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l'editoriale del direttore

Le balle smentite dei cripto putiniani dopo quattro anni di difesa di Kyiv

Claudio Cerasa

L'eroico contributo dei paesi che hanno sostenuto la resistenza ucraina, le sanzioni contro la Russia e la rinuncia al gas a basso prezzo che doveva avere effetti drammatici sul nostro fabbisogno energetico. Dal 24 febbraio 2022 a oggi l'Europa è più forte e più unita, perché sostenere le democrazie aggredite è giusto e sostenibile

I quattro anni drammatici di guerra in Ucraina hanno offerto all’Italia molte lezioni sul tema delicato e cruciale della tutela delle democrazie. L’Ucraina, da quattro anni, è lì che difende i confini non solo di uno stato sovrano ma delle nostre società, della nostra Europa, della nostra idea di occidente, e dal 24 febbraio del 2022 i paesi che si sono mossi per sostenere l’eroica resistenza di Kyiv hanno compiuto passi necessari per rafforzare anche le proprie democrazie. Ci sarebbero molti spunti di riflessione per spiegare l’effetto avuto dalla resistenza straordinaria del popolo ucraino al fascismo putiniano. Si potrebbe parlare di quanto l’Europa sia diventata più forte aiutando Kyiv. Si potrebbe parlare di quanto la difesa europea sia diventata più concreta proprio grazie alla difesa di Kyiv. Ma a quattro anni dall’inizio della seconda aggressione contro l’Ucraina c’è una parola che ci può aiutare a capire come le democrazie siano riuscite a domare, nella difesa di Kyiv, non solo le scorribande russe in Europa ma anche quelle dei propagandisti putiniani nel nostro continente. Quattro anni fa, i cavalli di Troia del putinismo in Europa suggerivano di non esagerare nella difesa dell’Ucraina facendo leva su tre grandi argomenti. Argomento numero uno: difendere l’Ucraina con le armi non servirà, perché la Russia vincerà facilmente la guerra. Argomento numero due: difendere l’Ucraina coprendo di sanzioni la Russia non servirà, perché alla lunga le sanzioni faranno male più all’Europa che a Putin. Argomento numero tre: difendere l’Ucraina rinunciando al gas russo a basso prezzo non potrà mai essere una buona idea e l’impatto sul nostro fabbisogno energetico sarà drammatico.

 

Quattro anni dopo, numeri alla mano, possiamo dire che le teorie utilizzate dai propagandisti filoputiniani per disincentivare la difesa dell’Ucraina si sono rivelate per quello che sono: balle. Sul primo punto il tema è semplice: dopo quattro anni la Russia non sta vincendo perché non ha raggiunto nessuno degli obiettivi strategici iniziali. Kyiv non è caduta, l’Ucraina resta sovrana, l’esercito ucraino è armato meglio di quattro anni fa, la scorsa settimana l’Ucraina ha riconquistato in pochi giorni 201 chilometri quadrati, quasi quanto il territorio preso dalla Russia a dicembre, il confine della Nato con la Russia è aumentato di quasi 2 mila chilometri grazie all’ingresso della Finlandia nell’Alleanza, la Russia ha perso un numero spropositato di uomini come nessun paese al mondo aveva fatto dopo la Seconda guerra mondiale, diplomaticamente è più isolata che mai, nel mondo è meno influente che mai, nei rapporti con la Cina è più dipendente che mai e per ottenere sul campo ciò che non è riuscita a conquistare combattendo ha bisogno dell’aiuto di Trump. Si diceva poi, punto numero due, che difendere l’Ucraina coprendo di sanzioni la Russia non sarebbe servito perché alla lunga le sanzioni avrebbero fatto più male all’Europa che a Putin. Anche qui i numeri smentiscono la tesi dei patrioti per Vladimir. Dopo lo choc del 2022, l’Ue ha continuato a crescere, oggi ha un’occupazione ai massimi storici, un’inflazione che dal picco del 10 per cento del 2022 è arrivata al 2-3 per cento, un costo del gas che dai 300 euro al MWh è tornato sotto i 40-50.

 

E Mosca, proprio a causa delle sanzioni e della rottura con l’Europa, ha perso il suo principale mercato energetico, ha visto entrare in crisi la sua principale azienda, Gazprom, e si è ritrovata a destinare oltre il 7 per cento del suo pil alla guerra. E proprio sul gas, punto numero tre, l’Europa, e anche l’Italia, possono rivendicare un successo straordinario. Si diceva che senza la Russia non ce l’avremmo fatta, saremmo rimasti al freddo, le nostre imprese sarebbero finite male. I dati raccontano altro. Nel 2021 la Russia era la prima fonte di gas con 29,1 miliardi di metri cubi. Nel 2025 è diventata marginale: 0,7 miliardi di metri cubi. La sostituzione non è avvenuta con una sola stampella ma attraverso una diversificazione che ha reso l’Italia più indipendente e dunque più sovrana. Il gas liquefatto è passato da 9,8 a 20,4 miliardi di metri cubi ed è diventato la prima fonte grazie a cinque impianti di rigassificazione in attività. La Norvegia è passata dal fornire 2,1 a 8,5 miliardi di metri cubi di gas. L’Azerbaigian è passato da 7,2 a 10. L’Algeria è rimasta sostanzialmente stabile (21,2 miliardi prima della guerra, 20,1 oggi). La Libia, in un contesto già complicato, ha visto ridursi il suo contributo passando da 3,2 miliardi a circa un miliardo. E nel 2025, grazie al suo ruolo di hub strategico, l’Italia ha triplicato le esportazioni di gas verso l’estero, arrivando a quota 1,9 miliardi di metri cubi. Il gas non è naturalmente l’unico indicatore da osservare per valutare l’impatto della guerra sull’Italia, e la necessità di intervenire sulle bollette elettriche dimostra che i problemi esistono. Ma l’indipendenza dal gas russo, sommata alla forza dell’Europa e alla capacità di agire in modo compatto per sanzionare la Russia senza cedere alla paura delle conseguenze, dimostra un fatto elementare che quattro anni fa in pochi davano per scontato: difendere una democrazia aggredita non è solo giusto e doveroso, ma è compatibile con la tutela del nostro benessere, anche economico, e ha permesso al nostro paese di emanciparsi dal cappio della dipendenza russa, facendo un passo che in teoria dovrebbe rallegrare persino i sovranisti amici di Putin: più indipendenza significa più sovranità; più sovranità significa più libertà. Slava Ukraini. Gloria all’Ucraina. E un po’ anche all’Italia.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.