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2014-2022-2026

Il buio, i droni, il freddo e la lotta senza sosta come necessità. La vita a Dnipro

Micol Flammini

La pianura dopo il fronte che non dorme mai. Sotto i droni russi, la città ucraina si prepara per non essere la prossima conquista di Putin. Nell’ufficio di Boris Filatov, sindaco della città dal 2015

Dnipro, dalla nostra inviata. La scelta fra la terra e la pace non si pone neppure, nella regione di Dnipropetrovsk. Se, come pretendono i russi, gli ucraini cedessero l’intera area del Donbas con le loro fortezze e le ultime piccole alture, davanti agli occhi del Cremlino si aprirebbe una vasta pianura che va dalla città di Kharkiv alla città di Dnipro. Una zona tanto esposta, ampia e difficile da proteggere che nessuno in Ucraina crede alla promessa di Vladimir Putin: dateci la terra e vi daremo la pace. La docilità del paesaggio del Dnipropetrovsk è ciò che l’esercito ucraino ha sempre cercato di proteggere, per non dare ai russi uno scivolo fino alla città di Dnipro, che della regione è il capoluogo. La città è frenetica, vive di giorno perché di notte sprofonda nel buio e nel suono delle sirene che annunciano l’inizio degli attacchi. Per le strade c’è il ghiaccio e se si entra in un bar per cercare rifugio dal freddo, si fa fatica a togliersi di dosso il cappotto. Sarà per il gelo, sarà per la consapevolezza di avere poche ore a disposizione per fare tutto, ma Dnipro è una città energica, che non sta ferma. La prima cosa che colpisce è un grande cantiere al centro della città: Dnipro sta portando avanti il progetto di espansione della linea metropolitana. I lavori sono fermi, in attesa di un nuovo appaltatore, ma sono il segnale che la città pensa al futuro, a rinnovarsi, non si lecca soltanto  le frequenti ferite, ma si ricorda del  futuro. Una città disposta a cadere nelle mani dell’invasore e a farsi annientare non perderebbe tempo e risorse per investire nel trasporto pubblico. I cantieri sono segnali di crescita, non di resa e Dnipro, la città alla quale Mosca guarda quando dice voglio il Donbas, di cantieri è piena e rimangono come una promessa di normalità.  

 

Boris Filatov è sindaco della città dal 2015, ci riceve nel municipio, un edificio enorme con l’ingresso protetto da una barricata e davanti a monumenti improvvisati per ricordare i soldati caduti. E’ un uomo che non ride molto, ma si concede con pazienza. Dice di essere stanco, e non si vergogna di ammetterlo: in questo paese sono tutti stanchi, ma pochi rassegnati. “Aspettiamo la fine dell’inverno. Loro bombardano e noi ci adattiamo. Noi ci adattiamo e loro bombardano”. I russi hanno un detto, racconta il sindaco: “Bombardare l’Ucraina fino all’età della pietra”. Che vuole dire: far regredire, impoverire il paese con una campagna sistematica di bombardamenti. Il ruolo di Filatov è fare in modo che non accada, almeno a Dnipro. “Sono diventato sindaco nel 2015, in quel periodo iniziava la riforma della decentralizzazione e lo stato aveva scelto di trasferire competenze e budget verso il basso, ai governi locali e ai comuni. E’ stata una delle riforme più riuscite, realizzata ancora ai tempi di Petro Poroshenko. Noi sindaci abbiamo ottenuto maggiori possibilità per sviluppare le nostre infrastrutture”.

 

 

La guerra c’era già, ma era confinata. In tutto il resto del paese spiravano due venti contrastanti: preoccupazione per quanto accadeva a est del paese ma grande entusiasmo per quello che gli ucraini erano riusciti a ottenere nelle manifestazioni di Piazza Indipendenza, durante il sacrificio di Euromaidan. Quel sacrificio ha portato nuova linfa al paese, la tragedia è stata la base di una vittoria da cui l’Ucraina è ripartita. Poi è arrivato il 2022, l’invasione su vasta scala, “l’impatto è stato incomparabile, tutto lo sviluppo, così come lo avevamo pensato, ha cambiato direzione. Tutto è stato assorbito dalla guerra. Oggi abbiamo necessità primarie: ristabilire luce, acqua, riscaldamento quando i russi ci bombardano”.  A Dnipro convergono le traiettorie che si dipanano da tre punti lungo il fronte, quello nella regione di Donetsk, quello nella regione di Zaporizhzhia e quello nella stessa regione della città, Dnipropetrovsk. “E’ naturale che ci troviamo al centro di tre vettori dell’evacuazione dei civili, abbiamo duecentomila rifugiati registrati in città e il loro arrivo ha un carico importante sulla nostra infrastruttura. Sono persone che hanno perso tutto, dai beni personali ai documenti”. Ai rifugiati va trovato un alloggio, vanno dati i servizi: tutto ha un costo e tenere insieme la ricerca di un nuovo appaltatore per far ripartire il cantiere della metro e l’accoglienza è un mestiere complesso. 

 

Dnipro entra nel suo quinto anno di guerra e non sa quanti ne avrà ancora avanti. “All’inizio dell’invasione – dice il sindaco – nessuno capiva quanto fosse zombificata la società russa. Nessuno prevedeva la mancanza di valore per la vita umana. Quando mi confrontavo con i sindaci di altre città ci dicevamo: se continuiamo a uccidere così tanti russi, si fermeranno. Invece non si sono mai fermati. Non avevamo compreso la forza distruttrice di Mosca. Non pensavamo fosse possibile nel nostro secolo: è barbarie. Ormai sappiamo che per il Cremlino non importa quanti dei suoi dovranno essere uccisi per un una linea del fronte che avanza tanto lentamente”. Filatov non pensa alla fine della guerra, non pensa neppure ai problemi legati a un cattivo accordo che accontenti la Russia con la cessione del Donbas. Dice che deve pensare ad altro, come ai droni che sono sempre più veloci e letali. “I droni imparano rapidamente e hanno iniziato a terrorizzare. A Kherson hanno paralizzato la città e vediamo che i russi vogliono fare lo stesso qui. Vogliono che le città, anche se libere, diventino morte. Nella nostra regione un autobus che trasportava minatori è stato colpito da uno Shahed, sono state uccise più di dieci persone. Non possiamo permetterci che i droni penetrino e inizino a paralizzarci, fino a rendere impossibile uscire di casa”. Sul fronte l’esercito russo procede lento, ma è sulle città che Putin preme per ottenere ciò che vuole. E la vita a Dnipro cambia di mese in mese, con l’andamento della guerra, con lo sviluppo dei droni. Ora la città si preoccupa di tenere il terrore più lontano possibile, non vuole diventare Kherson e pensa già a trasformare la pianura che la divide dal Donbas in un campo della morte impossibile da valicare per i russi. Il problema non è la terra, ma il cielo. 

 

 

Febbraio per gli ucraini è il mese in cui accade tutto. E’ come se la storia del paese aspettasse febbraio per stravolgersi e andare avanti. A febbraio si ricorda l’inizio dell’invasione totale, ma si commemora anche la rivoluzione di Euromaidan, con i suoi morti, la “centuria celeste” che è stata uccisa durante le proteste. Non c’è città che non organizzi qualcosa per ricordare questi ucraini che venivano da tutto il paese. La piazza principale di Dnipro è intitolata agli Eroi del Maidan. Non è accessibile perché c’è il cantiere della stazione della metro “Centralna”, quindi le commemorazioni per ricordare Euromaidan si svolgono poco oltre. A organizzare la cerimonia sono state persone che presero parte alle manifestazioni, sotto la neve che cade veloce e abbondante è stata allestita una mostra fotografica: a turno, vari volontari vanno a togliere la neve dalle fotografie esposte. Un’immagine mostra una scritta: “Mamma, tornerò”, chissà se l’autore ha fatto ritorno, se poi ha proseguito la lotta arruolandosi come molti per combattere contro la Russia dopo il 24 febbraio del 2022. Dopo il canto dell’inno, varie persone prendono la parola, ricordano quei giorni, rivendicano i risultati, piangono i morti. Il primo ragazzo ucciso, Serhyi Nikoyan, era proprio di Dnipro e a commemorarlo è venuto anche l’uomo che lo ha soccorso: un professore di filosofia che si è unito alle proteste dopo aver visto come venivano picchiati i suoi studenti. Anche una sua ex studentessa è arrivata, è in mimetica, ha partecipato alla rivoluzione, si è arruolata dopo l’inizio dell’invasione, ha liberato Kherson, ha difeso Avdiivka, ha combattuta nella regione di Zaporizhzhia e presto ripartirà: “Devo rimettermi in salute – dice mentre si accende una sigaretta dopo l’altra – di Kherson ricordo come ci hanno accolto le donne, volevano condividere, dirci tutto. Non eravamo pronti a quello che avevano da raccontarci”. Non dice cosa, muove le mani con un gesto che vuol dire “indicibile”. Alla commemorazione ci sono bambini e veterani, uno di loro prende la parole per dire: “Noi in quel momento siamo diventati il centro dell’Europa”. L’applauso che segue è forte, convinto, è così che si sente l’Ucraina in guerra: il centro di un’Europa che di questi quattro anni, anzi dodici, ha capito ben poco e si adatta lentamente. 

 

Filatov non è in piazza, ma durante il nostro incontro aveva voluto parlare della “routinizzazione della guerra”, dentro e fuori l’Ucraina. “Nei primi sei mesi c’è stato un sostegno massiccio. Poi in Europa la gente ha ricominciato a pensare alla sua di quotidianità: le bollette, la scuola, il mutuo. E la guerra è uscita dall’agenda globale: sarebbe successo così anche se noi ucraini non avessimo dimostrato di essere forti e resistenti. Ci sono tantissime guerre durate a lungo. La guerra Iran-Iraq, per esempio, è durata otto anni. Lo stesso è successo in Siria. Solo che in Europa si tende a dimenticare che una cosa è il medio oriente, e un’altra è un conflitto qui, in Europa. Anche da noi c’è stata una routinizzazione, ma è ovvio che il cambiamento è stato diverso: ci siamo adattati a combattere. Dopo aver visto Bucha abbiamo capito che non stavamo lottando per il territorio ma per la nostra esistenza. Non abbiamo scelta: o continuiamo a reagire o ci stermineranno”. Filatov parla con stanchezza, non gli importa molto dell'immagine che avrebbero dovuto mostrare gli ucraini fuori, se di stoicismo o vulnerabilità. Quel che conta sono i droni che volano sempre più lontani e più veloci. Quel che conta è come fermarli. “Non è una mia frase, ovvio, ma il concetto è che qui in Ucraina abbiamo fatto una scelta: meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)