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L'intervista
Il Qatar colpito dall'Iran deve trovare il suo nuovo posto nel medio oriente
Per decenni Doha ha cercato di costruirsi il ruolo di ponte privilegiato tra Stati Uniti e paesi del Golfo, da una parte, e Repubblica Islamica dall’altra. Adesso deve decidere da che parte stare, una volta per tutte
Tel Aviv. La risposta dell’Iran all’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti sta cambiando il medio oriente. Sono state colpite non solo le basi militare americane, ma anche infrastrutture civili in diversi paesi: Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Iraq, Kuwait, Oman e Qatar. Nonostante quest’ultimo ospiti una delle più importanti basi statunitensi, l’attacco a Doha rappresenta uno spartiacque storico, poiché per decenni il Qatar aveva cercato di costruirsi il ruolo di “Svizzera” del medio oriente: il ponte privilegiato tra Stati Uniti e paesi del Golfo, da una parte, e Repubblica Islamica dall’altra. Specie dopo dopo il 7 ottobre, quando era diventato il mediatore per eccellenza tra Israele e Hamas. Eppure, il Regime non ha risparmiato il suo alleato storico né dagli attacchi missilistici, né da quelli dei droni.
Il Foglio ne ha discusso con il Dr. Ariel Admoni, ricercatore presso la Bar Ilan University di Tel Aviv e per il Jiss (Jerusalem Institute for Strategy and Security) dove si occupa di politica, società e media del Qatar. “Inizialmente Doha ha cercato di sminuire la gravità degli attacchi, sostenendo che si trattasse solo di una vendetta nei confronti degli Stati Uniti. Ma una volta resasi conto che le proprie infrastrutture civili – inclusi i rifornimenti di gas – erano state duramente colpite, come è accaduto negli altri paesi del Golfo, ha dovuto ricalibrare la risposta all’attacco. Da oggi le dinamiche tra Qatar e Iran potrebbero sensibilmente cambiare rotta: se prima Doha rappresentava il middle man tra Washington e Teheran, sia per una questione di status quo sia economica, svolgendo il ruolo di lascia passare del gas iraniano che, per via delle sanzioni, non poteva raggiungere i paesi dell’occidente. Oggi deve rinquadrare quale ruolo ricoprire nella mappa geopolitica. Essendo sempre stato un attore estremamente pragmatico, dubito che punti a cadere assieme al regime. E proprio per questo l’Iran, con questi attacchi, sta cercando di punire il suo fratello prodigo, che non lo ha sufficientemente protetto. Anche sul piano mediatico: Al Jazeera, infatti, per la prima volta, non si sta schierando apertamente dalla parte dell’asse della resistenza. E’ cominciato un processo di cambiamento di narrativa. Pur non trattandosi di una svolta a 180 gradi c’è da aspettarsi che i qatarini nei prossimi mesi cominceranno a delineare in modo più chiaro con chi schierarsi, anche se si dovesse trattare di farlo, di volta in volta, con chi più gli conviene. E’ quello che hanno sempre fatto, ragionando più su una strategia di breve, che non di lungo periodo. Spesso agendo in modo del tutto contraddittorio”.
Secondo Michael Pregent, analista presso l’Hudson Institute, ex ufficiale dell’intelligence con trenta anni di esperienza nel campo della sicurezza, del terrorismo e delle questioni politiche in medio oriente, quella dell’Iran nei confronti del Qatar è una vera vendetta: “Il regime credeva sinceramente, dopo i numerosi colloqui fra Ginevra e Vienna, che Doha potesse convincere Washington a non attaccare. E quando si è reso conto che il Qatar stava diventando un investimento a perdere ha deciso, in modo del tutto razionale, di punirlo”.
Tuttavia, secondo Pregent, le implicazioni di questo disinvestimento potrebbero avere delle ripercussioni di lungo periodo nei confronti della monarchia ereditaria, il cui ruolo egemonico nell’aria del Golfo potrebbe essere messo in discussione e sostituito da quello dell’Arabia Saudita, specie se nei prossimi giorni Riad dovesse decidere di intervenire militarmente attaccando Teheran: “Se il regime collassa, Doha dovrà decidere se diventare il fratello maggiore della Fratellanza musulmana o se unirsi ai fratelli minori del Golfo, schierandosi, in modo definitivo, con Washington. Questo implicherebbe anche, in un giorno non troppo lontano, di dover aderire agli Accordi di Abramo e, per tanto, riconoscere Israele, dovendo rinunciare all’ideologia del terrore con cui ha costruito, fino a oggi, la propria egemonia regionale. Non dimentichiamoci che nonostante il loro consolidato ruolo di mediatori, la ragione per cui Hamas è ancora al potere è grazie al sostegno di Teheran, e non di Doha. E’ quindi giunto il momento per il Qatar di decidere da che parte schierarsi, una volta per tutte. Ma non sarà un processo breve. Prima di tutto deve crollare il regime”.