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Mediterraneo in crisi
La guerra in Iran rischia di mettere sotto pressione le rotte migratorie
Tunisia, Libia, Egitto. Se il conflitto dovesse protrarsi a lungo aggraverebbe crisi valutaria e inflazione destabilizzando economie già fragili. E l’Europa teme gli sbarchi
Quando finirà la guerra? La domanda a cui nessuno sa rispondere se l’è posta, martedì scorso, anche il primo ministro egiziano, Mostafa Madbouly, al termine di una conferenza stampa in cui aveva tentato di tranquillizzare tutti: riserve di valuta estera ce ne sono e anche l’interruzione degli approvvigionamenti di gas da Israele non è un problema, ha assicurato. La lira egiziana però è precipitata ai minimi da un anno e per acquistare un dollaro servono 50 lire mentre le forniture energetiche sono finite sotto choc. Secondo Madbouly, tutto dipenderà dalla durata del conflitto. Dal Cairo a Tunisi, passando per Tripoli, la guerra in Iran scopre le ferite di economie troppo fragili per resistere a lungo all’aumento dei prezzi del gas e del petrolio. Per l’Europa, la prima conseguenza dell’instabilità dall’altra parte del Mediterraneo sarebbe quella di un aumento degli sbarchi dei migranti. Il nuovo Sistema di asilo dell’Ue, che punta a ridurre le domande di asilo accoglibili, è già chiamato a un banco di prova impegnativo.
Se in Egitto si predica calma, anche a Bruxelles la Commissione Ue dice che per ora “non si prevedono cambiamenti nei flussi migratori”. Ma basta spostarsi a Malta, dove ha sede l’Agenzia europea per l’asilo, che le previsioni cambiano: “Anche una destabilizzazione parziale” potrebbe innescare un movimento di rifugiati di grandi proporzioni, dice il suo report annuale appena pubblicato. L’Agenzia scrive pure che “lo sfollamento di appena il 10 per cento della popolazione iraniana sarebbe paragonabile ai più grandi flussi di rifugiati degli ultimi decenni”. L’Italia guarda da spettatore interessato. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni, il 93 per cento degli iraniani in arrivo in Europa al 2026 passa dalle nostre coste e da quelle della Grecia, attraverso il Mediterraneo. La rotta preferita è quella che in aereo conduce da Teheran a Tripoli, poi da lì, in mare fino alle nostre coste.
Ma oltre al flusso di rifugiati iraniani c’è la questione ancora più spinosa della stabilità dei paesi di transito dei flussi migratori. Il principale problema è il prezzo del petrolio, che ora supera gli 80 dollari al barile e che rischia di innescare un’impennata dei prezzi, con conseguenze gravi in paesi con un’elevata dipendenza dall’estero, come nel caso di quelli nordafricani. Preoccupa il caso della Tunisia, dove la legge di Bilancio appena approvata faticosamente dal governo era calibrata in ottica di un prezzo del petrolio attestato sui 63 dollari al barile. “Ogni dollaro aggiuntivo nel prezzo del greggio aggiunge circa 164 milioni di dinari alle spese di compensazione – spiega al Foglio Ghazi Ben Ahmed, analista politico tunisino –. Il meccanismo è automatico: maggiori costi di importazione aumentano i requisiti di sussidio, ampliando il deficit fiscale. A 80 dollari al barile, la pressione fiscale aumenta. A 90, l’aggiustamento diventa considerevolmente più difficile. A 100 dollari, l’impatto sul bilancio è sostanziale e duraturo”. A risentirne è la tenuta sociale. “Il rischio più grave è il crollo della stabilità economica, che potrebbe indebolire il dinaro ed esaurire le riserve valutarie, con profonde conseguenze sociali e politiche”.
La Libia, che si conferma principale paese per le partenze dei migranti – sono stati 1.386 quelli arrivati in Italia e salpati dalle coste libiche tra gennaio e inizio febbraio – si è ritrovata la settimana scorsa con migliaia di persone in strada a manifestare per l’aumento dei prezzi e la corruzione. Fadel Lamen, ex direttore del Libyan National Economic and Social Development Board, spiega al Foglio che l’instabilità è figlia della divisione politica e finanziaria: “Il dinaro collassa, con una crisi valutaria innescata da un meccanismo di scambio che porta oltre il 40 per cento del greggio esportato a essere ripagato con gasolio invece che con denaro contante. Gasolio che poi viene rivenduto nel mercato nero. Il risultato è che ora manca liquidità”. Al netto della guerra in Iran, la Libia si ritrova con le sue principali istituzioni – la Banca centrale, la National Oil Corporation (Noc), la Libyan Investment Authority – in una grave crisi finanziaria. La Noc ha da poco bloccato ogni programma di spesa. “L’attuale crisi di liquidità che l’affligge è legata all’assenza di un bilancio statale per tre cicli fiscali consecutivi”, spiega Mohammed Elgrj, giornalista e analista economico –. Ciò ha costretto la Noc a operare con una gestione del flusso di cassa ristretta anziché con una pianificazione fiscale strutturata”.
La semplice equazione meno soldi, più instabilità riguarda anche l’Egitto, dove le conseguenze della guerra in Iran sono già ben visibili. Se fino al mese scorso il “gigante che non può fallire” sembrava fuori dal rischio default grazie all’intervento dei paesi del Golfo e dell’Fmi, oggi lo scenario positivo torna a mostrare le sue crepe. Nonostante le rassicurazioni del premier Madbouly, oltre alla svalutazione e alle difficoltà energetiche c’è il Canale di Suez, che nel 2023 aveva toccato il record di 10 miliardi di dollari, precipitati però nel 2024 a 4 miliardi per via degli attacchi degli houthi. “La fuga di capitali si va aggravando, si parla di miliardi di dollari”, avverte Timothy Kaldas, vicedirettore del Tahrir Institute for Middle East Policy. “Anche il flusso di denaro generato dal turismo risente del conflitto per la chiusura dello spazio aereo e si rischia un’inflazione in crescita. Tutto dipenderà da quanto durerà la guerra. Più sarà lunga e più tempo servirà per fare ritornare le cose al punto di partenza”. Anche per questo l’Europa, e in particolar modo l’Italia, guardano alla bella stagione e al relativo aumento delle partenze dei migranti, con ancora più preoccupazione.