Il fumo si alza sul centro di Teheran dopo la seconda ondata di attacchi aerei israeliani (Fatemeh Bahrami/Anadolu/Getty Images)
l'editoriale del direttore
Perché non c' è momento più propizio di questo per far cadere un regime
Nel disordine globale, un nuovo ordine si sta affermando. Le democrazie sono sempre più forti e gli esportatori del terrore sempre più deboli. Grazie anche alla resistenza dell’Ucraina, sostenuta dall’Europa, e a quello che stanno facendo Israele e l’America
La caduta della guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è una notizia straordinaria non solo per tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Iran – un futuro difficile, pieno di insidie, tutt’altro che scontato, ma che oggi, grazie agli strike israeliani e americani, potrebbe essere meno cupo rispetto a qualche giorno fa – ma anche per tutti coloro che hanno a cuore un tema che riguarda la tutela della libertà del popolo iraniano e del mondo libero: colpire al cuore le fonti del terrore globale. La caduta degli ayatollah, purtroppo, non vuol dire automaticamente la fine del regime, anche se, come hanno scritto ieri diversi osservatori, compreso il New York Times, dunque non un giornale trumpiano, le conseguenze del colpo all’Iran “potrebbero avere conseguenze strategiche in medio oriente paragonabili al crollo dell’Unione sovietica”. Ma la caduta di Ali Khamenei coincide con un processo lento, deciso e inesorabile, e a tratti persino sorprendente, che riguarda un dato di fatto della fase storica che stiamo vivendo.
In una fase in cui ogni giorno molti tendono a denigrare l’occidente per quello che fa, per la sua debolezza, per la sua lentezza, per la sua ipocrisia, per le sue contraddizioni, vi è però anche una fase storica in cui, di fronte agli esportatori del terrore, l’occidente riesce ad aggiungere ogni giorno un tassello per provare a vincere le guerre contro i regimi dispotici. Provare a trovare un ordine nella stagione del disordine globale non è semplice, ma se si prova a mettere insieme qualche puntino si capirà meglio che, al di là dei protagonisti di questa storia, i nemici del terrore sono sempre più forti, democrazie comprese, e coloro che sostengono l’asse del terrore vedono perdere sempre più pezzi.
Le ragioni per colpire l’Iran sono state sintetizzate pochi giorni prima dello strike americano e israeliano da Bret Stephens sul New York Times: il timore che Teheran sviluppasse armi nucleari in violazione del Trattato di non proliferazione; il rischio che potesse diventare una minaccia diretta per Israele e per gli alleati, con programmi missilistici capaci di colpire basi occidentali; la volontà di contenere o indebolire le strutture militari e di intelligence, come le Guardie rivoluzionarie e i proxy armati sostenuti nel medio oriente; la pressione necessaria per fermare il sostegno a gruppi come Hezbollah e Hamas e limitare il potenziale di conflitto regionale; la consapevolezza che dai tempi della rivoluzione del 1979 non vi sia mai stata una fase così propizia per spingere verso un cambio di regime e mostrare determinazione nel non tollerare un Iran armato nuclearmente. Ma il colpo all’Iran non è un colpo isolato. E’ un colpo che avviene all’interno di un quadro più grande, in cui i tasselli del mosaico, seppur in modo confuso, trovano un loro ordine. L’Iran è la testa di una piovra del terrore indebolita negli ultimi mesi grazie ai frutti di una guerra difensiva e offensiva portata avanti da Israele contro Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie sciite in Iraq. Una guerra che ha permesso di marginalizzare il ruolo dei terroristi in Libano, di liberare la Siria dagli assadisti, con il sostegno decisivo degli Stati Uniti e con il sostegno assiduo dei paesi del Golfo, il cui supporto contro la piovra del terrore – e contro il terrorismo finanziato e sostenuto dall’Iran – è testimoniato anche dal numero di droni arrivati nella giornata di sabato sui cieli degli Emirati, dell’Arabia Saudita e del Bahrein.
L’indebolimento dell’asse del male non è un fenomeno estemporaneo. E’ un fenomeno più grande, direttamente collegato anche alla resistenza dell’Ucraina, che ha costretto la Russia a impegnarsi sul fronte orientale dell’Europa per un periodo ben superiore ai quattro giorni preventivati per arrivare a Kyiv. Sono passati quattro anni e la Russia, per vincere la sua guerra, ha bisogno disperato dell’aiuto della politica. Questo impegno ha spinto Mosca ad allontanarsi da altre aree del mondo dove aveva influenza, con tutte le conseguenze del caso. La Russia di Putin può ospitare Assad, avrebbe forse potuto ospitare anche Khamenei, ma non è riuscita a difendere il suo Maduro in Venezuela dalle manovre di Trump e non è riuscita a difendere l’Iran dall’assedio dell’occidente e di Israele. L’assedio contro le fonti supreme del terrore globale ha un riflesso geopolitico importante: riguarda i piccoli ma significativi passi in avanti fatti dall’Europa nella difesa delle libertà – dal sostegno all’Ucraina, oggi difesa economicamente dall’Europa più di quanto non lo sia dagli Stati Uniti, fino all’inserimento dei pasdaran nella lista dei terroristi internazionali – e riguarda anche la timidezza con cui la Cina, per il momento, ha scelto di intervenire in questi giorni sul tema Iran (ma su questo punto qualcosa potrebbe cambiare). Anche qui gli scricchiolii dell’alleanza si sentono. Ma vi è anche un riflesso politico più concreto, che riguarda una questione ancora più profonda: come si può immaginare un mondo più libero se i processi legati all’affermazione delle libertà sono affidati a un uomo come Trump, che usa la difesa delle libertà come surrogato della difesa dei propri interessi personali prima ancora che di quelli americani?
Ieri sul Times, giornale conservatore, poco trumpiano in economia come il Wall Street Journal ma molto trumpiano in politica estera, un brillante commentatore, Matthew Syed, ha pubblicato un’analisi proprio su questo tema. Sintesi: come conciliare la felicità per la neutralizzazione di una delle grandi fonti del terrore mondiale, come l’ayatollah Khamenei, con la preoccupazione che l’argine contro il terrore sia un interprete ambiguo della difesa della libertà come Trump? Syed ricorda che essere a favore dell’esportazione delle libertà mal si concilia con ciò che Trump sta facendo in Ucraina: “L’insistente pressione retorica su Zelensky, il ritiro degli aiuti, l’interruzione della condivisione di informazioni di intelligence”. Questo fattore può avere un peso anche sull’Iran del futuro, sulle possibilità che vi sia un regime change.
Domanda: “Se vi trovaste in un bunker a Teheran o a Karaj, vi ribellereste al regime iraniano sulla base della chiamata alle armi di Trump, quando potrebbe, anche ora, essere impegnato a negoziare con un generale delle Guardie rivoluzionarie per consolidare il regime, come ha fatto in Venezuela, a condizione che il petrolio scorra verso ovest anziché verso est?”. La domanda è giusta. Considerare la fine di Khamenei come la fine della stagione degli ayatollah sarebbe un errore. Ma nonostante questo, e nonostante ciò che è Trump, un dato emerge: nel disordine globale, la sfida contro le libertà, le democrazie e gli interessi dell’occidente mostra uno scenario in cui le democrazie sono sempre più forti e gli esportatori del terrore sempre più deboli. Frenare i regimi non è semplice, ma non vi è mai stato un momento più propizio di questo per provare a farlo. Grazie a ciò che sta facendo l’Ucraina in Europa. Grazie a ciò che sta facendo l’Europa in Ucraina. Grazie a ciò che Israele ha fatto contro l’Iran e i suoi alleati. Grazie al sostegno offerto da Trump a Israele. Grazie alla scelta strategica dei paesi musulmani più moderati, che nella lotta contro l’antisemitismo sono spesso più all’avanguardia di molti paesi occidentali e che nella sfida tra esportatori del terrore e nemici del terrore hanno scelto da che parte stare. Nel nuovo disordine mondiale c’è un nuovo ordine che si sta affermando. E chi è timido oggi nella condanna dell’Iran, nella lotta contro la Russia, nel sostegno all’Ucraina e nell’abbraccio a Israele non lo è per prudenza, ma perché, dovendo scegliere tra i difensori della libertà e gli alleati del terrore, ha già scelto da che parte stare.