dalla nostra inviata
Come si cura il fronte
La fratellanza, le evacuazioni sotto i droni, il lavoro continuo, l'inizio a Mariupol. Così lavora Oleksandr, medico militare, tra fede in Dio e amore in trincea
Ogni fronte, ogni trincea è una bolla per l’esercito ucraino. I soldati e il personale vivono immersi, spesso nascosti, ognuno nella storia del suo fronte. Le notizie arrivano, ma vivere dentro la battaglia è un’esperienza più forte, totalizzante. Il fronte diventa il paese, il paese il mondo. Mentre si sommano le notizie sui successi degli ucraini nella regione di Zaporizhzhia, a Dnipropetrovsk la situazione è più tesa. Oleksandr è in una di queste bolle in cui l’Ucraina si difende. E’ anestesista, lavorava al reparto di ginecologia e ostetricia di un ospedale di Kyiv, aiutava in un contesto in cui nascono i bambini e non aveva mai pensato che nella sua vita sarebbe servito altrove, al fronte. Per Oleksandr partire è stata una scelta, il 24 febbraio del 2022 si è recato in uno dei centri di arruolamento della capitale, per due volte è stato respinto, “la terza mi hanno accettato e sono partito, per Mariupol”.
Oleksandr non può dirci dove si trova adesso, fa parte di una squadra speciale i cui componenti non possono neanche rivelarne il nome. Lui è capitano del servizio medico. La sua carriera come medico militare è iniziata nell’assedio più feroce dell’inizio della guerra. Mosca voleva Mariupol, per averla l’ha bombardata da terra, mare, aria. “Non sono mai entrato ad Azovstal”, dove erano asserragliati gli uomini della brigata Azov, “avevo a che fare con civili e con militari”. Oleksandr è rimasto fino agli ultimi giorni, quando proteggere Mariupol non era più possibile e la difesa della città era ormai servita a salvare altri punti del paese. Mentre i difensori di Azovstal vennero fatti prigionieri, lui riuscì a scappare attraverso un corridoio di evacuazione. “Mi sono finto un medico civile, i russi non lasciavano uscire i medici militari. Alcuni della mia equipe sono stati scoperti e uccisi”. Oleksandr parla sempre con un sorriso lieve che gli rimane sulle labbra, talmente discreto e naturale che non stona con i suoi racconti dolorosi, di morte e salvezza, di perdite e rivelazioni. Non sappiamo se abbia sempre avuto quel sorriso, ma sembra incredibile che le sue vicende anziché trasformargli il volto in una smorfia di pena gli abbiamo disegnato addosso questa espressione paziente. E’ la pazienza di chi ha scelto una strada e non saprebbe percorrerne un’altra in questo momento. Per cui lui marcia e cura, cura e marcia, e dopo la sua salvezza da Mariupol ha iniziato a credere in Dio, è stata la sua reazione di fronte a una sopravvivenza non scontata: “Non riesco più a smettere di pensare a Dio”.
Dopo Mariupol, Oleksandr ha percorso tutti fronti, è entrato nel gruppo chirurgico avanzato, poi ha raggiunto la brigata 33 nel gruppo di stabilizzazione, infine si è spostato nella sua squadra speciale che assiste gli operatori di droni. Ha incrociato la morte spesso, giura di non averne paura, forse perché la vede ogni giorno. “Non penso, aiuto, non mi fermo. In questi quattro anni sono molto migliorato nel mio lavoro”. Oleksandr vive il fronte senza pensare a quello che ha lasciato indietro, sembra concentrato soltanto sulla quotidianità, quello che può fare, imparare, migliorare, quanti può salvare. “Qui al fronte è tutto diverso, la gente è diversa, l’atmosfera anche”. Per diverso intende “migliore”, la sua calma sembra un superpotere. “Non esiste ipocrisia, c’è un senso di comunità, fratellanza. Qui sono cambiato come professionista e come persona. Conoscevo l’emergenza, ma questa esperienza è ovviamente diversa e credo che quando tornerò potrò portare con me tutto quello che ho imparato, mi servirà”. Per la prima volta parla del dopo. Nella sua testa esiste un dopo e può soltanto essere migliore del prima: “In guerra sappiamo che se non sai fare una cosa, devi imparare, non hai scelta”.
Da quando è andato a Mariupol, Oleksandr ha avuto soltanto una licenza, giura di non essere stanco. “Ormai sono abituato, a volte mi sembra che farò fatica a tornare alla vita civile. Mi piace lavorare, aiutare, salvare vite. Noi tutti speriamo che la situazione cambi, c’è soltanto una cosa di cui siamo stanchi: vedere gli ucraini che muoiono. Io però la fine della guerra da qui non la vedo”. E’ impossibile sapere se i movimenti impercettibili, l’altalena continua fra tentati negoziati e attacchi riusciti, si veda meglio dal fronte o da Kyiv. Oleksandr non ci pensa, lavora: “La sfida più grande che ho incontrato sono state le evacuazioni. La guerra è cambiata molto a causa dei droni, ormai il pericolo più grande. Ci danno la caccia quando evacuiamo, bisogna aspettare che se ne vadano i droni e a volte non è possibile portare via i feriti. I droni colpiscono i mezzi per evacuare, abbiamo perso soldati perché non è stato possibile portarli via”. Uccisi dalle ferite e dall’attesa.
Oleksandr ci pensa eccome al dopo, non soltanto per come sarà in grado di usare tutto ciò che ha imparato quando tornerà in un ospedale di Kyiv, ma anche per sé. Oleksandr fa progetti. Oleksandr è innamorato. E’ successo tutto nella sua bolla, il fronte. “Ho trovato l’amore, è una militare come me, spero che riusciremo a sposarci, formare una famiglia. Per lei sono pronto a tutto”. Forse quel sorriso discreto non è la fede in Dio a stamparglielo sul volto, ma il “mio grande amore”.