Foto Epa, via Ansa

l'editoriale del direttore

Non aver paura di dire regime change

Claudio Cerasa

Primi risultati a sorpresa della guerra agli ayatollah. A sei giorni dall’inizio della guerra i numeri dicono che la resistenza iraniana non sta funzionando

Nell’attesa che tutto vada male, ed è possibile che molto possa andare male, i primi sei giorni dell’offensiva lanciata dagli Stati Uniti e da Israele contro il regime degli ayatollah, la Repubblica islamica iraniana, e chissà perché molti osservatori spesso omettono la parola “islamica” quando parlano di Iran, stanno consegnando risultati semplicemente sorprendenti. Nessuno sa naturalmente quale sarà il destino della guerra, e una guerra nelle mani di un presidente che diffonde video di guerra con la colonna sonora della “Macarena” è evidente che possa sfuggire di mano da un momento all’altro. Ma quello che si sa finora, osservando almeno quello che si può vedere sul campo, è che nonostante le paure, il terrore, le angosce e il pessimismo, la guerra, come ha scritto ieri in modo brillante il Wall Street Journal, sta andando meglio del previsto.

Il primo dato è di natura militare: i leader politici e militari iraniani sono stati uccisi al primo colpo a seguito di una straordinaria dimostrazione di raccolta di informazioni e a seguito di una serie di bombardamenti di precisione che hanno colpito riserve missilistiche, lanciatori di missili, siti di produzione militare. Sei giorni dopo l’inizio del conflitto la Marina militare iraniana è a un passo dal collasso e cinque giorni dopo l’inizio del conflitto, come riportato dal capo di stato maggiore americano, Dan Caine, i missili balistici sparati dall’Iran sono diminuiti dell’86 per cento rispetto al primo giorno di combattimenti, con un calo del 23 per cento solo tra mercoledì e giovedì, e i droni d’attacco unidirezionali sono diminuiti del 73 per cento rispetto alle fasi iniziali del conflitto. Il Wall Street Journal ha fatto due calcoli e ha aggiunto un particolare rilevante: il dominio aereo degli Stati Uniti è così completo che non è più necessario utilizzare così tante armi “stand-off” che sparano a distanza e questo consente alle Forze armate americane di poter utilizzare armi di precisione più economiche di cui gli Stati Uniti hanno molte riserve per poter puntare al prossimo passo: colpire all’interno del regime e distruggere il numero più alto possibile di Guardie della rivoluzione islamica in modo da poter creare le condizioni per una rivolta del popolo e delle unità militari al servizio del possibile regime change.

 

A tutti questi elementi ne va poi aggiunto uno di carattere politico che riguarda un dato non scontato: l’isolamento assoluto dell’Iran. Il fine primario dei lanci di droni da parte dell’Iran negli ultimi giorni è stato quello di spingere paesi che potrebbero avere un’influenza sugli Stati Uniti a fare pressioni su Trump per fermare la guerra. Ma la macchina di autodifesa, per così dire, messa in campo dall’Iran ha avuto anche l’effetto di mostrare chi si trova sul fronte opposto a quello iraniano. E il risultato è interessante. Contro l’Iran ci sono i paesi del Golfo, lo sappiamo. Ma ci sono anche paesi come il Pakistan (solidale con chi ha ricevuto attacchi dall’Iran), paesi come l’Indonesia (solidale con Israele), paesi come la Turchia (che odia Israele non meno dell’Iran) che avendo attivato la Nato per neutralizzare un drone indirizzato verso i suoi confini ha spinto di fatto l’Alleanza atlantica a schierarsi con ancora più decisione contro la minaccia iraniana. Stessa storia se volete per l’Unione europea, che ha mosso dei passi decisi per difendere, sulla base dell’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea, un paese minacciato dai droni iraniani, come Cipro, e che pure con molte ambiguità sta dando un suo contributo contro l’Iran. Il Regno Unito non concede le basi agli americani ma ha inviato comunque sostegno militare a Cipro e ieri Keir Starmer ha mandato altri quattro caccia nell’isola. La Francia dice di essere pronta a dare le basi militari agli americani e ha spostato la portaerei Charles de Gaulle nel Mediterraneo. La Germania ha scelto di contribuire alla Difesa comune con radar, intelligence e sistemi antimissile integrati nella rete Nato. L’Italia ha annunciato ieri di essere pronta a mandare sostegno della Marina a Cipro e sistemi di difesa aerea ai paesi del Golfo che ne hanno fatto richiesta. L’Ucraina, dimostrando di essere il vero avamposto della difesa europea, ha offerto esperti e tecnologie per intercettare droni iraniani e per aiutare i paesi colpiti a difendere lo spazio aereo. La Cina, dopo aver mostrato già una limitata irritazione per il regime change in Venezuela, anche sull’Iran, che come il Venezuela è un alleato storico della Cina e che come il Venezuela fornisce molto petrolio alla Cina, sta mostrando grande prudenza, grande cautela e un certo imbarazzo. Una ragione è legata al fatto che l’Iran ormai è così limitato nel suo perimetro da essere sacrificabile. Una seconda ragione è di carattere economico perché, come notato da molti osservatori, se la Cina dovesse adottare misure tali da favorire l’Iran nell’attacco ai suoi vicini di casa (Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita) potrebbe danneggiare le sue relazioni con paesi con cui ha costruito rapporti speciali (nel 2025, l’Arabia Saudita ha venduto più petrolio alla Cina di quanto non gliene abbia venduto l’Iran e gli investimenti cinesi in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti superano ormai da anni gli investimenti cinesi in Iran). A questo vanno poi aggiunti alcuni dati economici non di poco conto. Si dice che i mercati siano crollati, che le borse siano impazzite, ma almeno finora questo non è successo (l’S&P 500 è rimasto quasi stabile: dopo il primo choc ha recuperato quasi tutto ed è solo l’1 o il 2 per cento sotto i livelli precedenti). Si dice che il prezzo del petrolio sia alle stelle, che il gas sia diventato inaccessibile, ma almeno finora questo non è successo. Un esempio. Il Brent, principale parametro di riferimento per i costi del petrolio, è salito ma resta poco sopra i livelli dell’operazione “Midnight Hammer” del giugno scorso, attorno agli 80-82 dollari al barile. La vera minaccia sarebbe la chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui passa circa il 20 per cento del petrolio mondiale, ma Trump ha assicurato che la Marina Usa può scortare le petroliere. Naturalmente, più passerà il tempo e più il blocco nello Stretto di Hormuz potrebbe pesare sul commercio globale e più i paesi del Golfo chiuderanno i rubinetti nell’estrazione di petrolio e gas e più i prezzi potrebbero salire più del previsto (nota a margine: in Europa il costo del gas ha subìto impennate inferiori rispetto allo scoppio della guerra in Ucraina anche perché in quattro anni l’Europa ha diversificato le sue fonti di approvvigionamento e avere a che fare più con democrazie, come l’America, e meno con dittature, come la Russia, una certa stabilità l’ha prodotta).

 

Ma il vero punto sul quale dovrebbero esercitarsi i pessimisti che non riescono a cogliere i risultati ottenuti da chi punta a cambiare il regime iraniano è un punto che coincide con una domanda. E la domanda è questa: le guerre per esportare libertà possono andare male, e molte nel passato sono andate male, ma di fronte alla guerra in Iran è legittimo o no sperare che la guerra possa raggiungere il suo obiettivo di far crollare il regime degli ayatollah? La strada è lunga, come si dice, piena di insidie, con trappole ovunque, e la trasformazione del sud del Libano in una nuova Gaza potrebbe essere una di queste. Ma di fronte a una guerra giusta che potrebbe portare a un risultato giusto ci sono due strade: sperare che coloro che vogliono cambiare il regime si fermino o sperare che chi vuole cambiare il regime possa far tesoro dei nuovi equilibri del mondo per provare ad avere una Repubblica iraniana con un po’ meno islamismo e un mondo con un po’ più di libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.