in medio oriente

Il “ruggito” d'Israele per il regime change: è guerra preventiva contro l'Iran

Giulio Meotti

"Abbiamo avviato un'operazione per rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dal regime terroristico”, ha detto il premier Netanyahu. Colpiti decine di obiettivi. L'attacco sarebbe stato pianificato congiuntamente con gli Stati Uniti da mesi. Decretato lo stato di emergenza nello stato di Israele

Mentre Israele si svegliava con le sirene che ordinavano alla popolazione di avvicinarsi ai rifugi in attesa della risposta iraniana in arrivo in questo momento e gli ospedali spostavano i pazienti sottoterra, numerose esplosioni venivano registrate nel centro di Teheran. Israele ha lanciato il “ruggito del leone”, il nome dato all’attacco preventivo contro la Repubblica islamica (otto mesi fa era stato il “leone nascente”) assieme agli Stati Uniti.

L'attacco sarebbe stato pianificato congiuntamente da mesi: gli americani conducono attacchi via aria e mare, con decine di caccia decollati da basi regionali e dalle portaerei schierate nel Golfo Persico. Il ministro della Difesa di Gerusalemme, Israel Katz, ha decretato lo stato di emergenza sul fronte interno in tutto il territorio del paese e ha richiamato in servizio i riservisti. “Abbiamo avviato un'operazione per rimuovere la minaccia esistenziale rappresentata dal regime terroristico in Iran” ha detto il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Per 47 anni, il regime degli ayatollah ha gridato ‘morte a Israele’, ‘morte all’America'. Ha versato il nostro sangue, assassinato molti americani e massacrato il suo stesso popolo. Questo regime terrorista omicida non deve dotarsi di armi nucleari che gli consentirebbero di minacciare l'intera umanità. La nostra azione congiunta creerà le condizioni affinché il coraggioso popolo iraniano prenda in mano il proprio destino”.

 

Ieri si era percepito di essere a ridosso di una vasta campagna militare, con le diplomazie occidentali che evacuavano il personale da Teheran e Gerusalemme e gli Stati Uniti che avevano finito di dispiegare la più vasta flotta nella regione dai tempi della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein. Nelle fasi iniziali dello strike sarebbero stati colpiti decine di obiettivi in ​​tutto l'Iran, tra cui il ministero dell'Intelligence, quello della Difesa (si parla dell’uccisione del ministro Amir Hatami), l'ufficio della Guida Suprema Ali Khamenei, l’Organizzazione per l'Energia Atomica dell’Iran, basi militari e dei Guardiani della rivoluzione. Non è ancora chiaro quali alte figure del regime siano state eliminate (si parla di Gholam-Hossein Mohseni-Ejei, capo della magistratura iraniana, che ha condannato a morte migliaia di manifestanti). La tv israeliana parla di numerosi morti tra i pasdaran. Colonne di fumo nero si sono alzate dal centro di Teheran, in zone vicine agli uffici della Guida Suprema e al palazzo presidenziale. Si riportano attacchi anche a Isfahan (dove sorge un importante impianto nucleare) e a Qom, città santa sciita.

Secondo il Wall Street Journal, Stati Uniti e Israele si preparano a numerosi giornate di attacchi contro l’Iran, più lunghe degli attacchi sferrati a giugno. In un messaggio per annunciare l'avvio dell'operazione, Donald Trump ha detto che “l'Iran non potrà mai avere l'arma nucleare”. Poi ha invitato il popolo iraniano a “prendere il controllo del proprio governo” una volta concluse le operazioni militari. “Probabilmente questa sarà la vostra unica occasione per generazioni”, ha detto Trump. La risposta è arrivata dal figlio dello scià deposto, Reza Pahlavi, l’unica figura al momento in grado di unire l’opposizione alla dittatura degli ayatollah: “Miei cari compatrioti, ci attendono momenti cruciali. Nonostante questo aiuto, la vittoria finale sarà comunque nostra. Saremo noi, il popolo iraniano, a portare a termine questa battaglia finale”. C’è dunque aria di un tentativo di regime change. Intanto il Mossad, sul suo canale Telegram ufficiale in lingua persiana, invita gli iraniani ad aiutare a “riportare il paese ai suoi giorni gloriosi”: “Fratelli e sorelle iraniani, non siete soli”. 

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.