenza: chi le ha non viene attaccato” ha scritto Carlo Rovelli, il fisico degli Adelphi e del processino revisionista a Enrico Fermi. “Se l’Iran avesse ora armi nucleari, questa guerra iniziata da Israele non ci sarebbe. Non capisco perché l’Iran non dovrebbe avere armi atomiche, mentre Israele si. Non capisco che minaccia sarebbe il nucleare iraniano. Le armi nucleari pericolose per l’umanità sono quelle delle grandi potenze (come quelle degli Stati Uniti, stazionate in Italia), potenze che sono tentate di utilizzarle, non quelle dei paesi piccoli e medi, per i quali sono solo tentativi di assicurarsi la difesa”. Rovelli, che pure ha passato la vita a studiare buchi neri e gravità quantistica, sembra non capire la differenza tra un buco nero e un buco ideologico. Israele possiede (senza mai ammetterlo ufficialmente) un arsenale nucleare, ma non ha mai minacciato di cancellare un altro popolo dalla faccia della terra. L’Iran, invece, ha fatto dell’annientamento di Israele un articolo di fede costituzionale, ripetuto in ogni discorso del venerdì da Qom a Fordo. La deterrenza funziona quando entrambe le parti temono la morte. Funziona molto meno quando una delle due parti la considera un passaporto per il paradiso. Dalle colonne del New York Times, che ha diretto per molti anni, Bill Keller ha scritto che “è meglio un Iran nuclearizzato a una guerra preventiva contro Teheran” e che in ogni caso Teheran con la bomba all’uranio non sarà la fine del mondo. Una sorta di fatalismo in cui abbiamo tutto da perdere, quello secondo il quale l’Iran diventerà in ogni caso nucleare e che comunque si deve tenere ferma la mano dello stato ebraico, che è più pericoloso della teocrazia sciita. E’ lo stesso fatalismo che negli anni Trenta consigliava di non irritare Hitler perché tanto la guerra sarebbe arrivata comunque. La storia ci ha insegnato che talvolta la guerra preventiva è l’unico modo per evitare la guerra totale. Poi sono arrivati i pesi massimi della scienza politica.
In un saggio che ha suscitato scalpore tra gli esperti, “Perché l’Iran dovrebbe ottenere la bomba” pubblicato da Foreign Affairs, Kenneth Waltz ha teorizzato la bomba iraniana come pacifica e fonte di stabilità. Titolo che suona già come lo slogan di una campagna elettorale per Teheran. Argomento? Israele ha il nucleare da decenni, alimentando instabilità; ergo, dare la bomba agli ayatollah creerebbe un bilanciamento. Waltz, uno dei più importanti studiosi di Relazioni internazionali d’America e decano della scuola “realista” (diventata solo un eufemismo per la resa), scienziato politico della Columbia University, ha perorato un nuovo “equilibrio del terrore” in medio oriente. Waltz sostiene che Israele abbia avuto un monopolio nucleare che “ha a lungo alimentato l’instabilità in medio oriente” e suggerisce che un Iran nucleare diventerebbe un equilibrio stabilizzante. Waltz dice che, poiché “un Israele atomico non ha innescato una corsa agli armamenti... non c’è motivo per cui un Iran nucleare debba farlo ora”. Afferma che una volta che l’Iran avrà superato la soglia nucleare, la deterrenza entrerà in vigore: “Nessun altro paese nella regione avrà un incentivo ad acquisire una propria capacità nucleare”. Deve aver parlato con sauditi, egiziani o turchi. Proliferazione selvaggia in una regione dove i confini sono linee di sabbia, le alleanze temporanee e i fanatismi antichi. Un incubo da manuale di non-proliferazione. Waltz dice anche che lo spettro dei “mullah pazzi” e di un regime iraniano “innatamente irrazionale” è esagerato. La deterrenza è simmetrica e razionale. Presuppone attori statuali laici, calcolatori, terrorizzati dall’autodistruzione. La Repubblica islamica non è uno stato come gli altri. E’ una teocrazia messianica in cui il “velayat-e faqih” ha il dovere religioso di preparare il terreno al Mahdi attraverso il caos. Khamenei e i suoi non ragionano in termini di Pil o di sopravvivenza nazionale; ragionano in termini di redenzione escatologica. Dare loro la bomba significa regalare a un regime apocalittico lo strumento per trasformare l’apocalisse in politica estera.
“Tutti i paesi hanno il diritto di sviluppare l’uso dell’energia nucleare per scopi pacifici e quindi di arricchire l’uranio entro certi limiti: la richiesta che viene fatta all’Iran di non arricchire l’uranio è qualcosa che viola i diritti che gli sono garantiti”, spiega anche il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. Il famoso “diritto iraniano al nucleare pacifico” rivendicato anche da Romano Prodi, che è stato il primo leader politico occidentale a visitare l’Iran dopo la Rivoluzione islamica (incontrò sia Mahmoud Ahmadinejad che la Guida suprema, Ali Khamenei, quello che “Israele è un tumore e va esportato”, pacifico). Talmente pacifico che l’Iran il suo programma atomico lo ha tenuto ben nascosto dentro il ventre delle montagne, scoperto grazie alle soffiate della Cia e dell’intelligence israeliana. Spiegare che l’Iran è l’unico paese senza ufficialmente un programma attivo di armi nucleari ad arricchire l’uranio al sessanta per cento, appena sotto il livello adatto alle armi del novanta per cento (le centrali energetiche a uso civile come quelle di Germania e Giappone vanno dal 3,5 al 5 per cento) potrebbe essere troppo complicato per lo scienziato italiano che ha fatto campagna per togliere la parola a Joseph Ratzinger alla Sapienza. “Ritengo che l’armamento nucleare dell’Iran non costituisca un problema specifico, anzi, penso che sarebbe preferibile che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare”, l’opinione di Emmanuel Todd, il sociologo francese specializzato nella decadenza occidentale. “Dopo una lunga vita di riflessione, sono giunto alla conclusione che la distruzione della potenza americana sarà l’inizio della pace per il pianeta”. Una vita di riflessioni ha portato Todd a concludere che “la distruzione del potere americano sarà l’inizio della pace per il pianeta”. Perché un mondo soggetto ai programmi cinesi, russi o iraniani sarebbe più pacifico. Un mondo governato da teocrazie, dittature e revisionisti storici sarebbe di sicuro più zen. Magari con un po’ di gulag e campi di rieducazione per chi osa dissentire. Pace garantita, almeno per chi sopravvive. Facciamo dunque saltare in aria la potenza americana, così il pianeta potrà finalmente respirare l’aria pura del multipolarismo. “Un Giappone non nucleare si trova di fronte a una Cina e una Corea del Nord nuclearizzate, mentre in medio oriente solo Israele possiede armi nucleari” scrive ancora Todd. “In altre parole, si è creato uno ‘squilibrio nucleare’, che genera una situazione di instabilità. Proprio come il possesso di armi nucleari da parte del Giappone contribuirebbe alla stabilità regionale in Asia orientale, il possesso di armi nucleari da parte dell’Iran agirebbe da deterrente contro la deriva di Israele e contribuirebbe alla stabilità in medio oriente”.
Anche John Mearsheimer, il famoso professore di scienze politiche all’Università di Chicago, quello del libro contro “La lobby d’Israele”, afferma che “un Iran dotato di armi nucleari porterebbe stabilità alla regione”. Peccato che “dimentichi” il piccolo dettaglio che un regime che finanzia Hezbollah, Hamas, la Jihad islamica e gli houthi potrebbe usare lo scudo atomico non solo per difendersi, ma per scatenare il caos per procura. Barry Posen, professore al MIT e luminare del realismo strutturale, in un saggio intitolato “We Can Live with a Nuclear Iran” ha sostenuto che un Iran atomico non sarebbe la fine del mondo, anzi. Secondo Posen, Teheran userebbe l’arma nucleare “solo” per deterrenza, non per aggressione. Non li darebbe ai terroristi per timore di ritorsioni, non li userebbe per ricattare i vicini perché l’occidente interverrebbe e non oserebbe azioni avventate sapendo di rischiare l’annientamento. Per Posen, un Iran nucleare stabilizzerebbe il medio oriente, bilanciando Israele e dissuadendo conflitti. Come se gestire un regime teocratico e atomico fosse una passeggiata nel parco. Slavoj Zizek, il filosofo sloveno un po’ pazzo ma non per questo meno popolare, scrive invece che un Iran con la bomba atomica sarebbe un ottimo contrappeso all’egemonia americana. Nel suo libro “Botching the Bomb”, Jaques Hymans sconsiglia comunque qualsiasi interferenza con il programma di armamenti atomici iraniano. Secondo Hymans, fattori interni al programma porteranno comunque al fallimento. Hymans cita la Corea del Nord e l’Iraq di Saddam per illustrare il concetto. Nel caso della Corea del Nord, le sanzioni non hanno avuto alcun impatto sulla decisione, una volta presa, di proseguire con la bomba (pazienza se oggi il folle regime anacoreta è immune a ogni attacco). E l’Iraq rappresenta il classico caso di un regime autoritario che determina il fallimento del programma imponendo scadenze politiche irrealizzabili. E così Hymans giunge alla conclusione che è improbabile che i paesi del Secondo e del Terzo Mondo abbiano successo, e quindi “anche l’Iran potrebbe”. A chiudere il ragionamento “Was gesagt werden muss”, una famosa poesia del Premio Nobel per la letteratura, il tedesco Günther Grass, dove lo scrittore sostenne che l’arsenale atomico di Israele è una minaccia ben più seria alla pace nel mondo della possibile atomica iraniana, che è Israele che dobbiamo temere, non certo un programma clandestino di arricchimento dell’uranio.
Poi per fortuna è intervenuto l’ex presidente iraniano Hashemi Rafsanjani a chiarire ogni dubbio: “L’uso di una sola bomba atomica contro Israele distruggerebbe l’intero paese, se Israele usasse l’atomica riuscirebbe soltanto a ferire il mondo islamico”. Ma forse qualche utile idiota occidentale troverebbe anche questo pacifico. Perché nel club dei pacifisti nucleari, l’ayatollah è saggio e la teocrazia è moderata. E se finisce male, con un fungo atomico sopra Tel Aviv o una bomba sporca su Nicosia? Colpa del sionismo dal Nilo all’Eufrate, ovvio. Sempre.