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Medio Oriente

Per dimostrare che il regime è vivo, si cerca l'erede di Khamenei. Chi storce il naso per Mojtaba

Tatiana Boutourline

Teheran vuole dimostrare che dopo la morte della Guida suprema non è cambiato niente e che il capo del Pentagono Pete Hegseth ha torto quando dice che ormai l’Iran non ha più leader. Per adesso il Consiglio ha reso noto che una rosa di candidati è stata individuata, ma che il prescelto non è ancora stato nominato

Ali Khamenei è morto, ma la Repubblica islamica è viva, insieme ai suoi riti, alle sue parole d’ordine, alla sua missione. Il messaggio del regime davanti alla sua minaccia esistenziale è anzitutto questo, mostrarsi, per dimostrare che non è cambiato niente e che il capo del Pentagono Pete Hegseth ha torto quando dice che ormai l’Iran non ha più né leader, né aerei, né Marina. Così mentre il Comando centrale statunitense annuncia che ha affondato 20 navi militari iraniane e il New York Times racconta l’ultimo tentativo del ministero dell’Intelligence di negoziare una via d’uscita, il falchissimo Mohammad Mokhber rassicura che la Repubblica islamica non teme niente e nessuno, la situazione è sotto controllo e il conflitto può pure proseguire “a tempo indeterminato” come durante  la “sacra difesa” ossia gli otto anni della guerra Iran-Iraq. Nel frattempo, gli iraniani, chiusi nelle case che tremano insieme alle bombe, osservano attoniti il nuovo skyline interrotto da colonne di fumo.

 

Con il trascorrere dei giorni cresce l’inquietudine, i genitori temono che i figli, rinchiusi nei centri di detenzione, finiscano per trasformarsi in scudi umani e i bassiji, orfani delle loro basi, fanno capannello tra i palazzi. I piccoli negozi di alimentari sono ancora aperti e per chi se lo può permettere caffè e ristoranti offrono consegne  a domicilio, ma per molti l’occupazione principale è cercare un modo per bucare il blackout di internet. Fuori, nel silenzio irreale interrotto dal boato dei missili, tutto parla di Khamenei che giganteggia dai manifesti funebri che tappezzano le strade. Per un iraniano non esiste compito più importante che ricordarlo, ha tuonato il capo del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, senonché, proprio ieri, le celebrazioni, che avrebbero dovuto aprirsi con la traslazione del feretro nel complesso della moschea dedicata all’ayatollah Khomeini, sono state posticipate a data da definirsi, e l’elaborata coreografia del cordoglio, che stando alla tabella di marcia, prevedeva l’afflusso di fedeli da più di 200 città si è momentaneamente arenata “per problemi logistici”. C’è stato un tempo in cui Ali Khamenei veniva percepito come una figura di risulta, l’erede grigio e noioso di un capo carismatico. Nel discorso in cui si rivolge al Consiglio degli esperti prima della sua elezione si definisce un candidato indegno dell’onore che gli viene proposto. “Sono solo un piccolo seminarista” dice.

 

E’ lo sfoggio di modestia d’uso nel clero sciita, ma la dichiarazione resta agli atti e lascia dietro una scia, tanto che, per anni, i giornalisti stranieri di passaggio in Iran, si aggiravano domandando chi comandi veramente a Teheran. Ma da morto, Khamenei è definitivamente uscito dall’ombra di Khomeini e il suo nome riecheggia nel vuoto che va riempito e va riempito in fretta. Per via dell’età e delle malattie che lo hanno afflitto, i giochi per la successione sono aperti da un pezzo, ma una transizione in tempo di pace è cosa ben diversa da quella che il regime si trova a dover concretizzare adesso come testimoniano le bombe cadute sulla sede del Consiglio degli esperti a Qom. Ma martedì notte, dopo giorni in cui era stato ritenuto prima morto, poi in coma o ferito al punto da essere incapacitato, è arrivato l’annuncio: Mojtaba, il papabilissimo figlio prediletto di Khamenei, non solo è sopravvissuto all’attacco che ha ucciso il padre, la madre, la moglie, un cognato ed una sorella, ma è la nuova Guida suprema. La notizia diffusa da Iran International, un organo di stampa antiregime ha subito creato scalpore. Un po’ perché l’investitura di Mojtaba confermerebbe che la Repubblica islamica se ne infischia tanto del curriculum (il nuovo uomo della provvidenza non solo non è un ayatollah, non lo era nemmeno il padre, ma non raggiunge nemmeno il rango di hojatoleslam), quanto d’essere stata fieramente anti aristocratica e un po’ perché Mojtaba è molto più di un esecutore fedele dell’intransigenza paterna. Il beit, il tentacolare ufficio di Khamenei lo dirige lui ed è sempre stato Mojtaba in questi anni a tenere i rapporti con i pasdaran. Negli anni, a Qom, molti ayatollah hanno storto il naso, l’erede è ritenuto un ignorante, ma la città santa può ben poco da quando Khamenei-padre controlla i cordoni della borsa ed il Consiglio degli esperti più che di spirito si preoccupa di potere e di politica. Tutto plausibile dunque, senonché non è ancora accaduto.

 

 

Mercoledì il Consiglio ha reso noto che una rosa di candidati è stata individuata, ma che il prescelto non è ancora stato nominato. “Non date retta ai pettegolezzi”, ha chiesto l’ayatollah Rajabi e, intanto, con il passare delle ore si è capito che la fuga di notizie è partita su X e su Telegram dove i sostenitori di Mojtaba, per forzare un risultato o per affrettare i tempi, hanno dato l’elezione come assodata. A Teheran, la voce si è diffusa come un lampo. “Mooshtaba” hanno cominciato a sghignazzare gli iraniani divertiti dal gioco di parole tra Mojtaba la parola moosh (topo, un insulto che dall’estate scorsa è stato indirizzato al padre, il topo rintanato nel bunker). “Non è ancora definitivo, ma le sue possibilità sono alte”, ha ribadito un membro della famiglia Khamenei nel corso di una conversazione con il Financial Times. Mojtaba dunque resta in gioco più che mai (anche se sotto-traccia continuano ad echeggiare i nomi di Alireza Arefi e Hassan Khomeini). “Qualsiasi nuovo leader  sarà un bersaglio per l’eliminazione, non conta come si chiami e dove si nasconda”, ha però detto il ministro della Difesa israeliana Israel Katz. E nell’establishment che intravede ombre e complotti ovunque resta l’interrogativo sull’utilità di esporre l’erede mentre le bombe inseguono il terzo tempo della rivoluzione.

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