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l'operazione “Magen Yehuda”

Così Israele aspetta la fine degli ayatollah

Fiammetta Martegani

Dopo l'attacco preventivo tutte le aree del paese sono passate ad "attività essenziali". Chiuso anche lo spazio aereo.  L'attesa e il pragmatismo degli israeliani

Oggi alle 8.10 del mattino le sirene di Israele sono suonate all’unisono - insieme ai cellulari di tutti i cittadini - annunciando l’avviso che invita la popolazione a rimanere vicino a spazi protetti a causa della possibilità di lanci missilistici provenienti dall’Iran, in risposta all’operazione “Magen Yehuda”, entrata in azione alle 8.00 locali, grazie ad un intervento congiunto tra Israele e Stati Uniti.

In risposta a quello che è stato definito un attacco “preventivo” già dalle prime ore del mattino una batteria, in più ondate, di missili balistici è stata lanciata dall’Iran verso tutto Israele, mentre il sistema di difesa aerea ha lavorato in modo incessante per intercettare le minacce balistiche. Nonostante la forte preoccupazione per settimane, questa volta, rispetto al conflitto dello scorso giugno, gli israeliani non erano affatto sorpresi, specie dopo oltre due mesi di sterili negoziazioni tra Stati Uniti e Iran.

Rivolgendosi direttamente agli iraniani, il presidente americano Donald Trump ha dichiarato: “La vostra ora di libertà è ormai vicina. Non lasciate le vostre case, perché ci saranno bombardamenti ovunque. Ma quando avremo finito potrete, finalmente, riprendere il controllo delle vostre vite. Questa è la vostra grande opportunità”.

Sia Trump che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu hanno entrambi dichiarato la necessità di ricorrere all’intervento militare per raggiungere tre obbiettivi cruciali: interrompere il programma nucleare, pericolo di portata internazionale, specie per gli Stati Uniti; distruggere i missili balistici, minaccia esistenziale per tutta la regione mediorientale, soprattutto per Israele; eleminare il Regime della Repubblica islamica, per restituire, dopo 47 anni di dittatura, la libertà al popolo persiano, strettamente legato a quello ebraico, dai tempi di Ciro il grande.

Forse anche per questa ragione gli israeliani, pur sapendo il pericolo imminente che rischiano in queste ore e nei prossimi giorni, si dichiarano tutti – e in ogni Spectrum di credo politico e religioso - pronti a pagare un prezzo che potrebbe essere molto caro, pur di porre fine - una volta per tutte, dopo 47 anni - non soltanto alla testa della piovra ma, allo stesso tempo, anche ai tentacoli dei suoi proxi che da ormai da decenni minacciano il Paese su sette fronti. E, probabilmente anche per questo, hanno tutti reagito in modo estremamente pragmatico, tipico degli israeliani: i rifugi pubblici erano già stati aperti 24 ore prima rispetto all’attacco e chi non possiede un mamad – la stanza antimissili – nel proprio stabile si sta facendo ospitare da amici o parenti che ne sono provvisti.

Nelle grandi città come Tel Aviv stanno già allestendo un vero e proprio camping - come quello estivo collaudato durante la “Guerra dei 12 giorni” nel corso del giugno 2025 – nelle diverse fermate della metropolitana che attraversa la città: “Questa volta con i sacco a peli, faremo fronte anche al campeggio invernale”.

Ordine del giorno – oltre a rispettare rigorosamente le norme di sicurezza imposte dal Pikud ha Oref  (il Comando del Fronte Interno) - lezioni di yoga, pilates e meditazione per gli adulti e judo e kapuera per i più piccoli, specie considerando che nei prossimi giorni mentre le scuole rimarranno chiuse i genitori continueranno a lavorare in remoto da casa, dagli shelter o dalla metropolitana.

Tutte le aree del paese sono passate ad “Attività essenziale”, ovvero: attività educative ed assembramenti sono tutti vietati, ad eccezione dei settori essenziali. Israele ha anche chiuso il proprio spazio aereo ai voli civili. È una situazione a cui gli israeliani sono ormai abituati e che, di anno in anno, affrontano in modo sempre più efficiente e creativo, mentre si scambiano messaggi di conforto sul telefono con i propri vicini di casa. E i propri compagni di guerra: il popolo persiano.

Già alle prime ore del mattino, infatti, il Mossad era riuscito ad infiltrarsi nell’applicazione “BadeSaba” utilizzata dalla popolazione iraniana per verificare gli orari delle preghiere - specie durante il periodo di Ramadan – scrivendo: “Fratelli non siete soli: vi stiamo aiutando a far tornare l’Iran il grande Paese che è sempre stato”.

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