Il presidente Trump osserva l'operazione Epic Fury da Mar-a-Lago (foto di Daniel Torok/White House via Getty Images)
dietro le quinte
Così è stato eliminato Khamenei. L'intelligence, le coperture e gli strike che cambiano il Medio Oriente
La Cia lo seguiva da mesi, Israele pianificava l'attacco, e i negoziati di Ginevra servivano a tenerlo lontano dai bunker. Mentre la Guida suprema iraniana teneva la sua riunione di routine, i missili sono arrivati a sorpresa. La ricostruzione di come si è arrivati all'attacco di sabato
È sabato mattina a Teheran quando l'ayatollah Ali Khamenei, guida suprema della Repubblica islamica dell'Iran, si riunisce con i suoi più stretti collaboratori nel compound governativo che ospita gli uffici della presidenza, del leader supremo e del Consiglio di Sicurezza nazionale. Non è una riunione straordinaria: si tratta di un incontro di routine, uno di quelli che Khamenei tiene regolarmente con il suo entourage. Ma quella mattina, per la prima volta, la Cia sa esattamente dove si trova. E Israele è pronto a colpire.
Secondo fonti a conoscenza dell'operazione, sentite da New York Times e Axios, l'agenzia di intelligence americana aveva monitorato i movimenti di Khamenei per mesi, affinando progressivamente la propria capacità di prevederne gli spostamenti e i pattern di comportamento. Le informazioni raccolte sono di altissima qualità e hanno permesso di localizzare il leader iraniano con un grado di precisione inusuale. La svolta è arrivata quando la Cia ha appreso che sabato mattina si sarebbe tenuta una riunione di vertice al compound governativo di Teheran, e che Khamenei vi avrebbe partecipato di persona. Quella notizia ha cambiato i piani operativi. Stati Uniti e Israele, che avevano inizialmente programmato un attacco notturno, con la copertura dell'oscurità, hanno deciso di modificare la finestra temporale per sfruttare l'opportunità. La Cia ha trasmesso le informazioni a Israele, che aveva già in cantiere da mesi un piano articolato per l'eliminazione della leadership iraniana.
Intorno alle 6 del mattino, ora israeliana, i jet da combattimento decollano. Due ore e cinque minuti dopo, alle 9:40, ora di Teheran, i missili a lungo raggio colpiscono il compound dove erano riuniti i vertici della sicurezza nazionale iraniana. Khamenei si trova in un edificio adiacente.
Due binari paralleli: la diplomazia come copertura
La storia di come si è arrivati a quel momento è, come spesso accade con Donald Trump, intrecciata di colpi di scena e deliberate ambiguità. Secondo quanto ricostruito da Axios, i semi dell'operazione sono stati piantati già alla fine di dicembre, quando il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha fatto visita a Trump a Mar-a-Lago, in Florida. Le proteste antiregime in Iran erano appena esplose, e i due leader hanno discusso di un possibile strike di follow-up rispetto alle operazioni dell'anno precedente. Da quel momento in poi, Washington ha lavorato su due binari paralleli: uno diplomatico, l'altro militare. Da un lato, i negoziatori americani Jared Kushner e Steve Witkoff hanno avviato contatti con Teheran, come nel caso dell'incontro in Oman a febbraio e, giovedì scorso, una sessione negoziale a Ginevra. Dall'altro, il Mossad, i vertici dell'intelligence militare israeliana e il capo di stato maggiore dell'Idf si sono recati più volte a Washington per coordinare quella che sarebbe diventata l'Operazione "Epic Fury" e l'Operazione "Ruggito del Leone". La diplomazia, in questo schema, non era soltanto un tentativo genuino di trovare un accordo: era anche, e forse soprattutto, uno strumento per convincere Khamenei che ci fosse ancora spazio per trattare, e dunque per tenerlo fuori dai bunker sotterranei.
Ginevra: il fallimento che ha aperto la strada all'attacco
I colloqui di Ginevra di giovedì hanno rivelato l'insanabile distanza tra le parti. Kushner e Witkoff, già scettici sulle possibilità di un accordo, hanno trovato una delegazione iraniana che non si era avvicinata neppure lontanamente alle richieste minime americane. Dopo il primo round di negoziati, i due inviati hanno chiamato il vicepresidente JD Vance su una linea sicura. Il secondo round serale non ha cambiato nulla. Tre nodi sono risultati insormontabili. Sul programma nucleare, gli Stati Uniti avevano offerto combustibile nucleare gratuito e illimitato per uso civile in cambio dello stop all'arricchimento dell'uranio: l'Iran ha rifiutato. Teheran non ha voluto discutere il programma missilistico balistico e ha rifiutato anche solo di affrontare l'argomento del finanziamento delle milizie proxy regionali (Hezbollah, gli Houthi, le fazioni irachene). A peggiorare le cose, l'intelligence americana aveva rilevato che l'Iran stava già ricostruendo le strutture nucleari che Trump aveva dichiarato «obliterate» nell'Operazione "Midnight Hammer" del giugno scorso. Il documento di sette pagine presentato dalla delegazione iraniana come proposta concreta prevedeva, secondo i calcoli verificati con l'Aiea, capacità di arricchimento cinque volte superiori a quelle consentite dall'accordo del 2015.
Il colpo finale
Venerdì sera, il ministro degli Esteri dell'Oman è volato d'urgenza a Washington per un ultimo tentativo di mediazione con il vicepresidente Vance. Ma era troppo tardi: Trump aveva già deciso. Quando un funzionario arabo ha chiesto a Witkoff se un attacco fosse imminente, l'inviato ha schivato la domanda. La mattina di sabato, mentre Khamenei convoca i suoi consiglieri come d'abitudine, tre distinte riunioni di vertice della sicurezza iraniana sono in corso contemporaneamente in luoghi diversi di Teheran. Tutte e tre vengono colpite in simultanea. L'operazione ha eliminato Khamenei e diversi alti funzionari militari, tra cui il generale Mohammad Pakpour, comandante in capo dei Guardiani della Rivoluzione, e l'ammiraglio Ali Shamkhani, capo del Consiglio di Difesa. Il loro decesso è stato confermato in seguito dall'agenzia di stato iraniana Irna. Gli attacchi successivi hanno decimato i vertici delle agenzie di intelligence iraniane, anche se il capo degli 007 è riuscito a fuggire.
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