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2014-2022-2026

La guerra in Ucraina e l'abisso nichilista

Marci Shore

Per Trump come per Putin non esiste confine tra reale e irreale, bene e male, vita e morte. Questa assenza si scatena sugli ucraini, che invece il confine lo conoscono 

Se non c’è confine tra reale e irreale, bene e male, vita e morte, allora nulla ha senso e ci troviamo di fronte a un abisso nichilista.

La rivoluzione, scrive Hannah Arendt, è “inestricabilmente legata all’idea che il corso della storia ricomincia improvvisamente da capo”. 

L’atto rivoluzionario supera un confine, mettendo in moto ciò che sembrava impossibile. Questa è stata l’esperienza del Maidan, la rivoluzione ucraina del 2013-2014. Ed è anche un’eredità europea. Nella sua introduzione alla traduzione italiana del mio libro “La notte ucraina. Storie da una rivoluzione”, la filosofa politica Olivia Guaraldo si sofferma sulle ragioni della “cecità dell’occidente di fronte alla  nascita spontanea di un movimento democratico che si oppone all’autoritarismo”. Perché, si chiede, tanti europei hanno guardato dall’altra parte?

Il paternalismo dell’Europa occidentale verso quella orientale non è una rarità. La questione, però, non è semplice condiscendenza. “E’ quasi come se”, scrive Guaraldo, “l’occidente fosse geloso di una paternità rivoluzionaria che non è disposto a concedere ad altri”. Questa possessività subliminale verso un’eredità rivoluzionaria aggiunge un’ulteriore dimensione all’osservazione del curatore d’arte ucraino Vasyl Cherepanyn, secondo cui il Maidan “era così fondamentalmente europeo da risultare troppo europeo per l’Ue di oggi”.

Forse gli europei erano gelosi. O forse, suggerisce Guaraldo, qualcos’altro ha impedito loro di vedere davvero il Maidan: forse hanno dimenticato cosa significa rivoluzione. Guaraldo richiama l’idea arendtiana di rivoluzione come rivelazione della natalità, la capacità umana di dare vita a qualcosa di nuovo, miracoloso nella sua improbabilità e nella sua “sorprendente inaspettatezza”.

Gli europei hanno dimenticato la natalità.

Per caso, ero presente a Kyiv quest’anno a un altro evento improbabile e inatteso: un massiccio attacco di droni ucraini che è arrivato per migliaia di chilometri dentro il territorio della Russia. L’Operazione Spiderweb, condotta nelle prime ore del primo giugno del 2025, ha colpito decine di aerei russi. La lunga e silenziosa operazione ha utilizzato droni economici di produzione nazionale per distruggere i bombardieri a lungo raggio russi – proprio quelli che notte dopo notte lanciavano missili sull'Ucraina.

“La pianificazione e l’esecuzione militare sono state brillanti. Assolutamente brillanti”, ha dichiarato a un giornalista canadese Janice Stein, direttrice della Munk School of Global Affairs and Public Policy. “Quello che gli ucraini hanno fatto con i droni… nessuno immaginava che sarebbe andato a questo ritmo”.

Era vero: nessuno lo aveva immaginato.


“L’Ucraina in questo momento è più europea di quanto lo sia l’Europa”, ha detto il poeta americano di origine odessita Ilya Kaminsky, intervenendo al Kyiv Book Arsenal poche ore prima dell’Operazione Spiderweb. Ha aggiunto: “L’America ha già dimenticato perché esiste”.

Gli europei hanno dimenticato cosa significa nascere, mentre gli americani hanno dimenticato cosa significa morire. Noi americani siamo forse particolarmente vulnerabili a questo oblio: il rifiuto del tragico è profondamente radicato nella cultura americana. E nulla è più tragico della morte, quel fatto per cui, come scrive Jan Patocka, “l’uomo si trova sempre essenzialmente in una situazione senza speranza… Siamo una nave che naufragherà necessariamente”.

Martin Heidegger chiama questa “situazione senza speranza”  Sein-zum-Tode. Viviamo in mezzo alla costante tentazione di fuggire dalla consapevolezza di questa situazione. Per Heidegger, cedere a questa tentazione – che Sigmund Freud potrebbe descrivere come una negazione – significa vivere in un modo “decaduto”, “inautentico”. In questa modalità ci perdiamo nel flusso della folla e nel chiacchiericcio della quotidianità. Eppure il momento attuale va oltre il richiamo di una fuga nell’inautenticità. Sta accadendo qualcosa di più radicale.

Durante la prima Amministrazione Trump, a una conferenza della Stanford University in onore del filologo Hans Ulrich Gumbrecht, si svolse un’animata discussione sull’idea heideggeriana di Sein-zum-Tode. A un certo punto, il più giovane presente nella sala – uno studente universitario di Stanford – si alzò. Non si ritrovava nelle questioni in discussione, spiegò, perché lui, per esempio,  si aspettava di non morire mai. Viveva nella Silicon Valley: la morte era solo un altro problema per il quale i ricercatori stavano elaborando una soluzione tecnologica.

E’ improbabile che Heidegger avrebbe potuto immaginare questa Silicon Valley senza morte, dove Mark Zuckerberg e Jeff Bezos hanno investito nella scienza anti invecchiamento, e dove (di conseguenza, e forse non così paradossalmente) i singoli esseri umani sono considerati sempre più sostituibili. Zuckerberg ha assicurato che i nuovi chatbot di Meta avrebbero colmato i vuoti nelle vite delle persone. (L’americano medio ha meno di tre amici, ha detto, mentre la richiesta è nell’ordine di quindici).

Per Peter Thiel, il padrino della Silicon Valley del vicepresidente J. D. Vance, la mortalità è un’altra limitazione da sconfiggere. Tempo fa, in vista di una resurrezione, ha raccontato al giornalista del New York Times Ross Douthat di aver disposto la conservazione crionica del proprio corpo:

Thiel: Ricordo il 1999 o il 2000, quando gestivamo PayPal… un giorno portammo tutta l’azienda a un freezing party. Conosce i party Tupperware? Si vendono contenitori Tupperware. A un freezing party si vende…
Douthat: Si congela solo la testa? Cosa viene  conservato?
Thiel: Si può scegliere il corpo intero o solo la testa.

 

Elon Musk è concentrato su Marte e in ogni caso crede che stiamo vivendo in una semplice simulazione. E’ forse questo che rende facile per l'uomo più ricco del mondo togliere il cibo ai bambini affamati e negare la realtà delle morti che ne conseguono. Il columnist del New York Times Nicholas Kristof si è recato in Sudan e ha immediatamente smentito tutto questo con prove empiriche: ha trovato bambini morti e moribondi. Questo sembra non aver fatto alcuna impressione su Musk.


Il momento americano attuale condivide molto con quello russo attuale – paradossalmente, perché il tema della tragedia, l’ineluttabilità del destino, ha da lungo tempo saturato la cultura russa. Ora, però, in una postmoderna Aufhebung del tragico, i mondi coltivati dai presidenti americano e russo sono dominati da personaggi che non credono né nella vita né nella morte. Donald Trump ha chiamato i soldati caduti in combattimento losers, perdenti. I propagandisti del Cremlino hanno rassicurato i telespettatori che i caduti vengono resuscitati. Ai coscritti russi viene offerta la reincarnazione, mentre Vladimir Putin ha promesso ai russi che la vittoria militare avrebbe portato l’immortalità. Nel frattempo, ha ordinato agli scienziati russi di sviluppare metodi per prevenire l’invecchiamento. A settembre, lui e il presidente cinese Xi Jinping sono stati colti da un microfono aperto mentre discutevano delle loro aspirazioni a superare la mortalità. “Con il continuo sviluppo della biotecnologia”, ha detto Putin a Xi, “gli organi umani verranno continuamente trapiantati e le persone diventeranno più giovani, forse raggiungendo persino l’immortalità”.


In termini heideggeriani, è solo il confronto con la mortalità – guardare a occhi aperti la nostra condizione umana di Sein-zum-Tode – che ci scuote verso l’autenticità. In assenza della morte, la vita non ha peso. La morte è la precondizione perché la vita abbia valore.

“Non hai nessuna carta da giocare”, ha detto Trump al presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante il loro incontro nello studio ovale, nel febbraio dello scorso anno.

“Non stiamo giocando a carte”, ha risposto Zelensky.

Per Trump tutto è un gioco. Ogni incontro è puramente transazionale; nessuna relazione umana ha significato in sé. Per Zelensky, al contrario, la vita è reale perché la morte è reale; ed egli affronta la morte ogni giorno.

Il germanista galiziano Jurko Prochasko, che ha (forse non casualmente) tradotto Heidegger in ucraino, descrive Trump come “Il Joker dell’Apocalisse”. Negli Stati Uniti non esiste più un confine tra la realtà e le fantasie di pulizia etnica generate dall’intelligenza artificiale in forma di paradisi balneari e casinò, né tra quella realtà e una morte con la falce che incombe sui democratici mentre Trump e Vance accompagnano un cantante che intona una distorta cover dei Blue Öyster Cult con il ritornello “now their time has come”.

“Ricordate le streghe nel Macbeth?”, ha chiesto a un pubblico di Praga nel 2024 Irina Scherbakova, fondatrice dell’organizzazione russa per i diritti umani Memorial. “Il bello è il brutto e il brutto è il bello / Volteggiamo tra la nebbia e l’aria immonda”, dicono le streghe a Macbeth.

“Le streghe dicono che qualche confine tra bene e male viene rimosso, che viene creata una certa putredine, un fumo che avvolge la storia e i valori fondamentali, ed è sotto le spoglie di questa putredine e di questo fumo che Putin è salito al potere”, ha detto Scherbakova.

Esiste un legame intimo tra la negazione della morte, il regno della post verità e le parole delle streghe. Tutti parlano del rifiuto di riconoscere i confini. “Il mondo russo non ha confini”, ha dichiarato Vladislav Surkov, il primo spin doctor di Putin. Le implicazioni di questa affermazione trascendono il geografico. Per Trump come per Putin non esiste confine tra reale e irreale, bene e male, vita e morte. In assenza di qualsiasi confine, nulla ha senso e ci troviamo di fronte a un abisso nichilista.


Marci Shore è titolare della cattedra di Storia intellettuale europea alla Munk School of Global Affairs and Public Policy dell’Università di Toronto. Questo saggio è stato anche pubblicato sul numero 136 del IWMpost nel dicembre del 2025.

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