(foto EPA)
Lo scenario
Cosa succede all'Iran dopo una settimana di guerra
Israele e Stati Uniti hanno quasi raggiunto gli obiettivi militari, "mancano giorni o poche settimane". E' la fine di una fase, la strada politica è più lunga. Scenari, numeri fra successi, rischi e aspettative
Una settimana fa, quando a Teheran erano passate le nove del mattino, l’esercito israeliano iniziava l’operazione Ruggito del leone. Per tutta la giornata, duecento caccia hanno colpito circa cinquecento obiettivi per tutto il territorio dell’Iran, il più importante era nella capitale: il complesso in cui viveva la Guida suprema Ali Khamenei. Le operazioni di Tsahal hanno aperto la strada ai voli dei caccia americani e i funzionari israeliani spesso si riferiscono alla guerra iniziata il 28 febbraio come a un’operazione americana a cui lo stato ebraico offre assistenza. La risposta dell’Iran non è stata limitata contro Israele o contro le basi americane in medio oriente – per colpire le quali gli iraniani stanno ottenendo assistenza da Mosca – ma si è estesa a tutti i paesi della regione. Il risultato, dopo una settimana di combattimenti, è che l’Iran sta finendo la sua capacità di reazione e la riapertura di alcuni aeroporti mediorientali ne è il segnale.
Il raggiungimento degli obiettivi militari di Israele e Stati Uniti chiude una parte dell’operazione. “La fine arriverà fra qualche settimana”, dice al Foglio Raz Zimmt, esperto del programma Iran presso l’Inss di Tel Aviv. “Gli scenari possibili sono due. Il primo è il più ottimistico, lo valuto il meno probabile: a un certo punto arriverà una rivoluzione dal basso”. Zimmt conosce bene la società iraniana, l’ha studiata per anni, continua a farlo e sulla possibilità di forti proteste in grado di portare a un cambio di regime è sempre stato scettico. Israele sta colpendo i centri della repressione, lo fa per aprire la strada alla rivolta una volta che le bombe avranno smesso di cadere. “Se il movimento di protesta riprendesse con le forze degli apparati di sicurezza tanto degradate, gli equilibri di potere fra il regime e i suoi oppositori cambierebbero”. Il regime non avrebbe a disposizione il martello con cui colpire chi protesta, non avrebbe chi è pronto a uccidere trentamila manifestanti in un mese. Forse non porterebbe alla sua fine, ma lo costringerebbe a cambiare. Israele e Stati Uniti con la loro campagna non puntano al cambio di regime, l’obiettivo ora è indebolire militarmente con l’auspicio che questa debolezza in futuro avrà anche un peso politico. “Il secondo scenario prevede un cambiamento dentro al regime, quando il Consiglio degli esperti nominerà una nuova Guida suprema”. Gli israeliani credono che l’uomo che sta gestendo il potere ora è Ali Larijani, capo del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, che ha anche presieduto l’ultima riunione degli esperti. “Bisognerà vedere quali saranno le dinamiche fra i centri del potere, fra la Guida suprema, i Guardiani della rivoluzione, l’apparato di sicurezza e l’élite politica guidata da Larijani e il capo del Majlis, il Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf. Alla fine della guerra, dei bombardamenti, quel che resta del regime dovrà scegliere se proseguire con la sua linea o se cambiare”. Se rimarrà fedele a se stessa, la Repubblica islamica però sarà fiaccata e senza armi, incapace di ricostituire la sua forza militare. La valutazione israeliana è che gli obiettivi militari potranno essere raggiunti fra pochi giorni o settimane: il regime non ha capacità di resistenza, “nemmeno capacità strategica – spiega Zimmt – le forze missilistiche e le linee di produzione sono degradate, le capacità industriali anche”.
Dopo l’obiettivo militare però c’è l’altro, ben più ambizioso, che ha a che fare con i cambiamenti politici. La politica è fuori da queste fasi del conflitto attive e si lega più alla possibilità di una rivolta o anche al coinvolgimento curdo. Una fonte vicina all’intelligence israeliana spiega al Foglio che l’idea di coinvolgere la popolazione curda rientra nel piano di accelerare la consunzione del corpaccione del regime. “L’obiettivo dei curdi è chiaro: stabilire un’autonomia o un autogoverno nelle regioni nordoccidentali popolate dai curdi. Se vedremo un nuovo movimento di protesta in quelle regioni, le forze di sicurezza dovranno occuparsi anche di questo e sarà più difficile gestire la situazione altrove”. Tutto ha rischi e il separatismo, secondo Zimmt, ne ha moltissimi: “Rischia di sostenere la narrazione del regime sulla disgregazione del paese e la guerra civile. E’ una paura che hanno molti anche nell’opposizione”.
La guerra contro Hezbollah
Il regime dell’Iran non ha buone opzioni e questa guerra è soltanto uno dei capitoli di una storia più lunga. Il conflitto ha coinvolto di nuovo il Libano, dove Israele vuole una volta per tutte eliminare la minaccia di Hezbollah, il gruppo sciita finanziato da Teheran. Ci sono ancora funzionari iraniani a Beirut, le bombe di Tsahal colpiscono il sud della capitale, soprattutto il quartiere Dahieh, roccaforte di Hezbollah. Colpiscono il sud del Libano e la valle della Beqa. L’obiettivo è eliminare la minaccia, ma come il cambio di regime in Iran non è possibile soltanto con una campagna dell’aviazione dall’alto, lo stesso principio vale per lo smantellamento di Hezbollah. “In Libano però c’è un partner. Il governo e l’esercito libanesi ora sono più determinati a muoversi contro Hezbollah. Hanno arrestato membri del gruppo, hanno ordinato a componenti delle Forze al Quds dei Guardiani della rivoluzione di lasciare il paese. Nella società libanese, anche il partito Amal, che rappresenta sempre la società sciita, è contrario alla decisione di Hezbollah di entrare in guerra contro Israele”. In Iran è tutto più complesso, ma della strategia di consunzione del regime fa parte anche la fine di Hezbollah.
E’ terminata la prima settimana di combattimenti, il primo atto di una guerra regionale in cui confluiscono forze da tutto il mondo. Israele e Stati Uniti stanno raggiungendo i loro obiettivi militari, la strada per quelli politici deve ancora aprirsi.