La portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning (foto ANSA)

le analisi

Pechino sta mollando l'Iran? Il sostegno al programma missilistico e due ipotesi a confronto

Giulia Pompili

La (poca) preoccupazione per l'attacco contro Teheran e il calcolo per indebolire indirettamente gli Stati Uniti. Gli analisti di politica cinese da giorni s’interrogano su quale effetto avrà sulla seconda economia globale una guerra prolungata in medio oriente

La Repubblica popolare cinese appare paralizzata dalla crisi in medio oriente, dopo l’inizio delle operazioni contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele e con gli strike iraniani che colpiscono anche gli alleati strategici di Pechino nel Golfo. Per ora la leadership del Zhongnanhai sta cercando l’equilibrismo diplomatico, condannando gli attacchi americani e israeliani perché “violano il diritto internazionale” – espressione mai utilizzata per la guerra d’invasione della Russia in Ucraina – e chiedendo genericamente alla comunità internazionale di “fermare le operazioni militari”. Ieri un editoriale a pagina tre sul Quotidiano del popolo firmato da Huanyu Ping (cioè lo pseudonimo collettivo usato dal quotidiano della propaganda di Partito per i commenti di politica internazionale) titolato “Il mondo non può tornare alla ‘legge della giungla’”, menzionava “la sicurezza dello Stretto di Hormuz, vitale rotta commerciale mondiale per l’energia, gravemente compromessa” e l’aumentare del rischio “di coinvolgere ulteriori forze nel conflitto”.

                            

Ieri la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning ha detto di non avere informazioni sulla chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che è di vitale importanza per il commercio internazionale cinese, eppure già da un anno diversi media e agenzie d’intelligence hanno dimostrato i contatti e il sostegno diretto di Pechino agli Houthi, il gruppo di miliziani sostenuto da Teheran che per mesi ha reso estremamente complicato il passaggio commerciale nell’area a tutte le navi, tranne che a quelle cinesi. Gli analisti di politica cinese da giorni s’interrogano su quale effetto avrà sulla seconda economia globale una guerra prolungata in medio oriente. Secondo un commento pubblicato dall’Economist “i leader cinesi sono meno preoccupati dell’attacco contro Teheran di quanto molti pensino”, perché in realtà “a Pechino ha spaventato molto di più la rivolta popolare esplosa a fine dicembre contro il governo iraniano”. Certo, la guerra destabilizza gli affari, ma sebbene “Pechino non abbandonerà l’Iran come partner”, in realtà “potrebbe non preoccuparsi troppo se al posto degli attuali religiosi arrivasse un’altra leadership, magari legata ai pasdaran”.

Altri commentatori, soprattutto quelli più vicini ai repubblicani, hanno invece più volte sottolineato come la guerra di Trump potrebbe essere legata anche a un calcolo strategico di contenimento della Cina. Zineb Riboua, ricercatrice al Centro per la pace e la sicurezza in medio oriente dell’Hudson Institute, ha scritto un articolo sulla sua newsletter che è stato ampiamente condiviso negli ultimi giorni, dal titolo “La questione iraniana riguarda solo la Cina”. Riboua sostiene che l’accordo nucleare con l’Iran del 2015 (il Jcpoa) abbia affrontato solo il programma nucleare, ignorando quasi completamente i missili balistici, cioè il principale mezzo per trasportare le testate. Da più di dieci anni, la Cina è diventata il principale sostenitore esterno del programma missilistico iraniano, fornendo componenti chimici per il carburante, tecnologia industriale e supporto di navigazione satellitare tramite il sistema BeiDou. Secondo la ricercatrice, il sostegno cinese era frutto di un calcolo per indebolire indirettamente gli Stati Uniti: più missili iraniani significano più intercettori americani da usare in medio oriente, il che riduce le risorse disponibili nel Pacifico. Inoltre ogni intercettazione fornisce a Pechino dati preziosi sui sistemi di difesa americani. Il calcolo poteva non essere esplicito, ma ha già delle conseguenze: il presidente americano ha detto ieri che gli Stati Uniti hanno “una scorta virtualmente illimitata” di munizioni, e ha aggiunto “le guerre possono essere combattute ‘per sempre’”. Secondo un’esclusiva Reuters, Trump ha convocato alla Casa Bianca i dirigenti dei colossi della Difesa americana come Lockheed Martin e RTX per discutere come accelerare la produzione di armi e ricostituire le scorte militari americane, molto ridotte dopo l’operazione contro l’Iran e altri impegni recenti. Per farlo, avranno bisogno delle terre rare della Cina, che ha già usato il loro export contro Washington. 

Di più su questi argomenti:
  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.