dalla nostra inviata

Il 24 febbraio a Kyiv sembra un giorno di guerra come altri

Micol Flammini

La città si affolla di leader straniei e gli ucraini fanno i bilanci, in silenzio. In Piazza Indipendenza e al Monastero di San Michele si misurano perdite e resistenza. Le pretese di Putin restano ferme e cresce la convinzione di dover resistere senza illusioni su Trump

Kyiv, dalla nostra inviata. Il 24 febbraio è un qualsiasi giorno di guerra, ma affollato di leader stranieri. Ricordare l’inizio dell’aggressione russa non è un attività che gli ucraini svolgono volentieri, nella capitale la differenza dagli altri giorni si percepisce per l’arrivo di tante delegazioni straniere, tutte insieme. Per Piazza Indipendenza in cui si fanno largo fra i giornalisti, i cittadini che vanno a omaggiare i soldati morti, i cui volti spuntano fra le bandiere, le candele, le preghiere. Per il consueto interrogativo: i russi amano gli anniversari, faranno qualcosa in particolare per ricordare l’inizio della loro “operazione militare speciale”? Per ciascuno però il 24 febbraio è il giorno in cui si conta. Si conta quanti giorni sono trascorsi dall’inizio dell’invasione, millecentosessantadue giorni. Si contano i chilometri di fronte. Si contano i  morti.  

 

Si conta la lunghezza  del muro che circonda il Monastero dorato di San Michele che ormai non ha più posto per accogliere le foto dei soldati morti, le immagini si affollano, le candele si sciolgono l’una sull’altra, le preghiere si fondono. La tradizione era iniziata dalla guerra nel Donbas, quattro anni fa alla guerra confinata si è aggiunta la guerra sconfinata. Ogni ucraino ha riadattato la sua vita, è difficile incontrare qualcuno, soprattutto nella capitale Kyiv, che non abbia iniziato a fare qualcosa per il suo paese, per la resistenza, per aiutare altri cittadini.  Oggi il capo dell’Ufficio della presidenza, Kirilo Budanov, ha annunciato che ci sarà presto un altro incontro con i russi. In Ucraina si fatica a chiamarli negoziati. Sono colloqui, confronti, non c’è molto da negoziare. I russi rimangono fermi sulle loro pretese territoriali, gli ucraini non possono capitolare. Gli ucraini lavorano per un incontro fra il loro presidente Volodymyr Zelensky e il capo del Cremlino, Vladimir Putin, i russi invece continuano a dire che i due possono vedersi soltanto a Mosca, e la proposta equivale a un “no”.

 

Lo scorso anno, molti pensavano davvero che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca avrebbe portato a una svolta. L’illusione è durata poco, il 28 febbraio Zelensky era nello Studio ovale a difendersi dalle accuse di ingratitudine del presidente e del suo vice. Un anno dopo questa illusione è scomparsa, si è rotta, gli ucraini ringraziano chi li aiuta, sono sempre più convinti che dovranno farcela da soli. Questa consapevolezza assume a volte i tratti della fierezza a volte della solitudine.   “Ogni 24 febbraio spero soltanto che non ce ne siano altri di guerra. Lo spero, non vuol dire che ci credo”, dice un ragazzo con un mazzo di fiori in mano. Procede zoppicando per deporlo fra le bandiere a Piazza Indipendenza. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)