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una vecchia moda

Rubio ha detto di “scatenare Chiang” contro l'Iran. Storia di una battuta diventata policy

Stefano Pelaggi

La frase fa riferimento al leader nazionalista degli anni Cinquanta e all'ipotesi di Washington di liberarlo per colpire la Cina dall'isola di Taiwan. Era il simbolo di un certo approccio alla questione cinese. Usata anche da Geroge W. H. Bush, l'espressione è tornata in voga con la seconda amministrazione Trump

Taipei. Ieri pomeriggio il segretario di stato americano, Marco Rubio, durante le consuete dichiarazioni alla stampa dopo il briefing al Congresso, si è riferito alla determinazione di Washington nei confronti del regime iraniano con un’espressione colorita che ha destato l’attenzione degli osservatori delle questioni cinesi. Rubio ha detto: stiamo per “unleash Chiang” contro queste persone nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Unleash Chiang significa “scatenare Chiang”, ed è un riferimento a Chiang Kai-shek e all’ipotesi che circolava nei primi anni Cinquanta a Washington di liberare il leader nazionalista dai vincoli imposti dagli Stati Uniti e permettergli di colpire la Cina comunista dall’isola di Taiwan dove si erano spostati i lealisti del Kuomintang. L’idea di un’offensiva contro la Repubblica popolare cinese alimentava i circoli conservatori a Washington, ma non si trasformò mai in un’opzione concreta; piuttosto contribuì a inaugurare quell’ambiguità strategica che tuttora definisce gli equilibri nello Stretto. La frase divenne invece un riferimento ironico negli ambienti del potere a Washington. George H. W. Bush la usava per prendersi gioco dell’ala più anticomunista del Partito repubblicano, rappresentata negli anni Cinquanta dal senatore Joe McCarthy e, negli anni Sessanta e Settanta, dalla John Birch Society. Questo movimento richiamava costantemente quella che considerava l’occasione mancata di Washington per contrastare la neonata Repubblica popolare cinese di Mao.

 

Diverse testimonianze ricordano come l’ex presidente ricorresse a questa battuta spesso in modo autoironico, pronunciandola scherzosamente mentre stava perdendo a tennis o durante altre attività sportive. Negli anni la frase è rimasta un inside joke, sia negli ambienti politici della capitale sia tra gli esperti di Cina, usata nella stessa vena ironica di Bush senior. Nel secondo mandato presidenziale di Donald Trump l’espressione è tornata con maggiore frequenza, prima nei forum e nei post sui social media dedicati alla Repubblica popolare cinese, fino ad arrivare al linguaggio degli stessi leader politici a Washington. Una battuta ironica e parodistica su un certo approccio alla Cina e all’ordine internazionale è diventata in poco tempo una formula politica, se non un vero e proprio programma strategico. La dichiarazione di Rubio avrà destato non solo l’attenzione dei cosiddetti China watcher, ma soprattutto quella di Pechino. Il riferimento storico costituisce infatti un elemento altamente sensibile in Cina, da sempre attenta a ogni menzione delle complesse vicende tra il Partito comunista e il Partito nazionalista cinesi. Tanto più nel contesto di una crisi come quella iraniana, che mette in luce i limiti della proiezione cinese e ridimensiona significativamente il ruolo di Pechino in una regione nella quale aveva investito enormemente nel corso dell’ultimo decennio, sia a livello diplomatico, sia commerciale. In questo senso, l’evocazione di Chiang Kai-shek non è soltanto una battuta dal sapore storico, ma anche un messaggio politico indirizzato a Pechino, che riporta al centro uno dei capitoli più sensibili della memoria della Repubblica popolare.

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