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"Contrordine"
La giravolta di Trump: stop alle sanzioni per il petrolio russo
Donald punta le midterm: teme gli americani alla pompa di benzina e il problema dell'affordability. Così i tagli della fed rischiano di slittare a settembre
Un’altra giravolta di Trump: l’amministrazione Usa ha sospeso per 30 giorni le sanzioni sul greggio russo destinato alle raffinerie indiane. Ieri il segretario al Tesoro Scott Bessent ha spiegato che la decisione “consente al petrolio di continuare a fluire nel mercato globale”, in modo da attenuare futuri choc dei prezzi. Proprio Trump che ha imposto sanzioni ai colossi Rosneft e Lukoil nel novembre 2025, che ha fatto della pressione sull’India per smettere di comprare greggio russo un pilastro della sua politica commerciale, ora consente alla Russia di vendere il greggio sanzionato (non che Mosca sia scontenta). Non lo fa per generosità verso l’India, e nemmeno per solidarietà agli alleati americani nell’Indopacifico come la Corea e il Giappone.
La motivazione ufficiale, quella di Bessent, racconta solo una parte della storia. L’altro motivo, quello più rilevante per Trump, è che ogni barile che raggiunge il mercato globale toglie pressione al Brent e ai prezzi americani alla pompa. E ogni centesimo risparmiato sulla benzina è un centesimo in meno d’inflazione che potrebbe rimandare i tagli della Fed. Quei tagli che Trump vuole al più presto sia per abbassare il costo del debito federale sia per ridurre il costo di mutui e credito per alleviare il problema dell’“affordability”, che è diventato un tema politico forte in vista delle elezioni di midterm a novembre 2026.
La chiusura dello Ssretto di Hormuz ha tolto dal mercato quasi la totalità dei 20 milioni di barili che vi transitavano al giorno, il 20 per cento del consumo mondiale. Ieri, dopo che Trump ha chiesto la “resa incondizionata” dell’Iran il Brent è schizzato comunque a 92 dollari al barile; un aumento di quasi il 30 per cento dai 70 dollari registrati il 26 febbraio. Il panico è scattato così anche per gli alleati americani nell'Indopacifico. Il Giappone ha importato il 95 per cento del suo greggio dal Medio oriente nel primo semestre 2025, secondo i dati del ministero dell’Economia giapponese riportati da S&P Global, mentre la Corea del Sud dipende da Hormuz per circa il 68 per cento delle sue importazioni di greggio. Le raffinerie giapponesi hanno chiesto al governo di Tokyo il rilascio delle riserve petrolifere nazionali. La sudcoreana Yeochun Ncc, uno dei principali produttori petrolchimici del paese, ha comunicato ai clienti di non poter garantire le consegne perché la nafta ordinata dal medio oriente non arriva, e la Thailandia ha sospeso le esportazioni di greggio e prodotti petroliferi. Alla luce della resilienza della Cina, che ha da parte fino a 4 mesi di importazioni petroliere, è spontaneo pensare che “liberare” barili russi da far raffinare in India serva ad alleviare lo choc energetico degli alleati americani. E’ una lettura plausibile, ma incompleta. Il vero motivo per cui Trump ha aperto il rubinetto russo va ricercato negli Stati Uniti: un’economia costruita sulla benzina.
Negli Stati Uniti si consumano circa 20 milioni di barili al giorno, intorno al 20 per cento dei consumi giornalieri mondiali secondo l'Energy information administration (Eia). Gli statunitensi sono il primo consumatore del pianeta, con 22 barili pro capite all'anno contro una media globale di 5. Ma tutto quel petrolio finisce nell’industria? No, il 70 per cento dei 20 milioni di barili giornalieri finisce nei trasporti. Il parco auto americano conta circa 300 di veicoli e l’86 per cento dei passeggeri viaggia su auto; dal 1990 a oggi i chilometri percorsi sono aumentati del 50 per cento mentre la popolazione è cresciuta di un terzo. Una cultura basata sull’automobile e sull’uso predominante del petrolio (che per l’Eia copre circa il 90 per cento dell’energia per i trasporti) che rendono gli Stati Uniti, l’economia avanzata per eccellenza, estremamente sensibile al valore del greggio.
Il prezzo medio alla pompa era sotto i 3 dollari al gallone a fine febbraio. Lunedì è aumentato di 11 centesimi e martedì di altri 9 e giovedì è salito a 3,25 dollari. GasBuddy, una società e applicazione “trova prezzi” delle pompe di benzina in Nord America – altro che il cartello del “prezzo medio” adottato in passato in Italia –, ha previsto altri 10-15 centesimi in aumento la prossima settimana, e questo prima che il Brent toccasse i 92 dollari ieri. Secondo Goldman Sachs un rialzo sostenuto del 10 per cento dei prezzi petroliferi può aumentare l’inflazione di 0,3 punti percentuali, portandola così vicino alla soglia del 3 per cento. Amy Myers Jaffe, direttrice dell’Energy Lab della New York University, stima che ogni aumento di 10 dollari al barile può tradursi in 30 centesimi in più al gallone.
Il mercato ha già reagito: secondo il London stock exchange group le aspettative per un primo taglio sono slittate da giugno/luglio a settembre. A gennaio con l’inflazione americana al 2,4 per cento le previsione per un taglio erano rosee, ma ora non più. La Fed sta per tornare nella gelida stanza del dilemma a causa del suo stesso presidente. Che ora ha tra l’altro introdotto nuovi dazi dopo l’annullamento dei precedenti da parte della Corte suprema. Con uno Stretto di Hormuz paralizzato, garantire flussi alternativi all’India aiuta ad allentare uno choc che rischia di contagiare l’inflazione americana. Il risultato come al solito con Trump è pragmatico, imprevedibile e completamente disinteressato dall’equilibrio dell’ordine mondiale.