nel buco nero nucleare

La vita a Enerhodar e nella centrale nucleare occupata dai russi

Micol Flammini

Mosca ha trasformato la centrale di Zaporizhzhia nel posto più pericoloso d’Europa, vuole farne un segno indelebile dell’occupazione collegandola alla sua rete. Storie degli specialisti ucraini costretti a scegliere fra la russificazione e la tortura

Kyiv, dalla nostra inviata. Dai territori che la Russia occupa sembra sempre innalzarsi una coltre di fumo. Capita che qualcuno, quando si viaggia non distanti dal fronte, li indichi e racconti che di là, non troppo lontano, escono soltanto sibili, non voci. La parte di Ucraina occupata è soffocata, la coltre di fumo impedisce di vedere, ma c’è un edificio che dall’Ucraina libera si può ancora osservare ed è la centrale nucleare della regione di Zaporizhzhia, nella città di Enerhodar. A Nikopol, che si trova dall’altra parte del fiume Dnipro,  la vita è sempre più pericolosa, fino a qualche mese fa c’erano persone che si mettevano sulla riva e contemplavano quel gigante che quattro anni fa  sputava fuori circa il 20 per cento di energia per l’intera Ucraina. Guardarsi da una parte all’altra del fiume è un gioco, ma ormai da una sponda all’altra può cambiare tutto. Il fiume, i confini in Ucraina fanno da limiti fra il visibile e inaccessibile, fra la libertà e la schiavitù. Oggi che anche Nikopol si svuota per gli attacchi russi continui, sempre meno persone contemplano il gigante nucleare, ormai spento. Il gigante dai sei reattori che si estende per un’area che conterrebbe tre volte lo Stadio di San Siro è stato l’unica ragione per la nascita della città di Enerhodar, una delle più giovani a essere stata fondata in Ucraina con un nome che vuol dire “il dono dell’energia”. Fino agli Settanta Enerhodar non esisteva, era uno spazio vuoto, secco, incoltivabile, inospitale, inutile. Poi arrivarono prima la centrale termoelettrica e poi quella nucleare. Arrivarono i lavoratori, arrivò la vita per tenere attivo il gigante, la centrale nucleare più grande di Europa, la più potente dell’Unione sovietica, finché è esistita. Enerhodar era una cittadina nata soltanto per essere riempita di lavoratori: case tutte identiche, bianche, alte, squadrate ospitavano vite molto simili fra loro. E’ stato così per decenni attorno alla centrale che funzionava da calamita, perché non c’erano molti altri scopi per cui recarsi a Enerhodar se non quello di lavorare.

 

Enerhodar era una cittadina nata soltanto per essere riempita di lavoratori: case tutte identiche,  ospitavano vite molto simili fra loro

 

La centrale era lo scopo, era l’energia per il paese e per la città. Nessuno di Enerhodar era di Enerhodar, una cittadina nata mista, che ha continuato a mischiarsi per anni fino a quando, dopo il 4 marzo del 2022, invece, ha preso a svuotarsi. Tutto si è prosciugato e la centrale, il motore della città, si è trasformato nel posto più pericoloso di un intero paese e nella condanna dei suoi abitanti. Dopo l’inizio dell’invasione totale, i russi procedettero svelti nella regione di Zaporizhzhia, volevano la centrale e appena la raggiunsero si stabilirono al suo interno. Il ricatto era semplice: i soldati di Kyiv non potevano rischiare sparando sull’impianto nucleare. Mosca però non voleva soltanto la centrale, voleva anche gli abitanti di Enerhodar, voleva i suoi lavoratori, soprattutto gli ingegneri che sapevano come far funzionare l’impianto. Diedero a tutti una sola opzione: firmare il contratto con la Rosatom, l’azienda pubblica della Federazione russa per la produzione dell’energia nucleare. Firmare voleva dire    diventare russi. Ruslan non è fuggito, è rimasto perché  “credeva di non poter abbandonare la centrale”, dice al Foglio Margarita, sua figlia. “Sapeva che i russi avrebbero fatto dei danni, credeva che per la sicurezza della centrale e di tutto il paese fosse meglio rimanere, aveva lavorato in quel posto per sedici anni”. La vita a Enerhodar ruotava  per molti attorno al  funzionamento della centrale. Margarita ora vive a Kyiv, ma è cresciuta nella città “dono dell’energia”, poi si   è però trasferita in un posto vicino: in un puntino in quella terra in cui i nomi sono tutti recenti e vogliono dire sempre qualcosa che ha che fare con il lavoro. Margarita nel 2022  viveva a Dniprorudne, che vuol dire “le miniere del Dnipro”. Dopo l’invasione ha resistito fino a fine aprile, “ho atteso settimana dopo settimana, mi dicevo che sarebbe bastato aspettare e tutto sarebbe finito. Ero convinta che non sarebbe potuto andare avanti ancora, era folle, era irreale. Vedevo che le persone attorno a me se ne andavano, ma non riuscivo a prendere la decisione”. Attorno a lei la città iniziava a svuotarsi di facce note e a riempirsi di divise dell’esercito russo, le sembrava di essere su un pianeta alieno, non nella città delle miniere sul Dnipro. Le sembrava di essere in una vita altrui, non nella sua. “Ho preso la decisione di andare via quando è diventato difficile trovare qualcosa nei pochi supermercati aperti. Lì ho capito che la normalità non sarebbe tornata, dovevo andarmene”. L’obiettivo era arrivare a Zaporizhzhia, la città che dà il nome all’oblast era ed è ancora libera. Arrivare a Zaporizhzhia però non era semplice: le strade erano complicate da percorrere fra posti di blocco e combattimenti. I russi stabilivano gli itinerari  che i civili potevano percorrere. Tragitti lunghi, spesso non lineari, illogici se si prende in mano una mappa. “Ai posti di blocco i militari procedevano ai controlli, guardavano tutto quello che possedevi, entravano in ogni angolo della macchina e trattenevano quello gli piaceva”. Il momento del controllo del telefono era il più lungo: messaggi, foto, contatti, tutto era oggetto di analisi e di commento e, se il telefono era di gradimento dei soldati, poteva rimanere nelle loro mani. Come è accaduto a Margarita. “Ventidue posti di blocco, sapevo che avrebbero potuto prendere qualsiasi cosa, per questo ho portato quanti più oggetti e provviste potevo. Era il modo per lasciarci passare: dare, concedere, mettergli cose in mano. Il momento più sgradevole era però quando arrivavano alla valigia in cui tenevo i vestiti, infilavano le loro mani fra le mie cose e anche da lì tiravano fuori, depredavano”. All’ultimo posto di blocco non era finita, bisognava attendere che la strada venisse liberata. “Alla fine mi hanno lasciata andare”, non prima di dirle: “A tuo rischio e pericolo”. Vedere diminuire i  civili per i russi è stato un problema, la guerra si basava anche sul presupposto dell’accoglienza, della felicità degli ucraini per l’arrivo di Mosca. Invece la maggior parte ha scelto di scappare, chi è rimasto lo ha fatto per ragioni disparate, a volte perché non ha colto il momento giusto, non ha saputo decidersi in tempo. 

 

La centrale nucleare è dormiente, per mantenere il livello di sicurezza però serve energia ed è fornita dall’Ucraina, Mosca non se ne cura

 

Con l’Ucraina libera ormai davanti agli occhi, Margarita si era lasciata alle spalle Enerhodar e i suoi genitori. “L’ultima volta che ho visto mio padre era gennaio di quattro anni fa”, lo dice come se non ci avesse mai pensato, come se per la prima volta dopo quattro anni ricordasse il volto di Ruslan. “L’ultima volta che ho parlato con lui al telefono era il 2023”. Quando  il buco nero dell’occupazione rimane alle spalle, inghiotte tutto ciò che si trova al suo interno, anche due genitori, che improvvisamente dopo un anno smettono di rispondere alle telefonate. “Io e mio fratello ci dicevamo che era normale, avevamo visto che mancava tutto ormai in quei posti”, mentre le loro conversazioni si facevano sempre più preoccupate e i due ormai a Kyiv sentivano tutta la distanza da quel mondo sommerso dall’occupazione, deformato e inconoscibile, si ripetevano: “Non c’è internet, non c’è elettricità; aspettiamo, ci chiameranno”. Non chiamavano. Ogni giorno iniziava con la speranza che sarebbe arrivata una voce oltre il buio. Ogni sera i due si ritrovavano con le orecchie ottundiate dal silenzio. “Mio fratello si è infine messo a cercare, e abbiamo scoperto che mia madre era ancora in città e mio padre era stato portato via”. Preso, rapito, arrestato. Scomparso. La madre di Margarita era stata soltanto in grado di raccontare che un giorno erano arrivati a prenderlo in otto, poi erano tornati a casa e si erano impossessati di computer, telefono e altra attrezzatura usata da Ruslan alla centrale, al gigante nucleare, il vero motivo della sua detenzione. La madre di Margarita, non sapendo cosa fare né perché fossero venuti a prelevare suo marito in modo tanto violento, aveva iniziato ad andare giorno dopo giorno alla polizia, ormai russa, “mia madre non aveva altre opzioni che rivolgersi a loro, non sapeva nulla”. Le dissero che suo marito era accusato di tradimento per aver donato denaro alle Forze armate dell’Ucraina. Il vero problema era che Ruslan si era rifiutato di firmare un contratto con la Rosatom. Come per l’intera città di Enerhodar, anche per i suoi abitanti la vita e la morte, la libertà o la detenzione erano ormai legate a quello che accadeva dentro all’impianto. 

 

Margarita racconta la storia di suo padre Ruslan, ingegnere di Enerhodar ora detenuto a Sinferopoli  per non aver firmato il contratto con la Rosatom

 

Dopo l’inizio dell’invasione, Ruslan si era presentato all’impianto, come sempre, aveva continuato a lavorare sapendo che la guerra avrebbe messo in pericolo la centrale e tutta l’Ucraina. Non immaginava che i russi avrebbero voluto di più, gli avrebbero chiesto di lavorare alle loro regole firmando un contratto con la Rosatom. Margarita racconta che suo padre si è  rifiutato. E’ stato picchiato, tenuto prigioniero nella centrale, torturato, infine incarcerato. Poi  è scomparso, nel buco nero, fino alla condanna a sedici anni per aver violato il coprifuoco. “Non è mai accaduto”. La violazione del coprifuoco è spesso usata nei territori occupati come motivo generico per prelevare e incarcerare cittadini che rifiutano la russificazione: hai violato il coprifuoco e non importa se nessuno ti ha visto, noi abbiamo deciso che lo hai fatto, la nuova Enerhodar sa tutto. 
I  russi volevano russificare l’impianto con i suoi lavoratori dentro. Per i dipendenti però firmare un contratto con la Rosatom voleva dire diventare russi e anche lavorare in una centrale nucleare stravolta. Alcuni hanno accettato di rimanere, spesso per paura, e ora mandano immagini, notizie: sono gli occhi dell’Ucraina e anche dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) dentro a Enerhodar. Alcuni sono occhi talmente  vigili da aver avvisato del lavoro russo di occultamento quando  è stato dato l’accesso agli uomini delle Nazioni Unite. “Dentro ci sono mezzi militari, i russi cucinano nella sala macchina, vivono all’interno della struttura, trascorrono il tempo come vogliono, dispongono di ogni spazio senza rispettare le norme di sicurezza e in alcune stanze hanno allestito una palestra”. Vyacheslav Huba, consulente capo di Energoatom, la società ucraina che si occupa delle centrali nucleari, mostra le foto ricevute da gente del posto, le scorre incredulo nonostante le abbia viste tante volte. Indica i soldati in atteggiamenti di divertimento, di festa come se si trovassero ovunque tranne che in uno dei posti più pericolosi del mondo. “Prima dell’invasione l’impianto aveva undicimila dipendenti, ora sono molti meno e gli specialisti nucleari autorizzati sono ventidue, ne servirebbero un centinaio in una struttura del genere”. La Rosatom ha portato anche i suoi uomini, ma non sono abbastanza né conoscono l’impianto come dovrebbero. I lavoratori ucraini sono essenziali, “la centrale è sovietica”, ricorda Vyacheslav Huba. E’ stato durante l’Urss che nella terra dimenticata oltre il Dnipro venne deciso di costruire una centrale con sei reattori e tutto nelle strade di Enerhodar parla ancora di quei tempi. “I russi hanno centrali uguali, ma dalla nostra indipendenza noi abbiamo iniziato a fare delle modernizzazioni, ad aggiungere equipaggiamento, tutto fatto e pensato da noi, in Ucraina. Mosca non ha mai ammodernato, gli uomini della Rosatom hanno bisogno dei nostri dipendenti, per imparare servono anni”. La centrale è in stato dormiente dal settembre del 2022, i suoi reattori non producono energia, ma la struttura è collegata a linee elettriche esterne per mantenere il raffreddamento del combustibile nucleare, “e l’energia elettrica gliela diamo noi”, sottolinea Vyacheslav, per mostrare tutte le storture, i rischi, le assurdità di un fatto che non ha precedenti: “Nella storia è la prima volta che viene occupata una centrale nucleare”. Ci voleva un grado di follia, insensatezza, sprezzo di ogni norma e pericolo. La centrale è stata annessa illegittimamente alla Russia nel settembre del 2022, Mosca non ha intenzione di lasciarla spenta, ha un piano preciso su cui lavora Rosatom: collegare l’impianto alla rete russa. “Non ci stanno riuscendo e per farlo hanno bisogno dei nostri”. I lavoratori di Enerhodar non sono per la Russia degli ucraini come altri, servono a un progetto: collegare la centrale alla rete russa significherebbe sancire un legame indissolubile dell’occupazione, che Mosca comunque considera irreversibile, per questo non vuole che la gestione dell’impianto sia oggetto di discussione nei negoziati: è russa, è occupata, punto. 

 

I soldati russi  bivaccano, “gente senza regole, che beve.  Non esiste nulla di troppo fuori di testa per loro”, dice Vyacheslav Huba della Energoatom 

 

Degli undicimila dipendenti della centrale, cinquemila sono fuggiti, più di duemila si sono rifiutati di firmare, oltre tremila hanno accettato di lavorare con la Rosatom. Vyacheslav Huba non accusa mai i lavoratori rimasti, li capisce, li giustifica. Ognuno si salva come può, “chi ha fatto in tempo è fuggito dal mondo russo, noi di Energoatom abbiamo reintegrato i nostri lavoratori in giro per l’Ucraina libera. Chi è rimasto è ostaggio”. C’è però una differenza fra chi come Ruslan non ha accettato di firmare un contratto con la Rosatom e chi ogni giorno esce di casa e va a lavorare per i progetti di Mosca. Vyacheslav non accoglie l’obiezione, chi ha accettato il mondo russo lo ha fatto per sopravvivere, sotto pressione, minacciato, per paura e la paura non può essere considerata un tradimento. Chi però come Ruslan ha rifiutato la russificazione, patisce la galera  e la tortura, e i nomi dei lavoratori della centrale incarcerati nel gulag russo non vengono neppure inclusi negli scambi di prigionieri fra Ucraina e Russia. I lavoratori di Enerhodar per Mosca “sono ostaggi, tenendoli in galera i russi vogliono mostrare a chi lavora per loro che non collaborare è pericoloso. Il messaggio è semplice: se non collaborate andrete in prigione per vent’anni. Se liberassero i prigionieri il ricatto sarebbe meno forte”, dice Vyacheslav. Uomini che nella vita ogni mattina si erano svegliati nelle loro case tutte uguali, avevano iniziato le loro vite tutte simili attorno alla centrale, adesso vivono storie a cui nessuno avrebbe creduto prima del 24 febbraio 2022. Vyacheslav non è di Enerhodar, ma quando parla non perde quel senso di incredulità perenne che gli tiene gli occhi sbarrati, spalancati da spilli di sbigottimento. Inizia ad agitare le mani, quasi andasse alla ricerca di qualcosa nell’aria che gli permetta di spiegare: “Prima dell’annessione della Crimea, nel 2014, dicevo che non sarebbe stato possibile, ripetevo: i russi sono strani, ma non fino a questo punto. Ho studiato e vissuto in Crimea per sei anni, conosco la gente del posto, le strade, la vista. Quando è successo non facevo che chiedermi perché”. Continua a gesticolare, alza delicatamente la voce. Vyacheslav è un uomo grosso con gli occhi diafani, un’espressione rassegnata che sembra causata da una morsa di autopunizione: “Poi nel 2022 mio figlio è venuto a dirmi che in televisione ripetevano che la Russia avrebbe invaso l’Ucraina. Io gli ho  detto di stare tranquillo, l’invasione di un paese è impossibile nel Ventunesimo secolo. Poi è successo ed io, proprio come otto anni prima, ero sconvolto. Ora penso alla centrale e penso che possano fare qualsiasi cosa, che dentro si aggirano soldati russi, gente senza regole, che beve”, Vyacheslav fa il gesto che si usa qui per dire che una persona è ubriaca: batte sul collo indice e medio. “Ora so che non esiste nulla di troppo fuori di testa per l’esercito russo”.

 

Per le strade di Enerhodar ci sono dieci camere di tortura, un tempo erano uffici amministrativi, seminterrati. I duemila lavoratori di Enerhodar che si sono rifiutati di firmare il contratto con Rosatom sanno che un giorno potrebbero essere condotti in una di queste camere: finora è accaduto a più di ottanta fra loro.  Ruslan queste stanze le ha viste, ora si trova in un campo di detenzione nella città di Sinferopoli, nella struttura numero 2 dentro la Crimea occupata. “Per lungo tempo è stato detenuto a Melitopol, nella regione di Zaporizhzhia. Abbiamo saputo da un uomo che lo aveva conosciuto che sta male. Che è stato torturato, interrogato con un sacchetto di plastica in testa”, Margarita racconta con precisione quello che sa di suo padre. Alcuni parenti dei detenuti hanno paura che le loro testimonianze possano peggiorare le condizioni di chi è stato spedito nelle carceri russe. Margarita ha molte paure, non questa. “Mia madre è ancora a Enerhodar, aveva deciso di rimanere lì perché le sembrava il posto in cui poter ricevere più facilmente notizie su mio padre. Ora non potrebbe neanche andarsene, le hanno preso tutti i documenti”. Più passa il tempo, più l’occupazione risucchia, chi vive nel buco nero perde la voce, sibila. Il buco nero di Enerhodar è un posto di fantasmi nucleari, ricorda all’Ucraina i pericoli futuri e i traumi del passato. Per questo Ruslan era rimasto.

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)