dalla nostra inviata
I danni dell'occupazione russa si contano in miseria e povertà. Cartoline dalla russificazione
Mosca sta portando nei territori occupati i suoi media, i suoi cittadini, i suoi supermercati, le sue aziende. Luhansk, Berdiansk e San Valentino con il volto di Lenin e Stalin
Kyiv, dalla nostra inviata. Per le strade di Kyiv sono ancora visibili i segni del San Valentino trascorso. Cuori nei negozi, vetrine dei ristoranti a tema, fiorai che ancora espongono mazzi composti per l’occasione. Agli ucraini il giorno di San Valentino piace molto, lo celebrano con zelo, da quattro anni è diventato un’occasione per parlare d’altro oppure per sentire con ancora più dolore la profondità dei propri vuoti. Nella città di Luhansk, in Donbas, prima che finisse nelle mani dei separatisti, il 14 febbraio era sentito e festeggiato come in tutto il paese. Tracce del San Valentino erano rimaste fino a poco tempo fa, quest’anno invece la russificazione che si muove nei territori occupati non soltanto ha proceduto a coprire la festa, ma ha proposto di sostituirla: è straniera, è occidentale, è del nemico. Una festa però è difficile da sradicare, bisogna darle un altro nome, un altro scopo, altrimenti rimane un vuoto, e alcuni, nella città di Luhansk, hanno proposto di sostituire i Valentinki, i bigliettini che vengono regalati il 14 febbraio, in Lenintinki o Stalintinki. L’amore con la politica. Sono però rimasti i cuori come simbolo: facce di Lenin e Stalin messe dentro a dei cuori fiammanti. Luhansk è stata occupata dodici anni fa, ma la ricostruzione, secondo notizie raccolte dal Foglio, è iniziata soltanto adesso, sotto l’impulso del regime di mostrare che ormai la russificazione è irreversibile. Mariupol, nell’oblast di Donetsk, è diventata la vetrina di questo processo di cancellazione dell’identità ucraina.
Altrove il lavoro è più lento, c’è meno necessità di mostrare e lo stato dell’occupazione corrisponde a una miseria manifesta. Mariupol doveva essere mostrata come un trofeo – il cemento che copriva la morte – altre città sono state meno simboliche durante la loro caduta e oggi quella caduta ha portato il vuoto, l’oscurità, l’abbandono, la povertà. Le miniere di carbone della regione di Luhansk hanno sempre costituito il motore dell’economia locale, negli ultimi mesi la Donskie Ugli Trading House, il più grande investitore nel carbone dei territori occupati, ha iniziato a essere in perdita, minacciando di chiudere i giacimenti di carbone e chiedendo a Mosca un finanziamento sostanzioso per andare avanti, continuare a estrarre e quindi esportare un bene rubato all’Ucraina. L’azienda vuole continuare a estrarre sempre più in profondità, non può farlo, e ha minacciato la chiusura. I dipendenti di varie aziende nei territori occupati, dei porti, delle miniere, hanno denunciato di dover lavorare senza sosta, in condizioni difficili e a volte attendendo lo stipendio per mesi. Il porto di Berdiansk, nella regione di Zaporizhzhia, occupata per il settanta per cento, prima dell’inizio dell’invasione su larga scala, sebbene già risentisse della guerra nel Donbas, continuava a funzionare come uno snodo centrale per l’export ucraino nel Mare d’Azov. Ora i dipendenti del porto hanno denunciato che i salari non vengono pagati con regolarità, che sono costretti a lavorare in condizioni difficili, nel mezzo di infrastrutture sempre più fatiscenti, senza manutenzione, soggette a crolli. Berdiansk diventerà presto una vetrina per i russi, che hanno annunciato di voler fare del porto un centro del commercio internazionale. Mosca scommette sulla normalizzazione dei suoi traffici marittimi, nonostante molto di quello che parte da Berdiansk sia ucraino.
Chi è rimasto all’interno dei territori occupati lo ha fatto soprattutto per mancanza di alternativa. Città come Melitopol o Berdiansk sono state occupate nei primi giorni dell’invasione, quando fuggire sotto le bombe era ritenuto troppo pericoloso. In fretta zone industriali sono state inghiottite, sono scomparse, è calato un buio che renderebbe impossibile conoscere qualsiasi cosa se non fosse per i messaggi che alcuni abitanti rimasti mandano all’esterno, oppure per le lamentele che compaiono su rari siti di informazione locali. Mosca sta portando nei territori occupati i suoi media, i suoi cittadini, i suoi supermercati, le sue aziende. Per cancellare ogni traccia di Ucraina, cancella anche il passato della vita industriale, del cuore produttivo. A volte i risultati sono grotteschi, come l’abolizione di una festa come San Valentino, trasformata da qualche collettivo locale di giovani vestiti da Komsomol in un’occasione di propaganda nostalgica. Altri sono devastanti soprattutto per le condizioni di vita di chi è rimasto: tagliato fuori dal suo paese, tenuto prigioniero in una terra in cui tutto sta scomparendo o si sta trasformando in una parodia tragica del passato.
La piazza tedesca
Sostenitori, soldati, famiglie: in migliaia a Berlino per l'Ucraina
Lo stato dell'unione
Trump, un discorso pensato con in mente i sondaggi e il voto di midterm