Ansa
L'INTERVENTO
L'autonomia strategica che serve all'Europa. La lezione dell'ex premier Gentiloni
La guerra alle porte, la minaccia russa, la crisi dell’Alleanza atlantica: se l’Ue non vuole soccombere alla nuova legge della forza deve cercare una propria autonomia strategica: militare, economica, tecnologica
Quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio del 2022 ha tentato di rovesciare una premessa centrale della vita europea dal Dopoguerra a oggi, ovvero che i confini non si cambiano con la forza. È stato un attacco alla sovranità ucraina, ma anche alle certezze europee: l’idea che il diritto prevalga sulla violenza, che il commercio possa addomesticare i conflitti, che l’integrazione porti inevitabilmente stabilità, pace, progresso. L’Europa ha risposto con sorprendente unità. Ha imposto sanzioni, predisposto prestiti, finanziamenti e forniture di aiuti. Nuove infrastrutture energetiche che avrebbero richiesto anni per essere costruite sono state completate in pochi mesi. Milioni di ucraini hanno trovato una nuova casa in Europa. Il sostegno finanziario dell’Ue si è rivelato cruciale. E una vecchia espressione, “autonomia strategica”, ha smesso di suonare come uno slogan accademico e ha iniziato a sembrare una necessità pratica. Ma, a distanza di quattro anni, dobbiamo essere onesti: la sfida è stata più grande di quanto avessimo inizialmente previsto. Nonostante le sanzioni, l’isolamento finanziario e gli embarghi tecnologici, l’economia russa non è crollata. Come e perché è stato possibile? Innanzitutto, la Russia ha ristrutturato l’economia per la guerra. Dal 2022 è cresciuta grazie alla spesa militare. Un “keynesismo militare” fatto di massiccia spesa pubblica per la produzione di armi, logistica e sicurezza interna ha sostenuto la domanda e assorbito manodopera, mentre gli investimenti privati, la produttività e i consumi ristagnavano. In secondo luogo, la Russia ha riorientato il commercio e la finanza. Le sanzioni sono state severe, ma non risolutive. Con la chiusura dei mercati europei, Mosca ha virato verso est e verso sud. La Cina è diventata il principale partner commerciale, fornendo a Mosca beni di consumo, macchinari e garantendole un accesso parziale alle catene globali di approvvigionamento. Questo adattamento ha evitato il collasso, ma reso la Russia sempre più dipendente da pochi compratori e fornitori. E’ resilienza per sostituzione, non diversificazione: fa guadagnare tempo, ma perdere autonomia. Terzo: il Cremlino ha prediletto gli armamenti a scapito del welfare. La produttività al di fuori del settore della difesa rimane debole. Il declino demografico continua. L’economia si è surriscaldata. La Banca centrale russa è stata costretta ad aumentare notevolmente i tassi di interesse per contenere le pressioni sui prezzi, un classico segno di squilibrio, non di vitalità. Nel 2025 la crescita ha rallentato bruscamente e l’economia si è avvicinata alla stagnazione mentre i ricavi energetici diminuivano e i costi di indebitamento salivano. Le stime indicano una crescita ben al di sotto l’1 per cento nel 2026.
Dunque, non dobbiamo cadere nella trappola di sopravvalutare la resilienza economica della Russia. I regimi possono sopravvivere per anni, a volte per decenni, anche in condizioni molto difficili. L’Iran, ad esempio, ha affrontato decenni di sanzioni a più livelli: embarghi commerciali, esclusione finanziaria, controlli tecnologici, sanzioni secondarie nei confronti di paesi terzi e congelamenti periodici dei beni. Poche economie nella storia moderna hanno operato sotto una pressione così prolungata. Eppure, l’economia iraniana non è crollata. La lezione da trarre non è che le sanzioni abbiano fallito, ma che raramente il loro pieno impatto si manifesta nel breve termine. Le sanzioni da sole non mettono fine alle guerre, non piegano i regimi autoritari e non fermano le aggressioni. Le implicazioni per l’Europa dovrebbero essere chiare. L’autonomia strategica riguarda innanzitutto la nostra preparazione. Si tratta di garantire il sostegno all’Ucraina e difendere i nostri interessi per tutto il tempo necessario, non solo finché è comodo farlo. Si tratta di assicurare la sopravvivenza dell’Europa in un mondo in cui il potere economico e commerciale da soli non bastano a far valere il rispetto delle norme democratiche. La sfida si è rivelata ancora più urgente, difficile e importante con il ritorno di Donald Trump. Gli sforzi diplomatici dei leader europei, insieme agli alleati britannici e canadesi in particolare, sono stati finora fondamentali per mantenere l’Ucraina al tavolo dei negoziati. Ma non sono sufficienti per una pace giusta. Putin non si fermerà finché non avrà annesso il Donbass, compresi i territori che attualmente non sono sotto il controllo russo. E anche allora, quali garanzie ci sono che la Russia non riprenderà le ostilità nel futuro vicino o lontano? I precedenti – Crimea 2014, Georgia 2008 – ci dicono che non possiamo affidarci alla sola buona fede. Se vogliamo che la pace sia più di una semplice pausa tra un conflitto e l’altro, allora la Russia deve accettare garanzie militari e politiche a lungo termine che assicurino la completa fine delle ostilità, l’indipendenza e la libertà dell’Ucraina.
Finora Trump ha adottato un approccio ambiguo nei confronti dell’Ucraina, suggerendo che entrambe le parti hanno pari responsabilità. Più volte l’amministrazione statunitense ha dato credito a Putin anche mentre l’esercito russo continuava a uccidere civili e a bombardare indiscriminatamente le città ucraine. Purtroppo, non possiamo più dare per scontato che il nostro alleato agisca nel nostro interesse collettivo – non sulla Russia, non sull’Ucraina, non sulla Groenlandia, non sui dazi, non sull’Europa. La crisi di fiducia iniziata l’anno scorso con i commenti sprezzanti di Trump verso l’Unione europea e con gli annunci sui dazi, si è trasformata in una crisi dell’alleanza. C’è un crescente consenso attorno a questo fatto. Il primo ministro canadese Mark Carney ha riassunto la situazione a Davos quando ha affermato che ci troviamo nel mezzo di una “rottura dell’ordine mondiale, non di una transizione”.
E aggiungendo che “la nostalgia non è una strategia”. Una settimana dopo Mario Draghi ha definito “morto” l’ordine economico globale. Il “vero pericolo”, ha sostenuto Draghi, non è il crollo di questo sistema, ma “ciò che potrebbe sostituirlo”. Un mondo di fortezze, dove le grandi potenze schiacciano quelle medie. Un mondo in cui i paesi trasformano l’interdipendenza in un’arma, trasformando le infrastrutture di cooperazione in strumenti di coercizione. Dove i regimi autoritari mettono alla prova i limiti delle alleanze, la pazienza delle democrazie e la profondità della nostra attenzione politica. Dove esercitano pressioni sull’Europa – un’Europa proceduralmente lenta, spesso autocritica – convinti che essa preferirà sempre l’ambiguità al confronto. Spalancando così la porta a un futuro di debolezza per il nostro continente, di subordinazione e deindustrializzazione. Di fronte a questo, in Europa alcuni invocano una restaurazione: il vecchio mondo, le vecchie certezze, il vecchio ordine. Altri reagiscono dicendo, in sostanza, che dovremmo adeguarci: abbassare le nostre pretese, ammorbidire le nostre posizioni. Adeguarsi, dicono, fa guadagnare tempo, garantisce sicurezza. Non è vero. “Vedere ciò che si ha davanti al naso è una lotta costante”, scriveva George Orwell. E’ vero oggi tanto quanto lo era ottant’anni fa quando il mondo che ci sta lasciando stava appena nascendo, con tutti i suoi vantaggi, le sue contraddizioni e i suoi limiti. Oggi alla forza della legge si sostituisce la legge della forza. L’Occidente che abbiamo conosciuto è sulla via del tramonto. Riconoscerlo è una lotta costante. Non era un mondo perfetto, quindi la sua scomparsa non dovrebbe preoccuparci più di quanto dovrebbe ispirarci a trovare nuove soluzioni. La ricerca europea di una propria autonomia strategica fa parte di questa lotta. Non è rifiuto delle alleanze. E’ il rifiuto della sottomissione a un futuro che non vogliamo, in cui non crediamo. L’idea fondativa dell’Europa è sempre stata preservare la sovranità mettendo in comune risorse e capacità – prima carbone e acciaio, poi mercati e leggi – perché nessuno potesse dominare o essere dominato. Era un progetto strategico mascherato da progetto economico. Oggi l’autonomia strategica ne è la continuazione: autonomia in difesa, leadership economica, vivacità culturale, fondate su responsabilità democratica e unità politica. Non unità di opinione: unità di azione. Perché se l’Europa non è in grado di decidere insieme, saranno altri a decidere per l’Europa. L’Ucraina è il primo banco di prova. L’Europa ha già assunto una quota storica del peso: l’anno scorso circa il 90 per cento dell’aiuto totale, compensando quasi del tutto il calo americano; dall’inizio della guerra Ue e stati membri hanno fornito quasi 200 miliardi di euro [193,3] a sostegno dell’Ucraina e del suo popolo. La domanda strategica è se l’Europa può reggere quel peso mentre si riarma. Sì, l’Europa si sta riarmando: i bilanci sono in crescita, i piani in via di definizione. Ma la spesa da sola non basta. I vincoli sono noti: frammentazione, cicli di approvvigionamento diversi, addestramento separato, coordinamento insufficiente; e dipendenza dagli Usa per intelligence, logistica, deterrenza nucleare.
Ecco perché “autonomia strategica” non equivale semplicemente a “spendere di più”: significa contratti pluriennali che diano certezza all’industria; acquisti congiunti che riducano la frammentazione; difesa aerea e missilistica integrata; e meccanismi di finanziamento comuni – da qui l’importanza degli eurobond. Ulteriori aumenti della spesa dovrebbero costruire un braccio europeo della Nato insieme a Regno Unito e Norvegia, ispirato all’articolo 42.2 dei Trattati, capace di garantire la difesa quando necessario. Per rendere il pilastro europeo della Nato credibile anche se la partecipazione americana è ridotta. E’ arrivato anche il momento di discutere di deterrenza nucleare come complemento al pilastro europeo della Nato. Non si tratta di creare un arsenale nuovo, ma di mettere in comune risorse esistenti in un quadro collettivo dotato di sistemi decisionali credibili e integrato nella pianificazione, senza contribuire alla proliferazione. Non è un’idea senza precedenti: una deterrenza comune è stata una proposta politica fin dagli anni Cinquanta, riaffiorata dopo la Guerra fredda e poi svanita quando si pensava che il nucleare avesse perso importanza. La storia non ha eliminato il problema: lo ha rimandato. Oggi la sicurezza non è solo prevenzione dei conflitti, ma anche della coercizione. La vulnerabilità strategica dell’Europa è stata a lungo dovuta alla sua esposizione alle pressioni esercitate attraverso canali economici. Dopo il 2022 l’Europa ha ridotto drasticamente le forniture di gas russo, da circa 40 per cento a circa 13 per cento, ma ha creato nuove dipendenze: gli Usa forniscono all’Ue quasi il 60 per cento del Gnl e il 27 per cento del gas totale. Autonomia significa diversificazione, in energia come nel commercio. Dopo gli annunci sui dazi, l’Ue ha mostrato di poter reindirizzare i flussi. Accordi come quelli con il Mercosur e l’India sono sviluppi positivi e meritano un forte sostegno politico. Un pragmatico riassetto delle relazioni commerciali con la Cina può offrire opportunità, a condizione che siano garantite reciprocità e sicurezza. Le dispute tariffarie con gli Stati Uniti hanno però mostrato che l’Europa non agisce ancora in proporzione al suo peso economico: non possiamo cercare compromessi che ristabiliscano un clima di certezze per poi scoprire, settimane o mesi dopo, che la tregua era solo temporanea. Servono risposte credibili, non indignazione. Ciò significa essere disposti a utilizzare come deterrenti gli strumenti a nostra disposizione, compreso lo strumento anti-coercizione. Il miglior modo per evitare un’escalation è chiarire che la coercizione non paga.
Per decenni l’Europa ha prosperato in un mondo aperto. Siamo diventati il più grande blocco commerciale al mondo. Abbiamo creato industrie di livello mondiale e un sistema previdenziale e di welfare senza rivali. Abbiamo trasformato la scarsità in prosperità. Eppure, oggi stiamo rimanendo indietro. Le cause sono, in parte, esogene. Il mondo che ha reso facile la globalizzazione sta svanendo. Ma dobbiamo anche guardare ai nostri errori. L’Europa ha investito troppo poco nelle basi necessarie alla crescita futura. La produttività ha subìto un rallentamento. L’innovazione non ha raggiunto i livelli desiderati. Molte delle nostre idee migliori vengono commercializzate altrove. Abbiamo mercati dei capitali frammentati che faticano a finanziare le imprese ad alta crescita. I nostri costi energetici sono troppo elevati. Abbiamo confuso la dimensione del mercato con il potere di mercato. E abbiamo permesso che si accumulassero dipendenze strategiche, dipendenze che ora funzionano come una tassa sulla sovranità europea. Rimediare a questi errori non sarà facile e non sarà economico. L’Europa ha bisogno di un piano di investimenti da 750 miliardi di euro per sostenere l’intelligenza artificiale, la crescita della produttività e la transizione verde. Questi obiettivi sono inseparabili. La produttività dipende dall’innovazione tecnologica. L’innovazione dipende da un’energia abbondante, accessibile e pulita. Ma non basta investire in modo strategico. Gli appalti pubblici devono dare la priorità alle imprese europee. E la politica della concorrenza deve evolversi per consentire l’emergere di “campioni europei”. Gli investimenti pubblici sono indispensabili, ma richiedono tempo e sono politicamente complessi: per questo va completata l’Unione dei mercati dei capitali entro la fine del 2027, a partire da Francia, Germania e Italia, per sbloccare investimenti privati. L’Europa detiene circa 35.000 miliardi di euro di risparmi, di cui circa un quinto contribuisce a finanziare l’economia e il deficit pubblico degli Stati Uniti, anziché finanziare le nostre priorità. Non si tratta solo di un’inefficienza economica, ma di un errore strategico. Dobbiamo offrire ai cittadini europei un modo semplice per investire nel futuro: nuovi prodotti di risparmio trasparenti e affidabili, per convogliare capitale in energia pulita e AI; e semplificare regole che bloccano finanziamenti di lungo periodo, perché cornici come Basilea III e Solvency II proteggono la stabilità ma ostacolano il cambiamento. Soprattutto, l’Europa deve rafforzare il ruolo internazionale dell’euro. La volatilità americana ha indebolito la fiducia nel dollaro: nel 2025 ha avuto la peggiore performance degli ultimi cinquant’anni. Le banche centrali stanno diversificando le loro riserve e riconsiderando la loro esposizione ai titoli del Tesoro statunitense. L’Europa deve cogliere il momento: gli eurobond dovrebbero diventare uno strumento permanente, anche per rendere il mercato finanziario europeo più attraente per gli investitori stranieri, come ha recentemente sostenuto il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel. Un safe asset in euro è fondamentale per una piena unione bancaria e dei mercati dei capitali. Un euro digitale potrebbe contribuire a ridurre la dipendenza dai giganti statunitensi dei pagamenti e rafforzare la sovranità europea. Infine, l’Europa dovrebbe parlare con una sola voce nelle istituzioni finanziarie globali, a cominciare da una presidenza unica dell’area dell’euro presso il Fondo monetario internazionale. Investire nel futuro significa investire nella democrazia, nelle istituzioni, nei cittadini. Abbiamo visto con quale rapidità le democrazie possano vacillare. Con quale facilità eccessi di singole personalità possano corrompere il potere esecutivo, quanto sia difficile contenerne gli eccessi. Le democrazie regrediscono quando scendono a compromessi sui princìpi fondamentali. Il rispetto dello stato di diritto deve rimanere un valore non negoziabile, oltre a un prerequisito per l’accesso e la permanenza nell’Unione. Non esigerlo vorrebbe dire non solo tradire i nostri ideali, ma danneggiare la nostra credibilità, la nostra autonomia.
Quando i cittadini si sentono esclusi dalla democrazia, la democrazia si indebolisce. Quando vengono esclusi dalla crescita, smettono di credere nel sistema economico. Quando il futuro è percepito come una minaccia, diventano sensibili ai leader che spacciano identità come antidoto all’insicurezza. Internet oggi è un enorme mercato d’insicurezza sociale e politica. Regolare i giganti tech e le pratiche online significa proteggere cittadini e istituzioni. Se l’infrastruttura della pubblica piazza è progettata per l’indignazione e la polarizzazione, la libertà può rimanere formalmente intatta, ma diventare, nella pratica, vuota. Per anni ci siamo detti che questo era il prezzo della Rete. Che il mercato si sarebbe autocorretto. Non è accaduto. Un social network europeo finanziato con fondi privati, disponibile in tutte le principali lingue europee, basato sulla trasparenza, sui diritti degli utenti e sul controllo democratico offrirebbe un’alternativa valida a quelli esistenti. Se l’Europa non sarà in grado di tutelare le basi digitali della propria democrazia, passerà il prossimo decennio a subire – scandalo dopo scandalo, elezione dopo elezione – sistemi che non controlla. L’Europa dovrebbe ambire a essere il luogo dove le persone più talentuose al mondo vogliono vivere e lavorare non solo per la sua bellezza o la ricchezza della sua storia, ma perché casa di democrazia e libertà: la libertà di studiare e curarsi senza rimanere schiacciati dai debiti; di lavorare senza temere discriminazioni o sfruttamento; di amare senza riserve; di poter disporre serenamente della propria identità digitale; di poter esprimere il proprio dissenso senza paura di ritorsioni o censure. I migliori ricercatori non guardano semplicemente al salario, ma alla società a cui contribuire. Quasi trent’anni fa, il presidente ceco Vaclav Havel si rivolse al Bundestag con queste parole: “Prima o poi, gli europei dovranno considerare l’Europa come la loro patria, anche se di tipo speciale, o come una patria comune per le loro patrie”. Aveva ragione. L’Europa sta diventando un punto di riferimento, insieme ai suoi alleati, per chi nel mondo crede nella libertà, nello stato di diritto, nel libero commercio, nell’uguaglianza. Potremo difendere questi valori solo finché saremo in grado di garantire la nostra autonomia strategica.
Tutto ciò richiede un’azione tempestiva. Le democrazie sono notoriamente più lente rispetto alle autocrazie. Si basano sul dibattito e sul compromesso. Dipendono da regole e procedure che creano infinite opportunità di rinvio. L’Ue, tuttavia, non è semplicemente lenta perché democratica. E’ appesantita da scontri tra stati membri e da debolezze istituzionali che mettono in dubbio la sua reale capacità di difendere i propri valori, il proprio futuro e i propri alleati. Le sfide che l’Europa deve affrontare oggi richiedono una maggiore ripartizione degli oneri, una più profonda integrazione e un processo decisionale più rapido. Tre riforme sono essenziali: unire i ruoli di presidente della Commissione e presidente del Consiglio europeo per una leadership coerente; dare al Parlamento europeo il diritto di iniziativa legislativa; ridefinire il veto limitandolo a casi di ultima istanza, non come merce di scambio o di propaganda interna. Sono riforme ambiziose, ma realizzabili e coerenti con i valori democratici europei. Negli ultimi anni l’Europa ha dimostrato di saper fare molto senza compromettere le proprie credenziali democratiche, dagli acquisti congiunti dei vaccini al NextGenerationEU finanziato con gli eurobond, al sostegno all’Ucraina a livelli impensabili dieci anni fa. Dunque, l’Europa può muoversi rapidamente, innovare le proprie istituzioni e condividere gli oneri. Allora perché esitiamo? In parte la riposta è ovvia: le divergenze tra gli stati membri sono più marcate nella politica estera e di sicurezza o nella pianificazione economica che nelle emergenze sanitarie. Ma questo non può essere una scusa. L’Europa deve agire ora: dobbiamo smettere di considerare l’autonomia strategica come una frase vuota e iniziare a trattarla come un programma. Fallire non solo metterebbe in pericolo il nostro futuro, ma comprometterebbe anche il nostro presente. A quattro anni dall’invasione dell’Ucraina, l’Europa può ancora unirsi, decidere ed essere leader. La storia non aspetterà. Nemmeno l’Europa dovrebbe farlo.
Paolo Gentiloni è stato presidente del Consiglio e commissario europeo. L’intervento pubblicato oggi sul Foglio riprende la Vigoni Lecture tenuta lunedì scorso all’Università di Amburgo. Villa Vigoni è il Centro italo-tedesco per il dialogo europeo fondato da Giulio Andreotti e Hans-Dietrich Genscher e gestito dai due governi.
L'editoriale dell'Elefantino