Quattro anni di guerra

L'America trumpiana è la grande assente a Kyiv, proprio come vuole Putin

Paola Peduzzi

Alle celebrazioni del quarto anniversario dell’invasione su larga scala della Russia non è prevista la presenza di nessun esponente americano di alto livello. Witkoff liquida l’aggressione russa come una “guerra scema”, ma non conosce il significato della parola dignità, termine-simbolo dell’Ucraina

“E’ una guerra scema”, ha detto, riferendosi all’aggressione della Russia all’Ucraina, che dura da quattro anni, Steve Witkoff, l’inviato americano, palazzinaro di formazione, affarista camuffato da negoziatore grazie all’amicizia con Donald Trump: “Litigano su questioni di territorio, e tutti buttano in mezzo il termine ‘dignità’, ma che ti dà la dignità se hai tutti quei morti?”. “Dignità” è il termine-simbolo dell’Ucraina, la Rivoluzione del 2014 per avvicinarsi all’Europa e sfuggire alla morsa oppressiva di Mosca era dedicata alla dignità, così come Volodymyr Zelensky, il presidente ucraino, celebra sempre la dignità del suo popolo, che si difende coraggioso da una guerra ingiusta e violentissima, e “il prezzo della dignità” è lo slogan che si è ripetuto durante le Olimpiadi invernali qui in Italia, quando il Cio ha deciso di squalificare l’atleta ucraino che, dignitosamente, aveva sul casco i volti di alcuni dei tanti atleti uccisi dai russi. Vladimir Putin non parla di dignità, il suo è un vocabolario fatto di conquiste, torture, deportazioni, bombe, esecuzioni, terrorismo, quindi ancora una volta Witkoff, citando la dignità, sviliva gli ucraini, che subiscono la “guerra scema” e che, grazie a questo inviato, al suo compare Jared Kushner, al vicepresidente J. D. Vance e naturalmente a Trump, si ritrovano a difendersi dal nemico dell’occidente – anche dell’America – senza più il principale alleato a sostenerli.

Oggi a Kyiv non è previsto nessun esponente americano di alto livello alla celebrazione del quarto anniversario dell’invasione su larga scala di Putin. Trump non ha mai messo piede in Ucraina, Vance nemmeno, Witkoff e Kushner hanno ricevuto il divieto dal presidente russo di passare, nel loro trotterellare catastrofico a Mosca, per l’Ucraina, e hanno obbedito. Ci possono essere sorprese dell’ultimo momento – per ragioni di sicurezza i nomi delle delegazioni non vengono divulgati in anticipo – ma l’allineamento dell’America di Trump alla Russia di Putin è ormai un fatto, che non solo fa collassare l’assetto globale delle alleanze democratiche ma ha alimentato la convinzione della Russia di poter vincere questa guerra. Non è così: da gennaio a oggi, gli ucraini hanno riconquistato 400 chilometri quadrati di territorio occupato dai russi – secondo gli esperti, dal giugno del 2022, quando già le forze russe erano state sconfitte a Kyiv, Chernihiv e Sumy, le forze ucraine hanno ripreso più territorio di quello che la Russia ha conquistato. Ma gli americani questi documenti non li guardano, Trump si è infastidito quando, nel settembre scorso, Zelensky gli ha portato le mappe del suo paese per spiegargli il fronte e per dirgli che a lui andava bene un cessate il fuoco su quella linea. Ma a Putin no, Putin vuole annichilire le città ucraine con le bombe e farsi consegnare da Trump il territorio che il suo esercito non riesce a conquistare, pur dissanguandosi per farlo. 

Witkoff non conosce il significato della parola dignità, nemmeno quelli di libertà e di democrazia: è a Kyiv che li si scopre e li si vive – e da qui si vede un futuro. 
 

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi