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il colloquio

La rete criminale dei narcos in Messico e le soluzioni messe in campo per combatterli. Parla Dalla Chiesa

Federico Giorgetti

Il fondatore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli studi di Milano: “Era scontato che rimanessero in piedi dopo l’uccisione de ‘El Mencho’ perché non ci sono più classi dirigenti da eliminare. È necessario ripartire da scuole e università, c’è un problema culturale, non militare”

Le spirali di violenza, le esportazioni plurimiliardarie di droga in giro per il mondo e l’influenza politica nel paese. I narcotrafficanti messicani sono questo e tanto altro, ma non sembrano aver accusato il colpo inflitto dalle forze di polizia messicane – in collaborazione con l’intelligence americana – dopo l’uccisione de “El Mencho”, leader del cartello di Jalisco Nueva Generaciòn e considerato il narcotrafficante più pericoloso al mondo che ha riempito gli Stati Uniti di Fentanyl. “Che rimanessero in piedi, era scontato”, dice al Foglio l’ex senatore Nando Dalla Chiesa, fondatore dell’Osservatorio sulla criminalità organizzata dell’Università degli studi di Milano e titolare della Cattedra "Giovanni Falcone e Paolo Borsellino" presso l’Alta Escuela de Ciudad de México. “Non hanno delle classi dirigenti da eliminare e non hanno più una struttura piramidale – continua il professore – ma una rete che è sempre in movimento”. A differenza di quanto accadeva con i cartelli colombiani ai tempi di Pablo Escobar. “I cartelli di Medellìn avevano una struttura che seguiva tutto la catena del processo: dalle coltivazioni fino alla finanza. Oggi c’è un controllo strettissimo e possessivo del territorio che sanno fare benissimo e che li ha fatti affermare come organizzazione principale”. La stessa forma di governo del Messico, una repubblica federale di 31 stati, potrebbe non aiutare. “Quella che dovrebbe essere una base di democrazia, una volta che i narcos riescono a controllare 17 stati su 31 diventa una dannazione, cosa può fare il presidente del paese? È un sistema che va a vantaggio delle forze criminali totalitarie”. Nel 2023 sono morte più di 100mila persone negli Stati Uniti a causa del fentanyl, un oppiode sintetico 50 volte più forte dell’eroina. Per questo l’intelligence americana avrebbe aiutato le forze di polizia messicane. “Loro hanno molta attenzione sul tema, ma non riescono a uscire dalla loro logica investigativo-repressiva. Il problema è sociale, non militare. Inoltre sono riusciti a colpire e a indebolire il cartello colombiano proprio per la crescita delle strutture in Messico”. Cioè? “Molti dei profitti ottenuti dai clan colombiani che andavano verso gli Usa sono stati confiscati dai clan messicani che prima svolgevano il ruolo di strutture di appoggio e poi si sono chiesti: ‘Ma se loro passano grazie al nostro lavoro, perché non prendiamo noi tutto il carico’? E quindi hanno cominciato a rivendicare il diritto di chi controlla il territorio. Questo ha indebolito gli introiti dei colombiani e ha invece rafforzato la tendenza messicana a radicarsi sul territorio: nessuno passa se non ci sono loro”.

 

Sembra che il problema dei narcos sia inestirpabile, tanto più se eliminare il leader non significa necessariamente indebolire l’intera organizzazione. “Ogni volta che sono andato in Messico mi sono posto questo problema. Si può partire dalle università e dalle scuole per affiancare alle operazioni militari svolte un messaggio culturale, come è stato anche nell’Italia degli anni 80 e 90. E questo al momento non c’è. Se si avesse davvero a cuore la democrazia nel mondo, bisognerebbe integrare questo paese e impegnarsi affinché non si prosciughi il bacino di riferimento, ma spesso questa nazione viene definita disgraziata perché troppo lontana da Dio e troppo vicina agli Stati Uniti”. Ci sono poi due elementi che appaiono troppo deboli: l’organo giudiziario e le forze di polizia. “Per le seconde basti pensare che i vertici cambiano ogni qualvolta che cambia il presidente, non esiste il concetto di ‘carriera’ che abbiamo noi. Non c’è cultura dello stato, anzi è tutto concepito quasi come fossero mercenari, senza un’etica della professione”. E sulla giustizia? “La giustizia messicana guarda molto quella italiana, anche per come si sono affrontanti in passato i nostri problemi legati alla mafia. Però non c’è una magistratura indipendente, il che rende tutto più difficile. La verità è che non basta l’uno senza l’altro: è necessaria una strategia coesa che guardi ogni versante”. In tutto questo, dopo l’uccisione de El Mencho, in città sono scoppiati molti disordini, eppure la popolazione messicana non sembra turbata. “È incredibile. In Messico possono succedere delle stragi e nello stesso momento è possibile vedere piazze in festa con i bambini che giocano e le famiglie che cantano”. E forse c’è anche un po' di rassegnazione. “Certo, c’è anche questa componente. Ci sono luoghi del paese dove la paura è più presente e altri meno, ma non in Messico non si troverà mai un ambiente tetro, impaurito o terrorizzato”.

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