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qualche dato
Crescita, lavoro, inflazione: i numeri che non tornano nell'economia di Trump
Nel suo discorso sullo stato dell'Unione di quasi due ore, il tycoon ha parlato di una nuova età dell'oro cominciata con la sua seconda presidenza. Ma i dati, dall'impatto dei dazi sull'economia americana al costo della vita, lo smentiscono
Nel suo più logorroico discorso, Donald Trump ha lanciato un messaggio forte: è cominciata la nuova età dell’oro, grazie a lui naturalmente. Con piglio castrista e retorica da Cuba libre, ha detto che l’economia non è mai andata così bene, frutto delle “bellissime tariffe” che sono il suo chiodo fisso e l’architrave della Trumpnomics. Ha ragione, una volta grattata via la fuffa? Diamo un’occhiata a qualche cifra, presa da fonti ufficiali e dalla Dow Jones che è la casa madre del Wall Street Journal, ma della cui serietà nessuno finora ha mai dubitato. Cominciamo da Big Money. Nonostante i dazi, l’indice Standard & Poor’s delle 500 maggiori imprese quotate, dopo il tonfo di mille punti provocato dal Liberation day del primo aprile 2025, è tornato a salire. Il punto più basso, raggiunto il 9 aprile era a quota 5000, prima del discorso sullo Stato dell’Unione era arrivato a 6.838 punti, ieri ha superato i 6.900. E’ vero, Big Tech fa da locomotiva, ma i titoli dei Magnifici sette (NVIDIA, Microsoft, Apple, Amazon, Alphabet, Meta e Tesla) espressi dall’indice Nasdaq, molto più ballerino, non bastano a spiegare l’andamento del mercato finanziario nel suo insieme. Non solo. La loro corsa viene considerata eccessiva, tanto che banche e fondi d’investimento si stanno dotando di ombrelli per quando arriverà la pioggia.
Diamo allora un’occhiata all’economia reale. Il prodotto lordo è cresciuto l’anno scorso del 2,2 per cento, il ritmo più basso dal 2020, anno della pandemia, e sta rallentando: l’ultimo trimestre ha fatto registrare un più 1,4 per cento come l’Eurolandia. Non solo, l’occupazione è stata particolarmente debole e Christopher Waller membro del direttorio della Federal Reserve, a lungo in pista per diventare numero uno, grande oppositore di Jay Powell, ritiene che il 2025 sarà ricordato come uno dei soli tre anni in cui si sono perso posti di lavoro, dalla fine della seconda guerra mondiale. Magari è troppo pessimista, in fondo la disoccupazione rimane di poco sopra il 4 per cento. Secondo alcuni economisti la perdita è collegata al giro di vite contro gli immigrati insieme agli effetti ormai evidenti di una natalità che si riduce anche negli Stati Uniti. Wait and see. I dati sull’inflazione smentiscono anch’essi Trump. E’ vero, dopo un rimbalzo l’anno scorso, i prezzi stanno scendendo, ma il costo della vita resta al 2,4 per cento, un po’ sopra l’obiettivo fissato dalla banca centrale. Nella percezione e nel portafoglio della gente contano i prezzi relativi, non la media di Trilussa: gli alimentari ad esempio sono saliti più della media, l’energia elettrica ha avuto un balzo negli stati che usano soprattutto gas, petrolio e carbone, soprattutto nella cintura industriale e nelle aree più popolose. Pennsylvania + 20 per cento; Ohio + 17, 7 per cento Mississippi +15 per cento, Oklahoma +13,3 per cento, tanto per fare qualche esempio. Dipende anche questo in larga parte dal mercato, con un aumento della domanda provocato dagli energivori data center e una crescita delle quotazioni degli idrocarburi. Drill baby drill non ha funzionato, anzi nell’immediato è stato addirittura un boomerang. Tutto ciò spiega la parola chiave del disagio sociale: affordability, la sostenibilità del tenore di vita. Un colpo pesante viene dai mutui considerati in media troppo cari e determinati dai tassi d’interesse che in media superano il 4 per cento circa il doppio rispetto all’inflazione e più della dinamica dei salari. Trump ha ragione nel chiedere che i tassi scendano, però decide il mercato non solo Powell. La Federal Reserve di New York calcola che dal 2023 l’indice di morosità ha fatto un vero e proprio balzo soprattutto per le carte di credito, i prestiti studenteschi, le auto, ancor più che per gli alloggi.
Proprio l’automobile uno dei settori a più alta occupazione anche negli States suscita ansie e preoccupazioni tra i lavoratori e le famiglie che avevano dato ampi consensi a Trump, lasciando la tradizionale collocazione nel campo dei Democrats. Tute blu e colletti bianchi si sono spostati a destra, formando insieme al popolo Maga il blocco sociale che ha consentito la conquista della Casa Bianca per la seconda volta. Il 2026, dunque, si presenta come un anno ad alto rischio politico se l’economia non si rimette in piedi. I dazi non hanno dato finora il contributo che Trump si attendeva. La bilancia con l’estero è in deficit e non solo quella mercantile, c’è un buco pari al 3,5 per cento del pil nei conti correnti l’indice che comprende tutte le partite. Il presidente dice che miliardi e miliardi di dollari stanno entrando nel bilancio federale il quale però ha un buco pari al 6,5 per cento del pil. Son tornati i deficit gemelli e la terra promessa è lontana.
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